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Jazz: dove ascoltarlo a Napoli… e dintorni

Con il suo sound caldo e avvolgente, il jazz è l’alternativa quando cerchiamo un’atmosfera rilassante con una buona dose di originalità. Ma dove ascoltarlo a Napoli e ‘dintorni’? Eccovi alcune possibilità.

Lascia spazio all’estro, all’improvvisazione. Ci accarezza, e ci circonda con le note del suo piano, e del sax, in un mix di delicatezza, allegria…e, a volte, una punta di malinconia. L’atmosfera jazz è unica e inconfondibile. E ci trasporta inevitabilmente un po’ indietro nel tempo, in quei club americani di inizio secolo scorso, dove, in un mélange di culture e influenze musicali, nasceva questo genere che oggi è quasi d’élite.

Bene, ma dove possiamo trovare un po’ di buona musica jazz in Campania? La risposta non è semplice, poiché i jazz club non abbondano nella nostra regione. Eccovi, però, un piccolo elenco da tenere a portata di mano per i momenti in cui vi sale quell’irrefrenabile voglia di jazz.

Bourbon Street – jazz and spirits bar

Se volete teletrasportarvi nel tempo e nello spazio, dovete varcare le porte del Bourbon Street. Vi sembrerà di ritrovarvi negli USA, in una serata di primo novecento, a sorseggiare distillati. Uno dei primi locali di musica jazz nati in area partenopea, questo ‘jazz and spirits bar’ ha visto passare artisti di grande fama, come Billy Cobham, Miles Griffith e Lynn Jordon. Il programma musicale è denso e spazia tra i generi, con appuntamenti che includono concerti ma anche jam sessions. Insieme alla musica jazz, la possibilità di gustare cocktail e spirits più tradizionali, insieme ad altre prelibatezze per passare una buona serata in compagnia.

La missione del Bourbon Street? “Fare della città uno dei templi del jazz mondiale”.

Dove: Via Vincenzo Bellini 52, Napoli.

Contatti: +39 338 8253756 – info@bourbonstreetjazzclub.com.

Orari di apertura: Dal martedì alla domenica a partire dalle 20. Lunedì chiuso.

 

Around Midnight by Upstroke

Restiamo a Napoli con l’Upstroke – Around Midnight, che si trova al Vomero. Dopo un’opera di restyling, questo locale continua a rappresentare una perla storica, dove il jazz si fa di venerdì, mentre il giovedì è dedicato all’Aperijazz.

Non solo jazz, però. Perché in questo locale il sabato è dedicato anche a generi che si discostano un po’ dalle note della Louisiana. Inoltre, all’Around Midnight si possono gustare anche dei buoni antipasti e primi piatti, accompagnati da una selezione di bevande alcoliche.

Dove: Via Giuseppe Bonito, 32, Vomero, Napoli.

Contatti: 329 421 1510

Orari di apertura: Tutte le sere a partire dalle 20, escluso il lunedì.

 

Round Midnight

Ritorna la ‘mezzanotte’. Ma da Napoli scendiamo a Salerno; e dalla città, ci spostiamo in provincia. A Fisciano (SA) per l’esattezza. Più rustico nei lineamenti, il Round Midnight è un locale la cui storia è davvero lunga. Sul suo palco si sono alternati artisti di fama nazionale e internazionale. Una piccola perla nascosta in periferia.

Dove: Via Canfora 47, Fisciano (SA).

Contatti: 335 809 5233.

 

La Contessa Jazz Club

Chiudiamo con questo club dal nome reale, in provincia di Avellino. Su un palco dai colori sgargianti, La Contessa Jazz Club propone artisti di fama internazionale, con eventi che hanno luogo esclusivamente il venerdì a partire dalle 21. Il programma di questo jazz club è piuttosto corposo, e pieno di artisti di rilievo, del calibro di Peter Erskin, Olivia Trummer, Sarah Jane Morris e tanti altri. Il prossimo venerdì, 24 gennaio, l’esibizione con Alessandro Quarta Duo.

Dove: Via Ammiraglio Bianco Mercogliano, 83014 Avellino.

Contatti: 392 155 4207.

Orari di apertura: aperto solo il venerdì dalle 21 alle 24.

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CulturaFood&Drink

BussoLaTavola // La Pizza tra realtà e leggende

La Pizza è probabilmente uno dei piatti napoletani più imitati al mondo. Proprio per questo, sebbene metta tutti d’accordo perché piace a tutti, contemporaneamente divide: c’è a chi piace più soffice, ad altri croccante; ad alcuni alta ed ad altri bassa.

Mangiamo davvero spesso la Pizza, e ne esistono davvero tantissime varianti, oramai – ne esistono persino alcune alla frutta o ai fiori – ma conosciamo davvero questa deliziosa pietanza? Tra leggende, ghiotte regine e degustatori illustri come Dumas, #BussoLaTavola vi racconta la vera storia della Pizza.

La Leggenda: una Pizza per la Regina

La leggenda sulla nascita della pizza margherita è assai nota: era il 1889, e il re e la regina di Savoia soggiornavano nella reggia di Capodimonte.

La Regina aveva sentito da alcuni artisti della sua corte parlare della pizza, che lei non aveva mai assaggiato; così, particolarmente incuriosita da questo alimento, chiese che gliene fosse fatta assaggiare una.

Fu così chiamato alla reggia di Capodimonte Raffaele Esposito, titolare della Pizzeria “Pietro e…basta così“, fondata nel 1780, che ancora oggi esiste sotto il nome di “Brandi”.

Raffaele Esposito giunse alla reggia con la moglie, donna Rosa, definita dalla cronaca dell’epoca come la vera esperta del forno, e preparò per la regina Margherita tre pizze: la prima era alla sugna, formaggio e basilico; la seconda era con aglio, olio e pomodoro; ed infine una terza, con basilico, pomodoro e mozzarella.

Fu proprio quest’ultima pizza, che aveva gli stessi colori della bandiera italiana, a piacere di più alla regina. Così, la monarca chiese come si chiamasse la pizza che aveva appena gustato e Raffaele Esposito rispose: Margherita!, dedicandola così proprio alla regina.

Da allora, ogni volta che la regina Margherita arrivava a Napoli, Raffaele Esposito e sua moglie Rosa venivano chiamati al cospetto di sua maestà per prepararle ancora una volta la tanto amata pizza.

La popolarità di un Re

Alla pizzeria Brandi è esposto, poco lontano dalla targhetta che ricorda la nascita della pizza Margherita, un documento.

Si tratta di una lettera, che porta la data del 1889, firmata da Camillo Galli, capo dei servizi di tavola della corona: nella missiva, indirizzata a Raffaele Esposito, la regina Margherita ringrazia il pizzaiolo per le tre pizze preparate per lei.

Nel corso del tempo sono state avanzate diverse ipotesi: c’è chi crede all’episodio e chi dice che sia solo una leggenda. Un articolo del 2014 di Zachary Nowak – Harvard University, Umbra Institute – titolato “Folklore, Fakelore, History: Invented Tradition and the Origins of the Pizza Margherita”  ha cercato di far luce su questo racconto orale.

La contestualizzazione è fondamentale: l’unità d’Italia era stata portata a termine nel 1860, e non era stata accettata da tutta la popolazione; pochi anni prima dell’episodio che ci viene raccontato riguardo la nascita della pizza Margherita, inoltre, c’era stata a Napoli un’epidemia di colera. 

I Savoia avrebbero dovuto portare a termine delle opere di risanamento urbanistico della città, dovevano ancora essere accettati da parte del popolo come sovrani e dovevano fare i conti con un certo malcontento popolare: indubbiamente, dice Nowak, avrebbero dovuto cercare di raccogliere consensi ed aumentare la loro popolarità.

Raccontare una simile storia, dunque – dove la regina si presta ad assaggiare un cibo povero e popolare che, coincidenza, ha proprio i colori della bandiera d’Italia – avrebbe portato certo popolarità alla corona. 

Si tratta dunque si una storia inventata dai due sovrani? La lettera esposta nella pizzeria sembrerebbe dimostrare il contrario.

Il sigillo reale

Ma la lettera, continua Nowak, sarebbe un falso: non esistono carteggi compatibili negli archivi, la scrittura e la firma di Galli sarebbero completamente diversi da quelli presenti in altri documenti e, infine, il sigillo impresso sulla lettera non corrisponde a quelli utilizzati durante quel periodo storico.

Anche se la lettera fosse davvero falsa, tuttavia, non è detto che la storia lo sia completamente: la regina Margherita era davvero, nella data segnata sulla lettera, a Capodimonte, senza il re. Esisteva davvero un pizzaiolo chiamato Raffaele Esposito, e si sa per certo che nel 1883 possedeva una pizzeria chiamata “Pizzeria della regina d’Italia“.

Sebbene la lettera sia falsa, dunque, non è detto che l’episodio lo sia del tutto: ma non è finita qui.

La Pizza Margherita: una storia molto più antica

Anche se forse qualcosa di vero c’è sul fondo di questa leggenda profumata di basilico, pare non essere affatto vero che la pizza Margherita sia stata inventata allora. Esisteva, infatti già da molto tempo.

Se vogliamo ascoltare già solo le leggende, esistono decine di storie con i Borbone golosi di pizze – mai chiamate “Margherita”, naturalmente, ma che hanno i suoi stessi ingredienti – ma esistono numerosi documenti che provano che questa pizza sarebbe esistita ben prima dell’episodio raccontato dalla leggenda.

Del 1858 è infatti il libro di Francesco de Bourcard, napoletano di origine svizzera, intitolato “Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti“, dove viene descritta una pizza con mozzarella e basilico:

Prendete un pezzo di pasta, allargatelo, distendetelo, col mattarello e percuotendolo con le palme delle mani conditelo con olio o strutto, cuocetelo al forno, mangiatelo e saprete cosa è la pizza. […]

Altre pizze sono coperte di formaggio grattugiato e condite collo strutto, e vi si pone di sopra qualche foglia di basilico. Si aggiunge delle sottili fette di mozzarella,[…] talora si fa uso del pomodoro, ma come condimento si può usare quel che vi viene in testa.

Talora ripiegando la pasta su se stessa se ne forma quel che chiamasi calzone.

Ben due anni prima dell’unità d’Italia, dunque, la pizza Margherita sarebbe già esistita. 

Nel nome della Pizza

A prescindere dalla Margherita, la storia di tutte le pizze è molto antica. Certo, i primi alimenti da cui questa si sarebbe sviluppata fino a diventare il piatto che tutti amiamo e conosciamo sarebbero stati molto, molto diversi: possiamo infatti leggere di un “piatto di pasta” su cui collocare altri alimenti già nell’Eneide di Virgilio:

Enea, i capi supremi e Iulo si distendono sotto i rami d’un albero altissimo: preparano i cibi, mettendo sull’erba larghe focacce di farro come fossero tavole (consigliati da Giove), e riempiono di frutta i deschi cereali.

Allora, consumati quei poveri cibi, la fame li spinse a addentare le sottili focacce spezzandone l’orlo. “Ahimè – fece Iulo scherzando – noi mangiamo anche le nostre mense.

La prima traccia del nome “pizza”, però, la troviamo 997 d.C. C’è un documento, conservato nell’archivio del duomo di Gaeta, dove si tratta della locazione di un mulino. Qui leggiamo che al proprietario del mulino, oltre all’affitto, il giorno di Natale sarebbero state dovute “dodici pizze“.

Non siamo certi di cosa queste pizze fossero: alcuni studi suggeriscono che fossero ancora ben distanti dalle pizze  che conosciamo oggi, e che fossero semplicemente delle focacce. Sull’origine del termine stesso ci sono due diverse scuole di pensiero: c’è chi sostiene che derivi dalla parola “pita” o “pitta”, di origine greca, che ancora oggi indica un tipo di pane piatto levitato; una piccola minoranza pensa che invece venga da “bizzen”, parola gotico-longobarda che significherebbe “morso”.

L’arrivo della Pizza Napoletana e di un dolce Veneto

Nel 1500, comunque, la pizza è già a Napoli: nel 1535 Benedetto Falco nel suo “Descrizione dei luoghi antichi di Napoli” avrebbe scritto che:

La focaccia, in napoletano, è detta “pizza”.

Nel 1570, invece, Bartolomeo Scappi, cuoco personale di Papa Pio V, nel suo libro “Opera”, parla di una pizza, che però, più che un piatto salato sembra essere un dolce. Infatti per prepararla servivano mandorle, fichi secchi, una passa, pinoli e datteri, che sarebbero poi stati uniti a succo d’uva, rossi d’uovo, cannella e zucchero. Ne sarebbe risultata una sfoglia alta circa tre centimetri. Un dolce simile esiste in Veneto e Friuli Venezia Giulia, dove viene chiamata “pinza”.

Per arrivare alla pizza salata che tutti conosciamo bisogna andare a Sud, e precisamente a Napoli: nel 1600 nel suo “Cunto de li Cunti Giambattista Basile racconta una favola intitolata “Le due Pizzelle“, dove una donna frigge delle pizze di pasta.

Nel 1773 è invece la testimonianza di Vincenzo Corrado, cuoco, filosofo e letterato, che parla dell’usanza di condire i maccheroni e la pizza con il pomodoro.

Come abbiamo anticipato, anche i re Borbone erano ghiotti di pizza, primo fra tutti Ferdinando I, che fece appassionare anche la moglie Maria Carolina a questa pietanza. Il re cominciò a farla cuocere alla reggia di Capodimonte dal pizzaiolo Antonio Monzù, cercando più volte di introdurla nei menù di eventi e ricevimenti regali.

Persino Alexandre Dumas padre parla della pizza, in una serie di racconti su Napoli, dove visse nel 1835, apparsi su “Le Corricolo“:

La pizza è una specie di schiacciata come se ne fanno a Saint Denis: è di forma rotonda e si lavora come la pasta del pane.

Varia nel diametro secondo il prezzo. Una pizza da due centesimi basta a un uomo, una pizza da due soldi deve satollare un’intera famiglia.

A prima vista la pizza sembra un cibo semplice: sottoposta ad esame, apparirà un cibo complicato. La pizza è: All’olio; Al lardo; Alla sugna; Al formaggio; Al pomodoro; Ai pesciolini.

È il termometro gastronomico del mercato: aumenta o diminuisce il prezzo secondo il corso degli ingredienti suddetti, secondo l’abbondanza o la carestia dell’annata. Quando la pizza ai pesciolini costa mezzo grano, vuol dire che la pesca è stata buona; quando la pizza all’olio costa un grano significa che il raccolto è stato cattivo.

Sua maestà la Pizza

Insomma, la pizza ha una storia lunga, complessa e complicata.

Tutti ne vorrebbero rivendicare la paternità e, sebbene abbia origini antiche e declinazioni persino dolci, l’autentica pizza come oggi la intendiamo è, secondo le fonti, indubbiamente napoletana: ad oggi, esiste anche un disciplinare dell’associazione Verace Pizza Napoletana che descrive tutte le regole per preparare un’autentica pizza Napoletana.

Quale che sia la sua vera età, quale che sia la sua autentica storia, comunque, nulla ci impedirà di godere di sua maestà la Pizza, regina dei piatti napoletani ed italiani.

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Food&Drink

Nella giornata mondiale della pizza in Svezia nasce quella al kiwi

pizza

Stellan Johansson, è l’inventore della pizza con i kiwi che sta spopolando sul web. Ma com’è nata quest’idea? In un’intervista a Fanpage.it, lo svedese ha dichiarato di aver ricevuto in regalo 10 chili di Kiwi e, non sapendo come utilizzarli, ha deciso di metterli su una pizza margherita. La creazione ha suscitato il malumore e il disgusto del popolo del web, ricevendo addirittura minacce di morte provenienti dall’Italia.

Una volta provato l’accostamento Johansson è riuscito a convincere il proprietario di una pizzeria di Skottorp a trasformare quest’idea in una vera e propria pizza.

Non capisco cosa ci sia di strano. Ai miei figli l’idea non è dispiaciuta, anzi hanno apprezzato“, ha dichiarato Johansson.

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AmbienteFood&Drink

Oltre il 54% dello spreco alimentare è casalingo: che fare?

Lo spreco di cibo casalingo rappresenta il 54% di tutto quello lungo la filiera, risultando in circa un terzo del cibo prodotto. Secondo una stima della FAO (Food and agricolture organization) del 2019, si tratta di circa 1,3 miliardi di tonnellate nel mondo, di cui 88 milioni solo nell’UE.

In un momento storico come quello attuale, nonostante la densità demografica oltre ogni record e le risorse sempre più carenti, il problema dei paesi del primo mondo è lo spreco. Il danno causato da questo tipo di perdita non è solo economico, anche se all’Italia costa 128 miliardi di euro ogni anno, ma anche ambientale e sociale. Gli avanzi domestici rappresentano un problema che va ben oltre il perimetro di casa. Gli alimenti in eccesso rispetto alle necessità, rappresentano un doppio dispendio di risorse: quelle per produrli e quelle per smaltirli. I rifiuti contribuiscono all’effetto serra in termini di energia usata in agricoltura e di metano rilasciato in discarica. Le amministrazioni nel resto del mondo si sono attivate per ridurre le perdite e riciclare il possibile. A Seul le tasse vengono calcolate in base al peso dei rifiuti prodotti, riciclandone il 95% in fertilizzante o biocarburante. Mentre a New York vengono resi compostabili gli scarti della ristorazione.

Soluzioni e rimedi

Grazie alla legge Gadda 166/2016 in Italia è possibile reperire parte del surplus promuovendo la redistribuzione delle eccedenze per fini di solidarietà sociale. Nel 2018 la rete Banco Alimentare ha recuperato circa 45mila tonnellate di alimenti per tutta la catena alimentare, dall’industria alla ristorazione aziendale. Ma si può fare molto di più. Per riuscire a ridurre del 51% lo spreco entro il 2030 occorre educazione e informazione.

Educazione domestica

A livello familiare, è possibile ridurre i propri sprechi partendo dalle basi. Le dispense degli italiani sono ricche di prodotti che finiscono dritti in discarica se non consumati entro la data di scadenza. Quindi prima di organizzare una nuova spesa, è necessario controllare bene la data di espirazione dei prodotti acquistati in precedenza. Disporli in ordine di scadenza può facilitare questa fase ed evitare dimenticanze, oltre che stimolare la creatività in cucina. Non occorre essere chef stellati per creare una nuova ricetta, o utilizzare elementi poco comuni come gambi, bucce e foglie. Nella tradizione culinaria del Bel Paese, ci sono centinaia di piatti basati su ingredienti poveri o poco nobili, che non solo rappresentano una soluzione pratica al problema sociale ed economico dei rifiuti, ma anche nutrizionale. Nel 50% degli scarti di frutta e verdura, sono presenti ingenti quantità di fibra e antiossidanti, fondamentali per l’organismo. Quindi ben vengano brodi, zuppe, pesti e sformati. Inoltre, banalmente, è necessario ridurre la spesa. Comprare il necessario, invece che riempire ad oltranza frigoriferi e dispense.

Letture precedenti:
3 abitudini da adottare per un 2020 più sostenibile;
– Zero waste, eco-friendly o sostenibile? Facciamo chiarezza

 

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Food&Drink

BussoLaTavola / Storia e segreti dei Biscotti di Castellammare

Biscotti di Castellammare

Tutti noi abbiamo avuto la fortuna di assaggiare, almeno una volta nella vita, i deliziosi Biscotti di Castellammare di Stabia. I celebri e fragranti biscottini si consumano ovunque ed in qualsiasi periodo dell’anno. Ma conoscete la loro storia?

I fratelli Riccardi: una semplice e geniale invenzione

È un racconto di genialità e di segreti, di morti misteriose e di veleno. Tutto comincia a metà dell’ottocento, naturalmente a Castellammare di Stabia. Qui vivevano due fratelli, Francesco e Giovanni Riccardi, nati rispettivamente nel 1826 e nel 1830.

Giovanni produceva e vendeva delle gallette dalla forma rotonda, con grande successo; ma fu grazie a Francesco che venne creata la ricetta dei Biscotti di Castellammare – fu lui infatti a inventare i sigari, i tarallini e le freselle che avrebbero reso celebri i due fratelli ed il loro nome.

I biscotti ebbero un grande fortuna, e ben presto altri commercianti e panettieri cercarono di imitarli, ma senza successo. Il vero biscotto di Castellammare si riconosceva così: immerso nel latte, non si bagnava.

L’ingrediente Segreto dei Biscotti di Castellammare

L’attività dei due fratelli fu di grande successo, e, alla loro morte, avvenuta in circostanze che secondo i racconti popolari risultano assai misteriose, passò alle generazioni successive. Adesso tutto era gestito dalla figlia di Francesco, Donna Concetta. L’attività e il commercio fiorirono ulteriormente, e l’ingrediente segreto che rendeva i biscotti così deliziosi non venne mai svelato: dopo che l’impasto era stato lavorato, Donna Concetta faceva uscire tutti i lavoratori dai laboratori, e lei sola aggiungeva l’ingrediente misterioso.

Non l’avrebbe mai rivelato a nessuno, come ripeteva spesso; ma le cose andarono diversamente.

La morte velenosa di Donna Concetta

La morte di Donna Concetta fu la più terribile tra quelle che già avevano afflitto la famiglia Riccardi: pare che sia stata, infatti, avvelenata. Non si sa chi le abbia somministrato il veleno e nemmeno il motivo; le storie raccontate dal popolo dicono che i biscotti fossero maledetti, in quanto la donna aveva tenuto per sé ricetta ed ingredienti.

Solo allora, sul letto di morte, ad un passo dallo spirare, chiamò a sé il nipote Mariano e gli rivelò l’ingrediente segreto. Poco dopo, morì. Da quel momento in poi, l’attività fu gestita da Anna, figlia di Giovanni e madre di Mariano.

Ancora oggi, possiamo assaggiare il gusto dolce e particolare dei Biscotti di Castellammare. Chi avrebbe potuto immaginare che, dietro a dei biscotti così buoni, si celasse una storia di disgrazia, veleno, morte e maledizioni?

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CulturaFood&Drink

Sapori Leggendari della Campania: la prima Pastiera Napoletana

La Pastiera Napoletana è forse il dolce più famoso ed iconico della città partenopea. Celebre in tutto il mondo, è ammantata di significati simbolici e di leggende: oggi ve li raccontiamo.

Epifania: la prima Pastiera dell’anno

Forse non tutti sanno che la prima Pastiera dell’anno si mangia non a Pasqua, ma il 6 Gennaio, il giorno dell’Epifania. Questa giornata è nota anche con il nome di Pasqua Epifania, e simboleggerebbe la preannunciazione della resurrezione di Cristo.

Una leggenda cattolica, inoltre, racconta che i suoi ingredienti rappresentino la rinascita di Gesù e degli uomini: la ricotta bianca simboleggia la purezza, le uova la rinascita, mentre invece la decorazione di pasta frolla rappresenterebbe la Croce.

La leggenda della Sirena Partenope

C’è tuttavia una leggenda molto più antica che racconta della Pastiera e dei suoi simboli.

Si dice che, quando Neapolis fu fondata, i napoletani godessero del canto della sirena Partenope. La sirena allietava con le sue melodie e i suoi gorgheggi, che dall’isolotto di Megaride – dove oggi sorge Castel dell’Ovo -raggiungeva tutte le parti della città.

Per ringraziare la sirena del suo canto, la popolazione che ne godeva decise di incaricare sette fanciulle, le più belle della città, di portarle sette doni, ognuno dei quali aveva un significato ben preciso:

  • La ricotta, che venne offerta dai pastori, che simboleggiava l’abbondanza;
  • La farina, portata da coloro che vivevano nelle campagne, che rappresentava la ricchezza;
  • Le uova, simbolo di fertilità, vita e rinascita;
  • Il grano cotto nel latte, rappresentante l’unione del mondo animale e quello vegetale;
  • I fiori d’arancio, che profumavano come tutta la città e tutta la Campania;
  • I canditi e le spezie, simbolo dello spirito d’accoglienza dei napoletani, che accettavano esponenti di culture, città e religioni diverse;
  • Lo zucchero semolato, dolce come il canto dell’amata sirena.

La sirena fu così felice nel ricevere l’amore e i doni della città che decise di condividerli con gli dei: per questo s’inabissò nelle acque del golfo di Napoli e depose i sette regali sul suo fondale. Gli dei, colpiti dalla generosità di Neapolis e dalla qualità dei doni, con questi ingredienti crearono un dolce sublime, dolce e profumato: la Pastiera.

La Pastiera è Neapolis

Non solo gli ingredienti, ma anche la decorazione in pasta frolla della Pastiera ha un senso; il dolce dovrebbe essere infatti decorato con sette strisce di pasta frolla, quattro in un senso e tre nell’altro.

Questo disegno rappresenta la planimetria del nucleo più antico della città, di Neapolis: osservando una cartina di Napoli, ancora oggi possiamo scorgere i tre Decumani e i Cardini che li attraversano in senso trasversale.

La storia della Pastiera

Come si può capire dalle leggende che lo riguardano, questo dolce è davvero antico. 

La Pastiera era nota anche in epoca romana, quando le sacerdotesse di Cerere portavano questo dolce come offerta sacrificale agli dei per l’arrivo della primavera.

Le sacerdotesse portavano la Pastiera, insieme a dei cesti con uova e fasci di grano, per tutta la città, in una processione: ancora oggi possiamo vedere a San Gregorio Armeno un bassorilievo in cui è ritratta una delle sacerdotesse di Cerere con le offerte tra le braccia.

Non a caso, furono proprio le suore di San Gregorio Armeno a far sopravvivere la ricetta della Pastiera durante gli anni del Medioevo, aggiungendo agli antichi ingredienti quelli utilizzati ancora oggi: ricotta, acqua millefiori e spezie orientali. Il loro monastero sorgeva proprio lì dove sorgeva il tempio di Cerere.

La regina che non sorride mai

La Pastiera sopravvisse ai secoli ed arrivò fino al regno dei Borbone.

Si narra che fosse particolarmente apprezzata dal re Ferdinando II, ma non per il suo gusto: pare infatti che la Pastiera fosse l’unica cosa in grado di far sorridere la moglie, la regina Maria Teresa di Savoia. 

La donna aveva sempre un’espressione triste, al punto da essere nota come “la regina che non sorride mai“. Pare che Ferdinando II, quando per la prima volta Maria Teresa assaggiò la Pastiera, avrebbe addirittura dichiarato:

Per far sorridere mia moglie ci voleva la Pastiera, ora dovrò aspettare la prossima Pasqua per vederla sorridere di nuovo.

La prima Pastiera napoletana

La Pastiera è per Napoli senza dubbio un dolce speciale: è un dolce magico, divino, donato ad una sirena e creato dagli dei del mare; rappresenta la primavera, divinità nuove ed antiche; è un ritratto della città e fa sorridere le regine più austere.

Non ci resta che assaggiarla di nuovo, ancora una volta, domani, quando verrà sfornata la prima Pastiera dell’anno.

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Sapori Leggendari della Campania: ecco perché si mangiano le lenticchie a Capodanno

Ogni Capodanno le lenticchie fanno la loro comparsa sulle nostre tavole, ed anche chi non ama il loro sapore si sforza di mangiarne giù almeno un cucchiaino: questo perché si dice che mangiare le lenticchie il primo dell’anno porti fortuna, denaro e ricchezze. 

Augurandovi un anno felice e sereno, nella speranza che le lenticchie compiano la loro magia, BussoLaTavola svela per voi tutti i segreti di questi antichi legumi!

Un legume antico

Sembra che le lenticchie siano uno dei legumi più antichi che siano stati coltivati dall’uomo, presenti in Asia già dal 7000 a.C. ed arrivate nel Mediterraneo grazie ai commerci. Sono presenti nella dieta umana da così tanto tempo da essere citate anche nell’antico Testamento.

Le lenticchie si diffusero molto in fretta e vennero apprezzate per le loro caratteristiche: erano infatti così nutrienti da essere soprannominate “la carne dei poveri”. Il loro consumo fu massiccio presso qualsiasi civiltà che le conobbe, dalla Turchia alla Grecia, fino a Roma.

Una tradizione Romana

Già gli antichi Romani associavano il consumo delle lenticchie ad un rituale beneaugurante: a Roma era tradizione, infatti, regalare sacche di cuoio piene di questi legumi il primo giorno dell’anno. 

Chiunque avesse cucinato e consumato il contenuto della “scarsella” (la sacca di cuoio) prima di mezzanotte, avrebbe ottenuto entro la fine dell’anno benessere e ricchezze.

Il motivo alla base di questo rituale è probabilmente estetico: le lenticchie hanno infatti una forma simile a quella di piccole monete.

Lenticchie per tutti!

Questo Capodanno, dunque, mangiate almeno un cucchiaino di queste piccole “monete”: chissà che gli antichi romani non avessero ragione, e che questo assaggio non ve ne porti di più preziose!

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Food&Drink

KFC al Centro Commerciale Campania: c’è la data!

centro commerciale campania

Kentucky Fried Chicken, la famosa catena americana di Fast-Food incentrata sul pollo fritto, arriva al Centro Campania il 19 dicembre. 

Quello di Marcianise è il secondo punto vendita in Campania, dopo quello inaugurato nel 2017, nel centro commerciale La Cartiera di Pompei. Al primo piano del Centro Commerciale Campania, prenderà il posto del ristorante “Casa Clerici“: il locale rosa sarà svuotato del merchandise dedicato alla presentatrice. E al posto delle poltroncine da salotto e i gadget de “La prova del cuoco”, saranno disposti cartonati del colonnello Sanders; il pollo fritto regnerà sovrano, in ogni sua declinazione e con una particolare ricetta segreta, conosciuta da pochissimi eletti.

Kentucky Fried Chicken (letteralmente “pollo fritto del Kentucky”), sigla KFC, è infatti frutto di una specialissima unione di farina ed erbe. La sola cosa che viene indicata dal creatore della catena e della ricetta è l’aver utilizzato “una pala per scavare un tunnel nella farina ed avere precedentemente mescolato le erbe e gli aromi”.

“Stiamo arrivando”, al Centro Campania apre il KFC

L’inaugurazione

Il brand facente parte del gruppo Yum! (come anche Pizza Hut e Taco Bell), aprirà la nuova sede il 19 dicembre, per chiunque voglia passare assaggiare il famoso pollo americano, l’appuntamento è al Centro Commerciale Campania.

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EventiFood&Drink

Sal De Riso premiato come miglior pasticciere-imprenditore dell’anno

Salvatore “Sal” De Riso, ambasciatore del bello e del buono della Costa d’Amalfi, è stato premiato ai Foodcommunity Awards di Milano come “miglior pasticciere-imprenditore dell’anno” con questa motivazione: Uomo e imprenditore prima che pasticcere ha creato ricchezza per il territorio valorizzando le eccellenze della Costiera Amalfitana ed esportandole in tutto il mondo”.

Sal De Riso, che gareggiava insieme ai più grandi nomi della pasticceria italiana (Ernst Knam, Iginio Massari, Roberto Rinaldini, Andrea e Giacomo Besuschio, Davide Comaschi Gianluca Fusto) è stato premiato grazie ad un’analisi di dati redazionali e di risultati emersi dalle ricerche effettuate nel corso degli ultimi 12 mesi dalla redazione di Foodcommunity.it, la cui valutazione ha tenuto conto delle informazioni pubbliche di natura economica, industriale e commerciale nel periodo di riferimento. Inoltre, in questa edizione è stato dato ancora maggiore risalto alle startup, agli studi di architettura coinvolti nella progettazione degli esercizi del settore, alla ristorazione alberghiera e all’impegno delle realtà che hanno deciso di puntare sull’internazionalizzazione del brand.

 

 

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CulturaFood&Drink

Sapori Leggendari del Natale: la rotonda storia degli Struffoli

C’è un dolce, a Natale, che mette d’accordo tutti i campani: gli Struffoli, talvolta chiamati anche “Strangola-preti” o “Strangolaprevete”.

Che li preferiate carichi di miele come vuole la tradizione o un pochino più asciutti, che amiate riempirli di canditi o di diavoletti di zucchero, non importa: le palline fritte che ogni Natale invadono le nostre tavole ogni anno piacciono davvero a chiunque.

Ma conoscete davvero la storia degli struffoli? Sapete perché sono un dolce strettamente legato al periodo Natalizio?

Questa settimana vi raccontiamo delle loro origini antiche e del viaggio che hanno compiuto per arrivare fino a noi, della loro simbologia e del loro sapore delizioso: ecco a voi la storia degli Struffoli.

Strongolous e Loukomades

Gli Struffoli sono un dolce giunto a Napoli molto, molto tempo fa, insieme ai Greci che approdarono sulle sue coste per costruire una nuova città.

Il miele che li ricopre, la dolcezza che li contraddistingue e la pasta fritta di cui sono fatti sarebbero un’ulteriore prova della loro origine ellenica: questi elementi ricordano tantissimo infatti i sapori dei dolci greci.

In particolare, c’è un dolce che somiglia davvero molto agli struffoli: si tratta di zeppoline dolci chiamate Loukomades, che proprio come gli struffoli sono fritte e ricoperte di miele  e che al posto di confettini e “diavulilli” sono guarniti con granella di noci, mandorle e con una spolverata di cannella.

L’etimologia del nome degli Struffoli  è incerta, ma una delle ipotesi più accreditate è che derivi dall’unione delle parole greche “Strongulous”, che significa “rotondo”, e “Pristos” che vuol dire tagliato: piccole sfere, rotonde e tagliate, cioè proprio ciò che gli Struffoli sono.

Un’altra ipotesi è che la parola “Struffolo” derivi da strofinare, ovvero dal movimento compiuto per lavorare il loro impasto.

Struffoli donati e Struffoli segreti

Gli Struffoli ebbero grande fortuna a Napoli, e non solo ai tempi del Greci.

La ricetta venne conservata, nel Medioevo, grazie ad alcuni conventi: qui le suore continuarono a cucinarli per secoli, dandoli in dono alle famiglie della nobiltà napoletana che s’erano distinte per le loro opere di carità. 

Con il trascorrere del tempo si vennero a creare tante piccole varianti della ricetta degli Struffoli, tramandate in gran segreto di generazione in generazione, quasi come se decidere quanti diavulilli spolverarvi sopra fosse una magia o un rituale esoterico.

Ogni napoletano e campano ne conosce una versione diversa, e chiunque vi dirà che la “sua” è la ricetta autentica ed originale, quella dei veri struffoli. La verità è che, oltre le piccole differenze, ci sono poche ma fondamentali caratteristiche per cucinare degli autentici Struffoli napoletani: le palline fritte devono essere il più piccole possibile, per poter raccogliere più miele, e quest’ultimo deve essere decisamente abbondante.

Questo non solo perché ne gioverà il sapore del piatto, ma anche perché il miele è collegato alla figura di Gesù e dunque al Natale.

La roccia che dà miele

Il miele è in realtà citato spesso nei testi sacri Cristiani e Cattolici: nell’Esodo il miele viene paragonato alla manna ed alla parola di Dio, e come questa cade dal cielo per nutrire e saziare gli uomini; il miele viene anche da una “roccia”: e così viene definito Gesù Cristo, come “la roccia che dà miele” e che con le sue parole buone  colma di dolcezza e speranza chi gli presta ascolto.

L’amore viene spesso paragonato al miele nei testi sacri, sia quello che intercorre tra sposo e sposa che quello di Gesù nei confronti degli uomini.

E’ anche per questo che i mielosi Struffoli sono probabilmente diventati uno dei dolci tipici del Natale: uno dei loro ingredienti principali era strettamente collegato ad una simbologia cattolica e cristiana riguardante l’amore, Dio e soprattutto Gesù. 

Che lo si faccia seguendo questo spirito religioso o preferendo le sue origini pagane, è certo che gustare questo dolce Natalizio fa bene e rincuora sia il corpo che lo spirito. 

E voi? Amate il sapore mieloso degli Struffoli? Avete una vostra ricetta “segreta”, oppure vi affidate alle mani sapienti di nonni, genitori o pasticceri? 

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