NOCERA INFERIORE – Per molti di loro, scoprire che lavoravano per poche centinaia di euro al mese non ha significato la fine dello sfruttamento. Quando i Carabinieri hanno individuato il primo opificio irregolare, la vita degli operai non è cambiata: sono stati semplicemente trasferiti altrove, stessi turni estenuanti, identiche condizioni di lavoro.
La prima operazione risale al 4 marzo, quando i militari hanno fatto irruzione in un laboratorio tessile di Angri. All’interno, 49 lavoratori in nero, di cui 7 privi di permesso di soggiorno, impegnati davanti a macchine da cucire senza dispositivi di sicurezza. Le violazioni erano ovunque: impianti non a norma, procedure inesistenti, un contesto definito “degradante” dagli investigatori. Negli stessi locali era stato ricavato anche un dormitorio abusivo, con 13 brande allineate tra le pareti del capannone.
Il sequestro dell’opificio, però, non ha fermato la filiera dello sfruttamento. Il 22 maggio, in un altro stabilimento tessile a San Giuseppe Vesuviano, i carabinieri hanno identificato 53 lavoratori: 24 di loro erano gli stessi operai trovati ad Angri due mesi prima. Ogni giorno venivano trasportati da un comune all’altro, stipati in furgoncini, per continuare a lavorare in condizioni identiche. Anche questo opificio è stato posto sotto sequestro.
L’indagine, coordinata dal sostituto procuratore di Nocera Inferiore, Michele Migliardi, ha permesso di ricostruire la rete che gestiva le due attività. Al vertice, secondo gli accertamenti, un cittadino bengalese che avrebbe operato tramite due prestanomi per eludere i controlli. Oltre ai sequestri degli stabilimenti, è stato bloccato anche il capitale sociale dell’azienda.
Un sistema che, nonostante i sigilli, ha continuato a muovere lavoratori come ingranaggi sostituibili, rivelando ancora una volta la fragilità e la vulnerabilità di chi vive ai margini del mercato del lavoro.
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