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Il fast food KFC sbarca al Centro commerciale Campania

La nota catena di fast food Kentucky Fried Chicken, meglio nota come KFC, dopo la prima apertura in Campania al centro “La Cartiera” di Pompei, è pronta ad aprire i battenti al Centro commerciale Campania di Marcianise. Numerose le foto scattate dai clienti del centro commerciale al cartellone “stiamo arrivando” con la sagoma dell’ormai famigerato colonnello, simbolo del fast food.

La storia

Nata negli Stati Uniti nel 1930, Kentucky Fried Chicken è oggi la più famosa catena al mondo di ristoranti che servono pollo: con oltre 19.000 locali in 116 Paesi dà lavoro a 750.000 persone nel mondo. In Italia KFC arriva nel 2014: l’obiettivo è arrivare a 100 locali nei prossimi 5 anni. KFC è una società del gruppo Yum! Brands che comprende anche i marchi Pizza Hut e Taco Bell.

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Sapori Leggendari: il fantasma delle Sfogliatelle

Frolla o riccia che la si preferisca, tutti amano il sapore della sfogliatella – ed il suo profumo.

Ma Napoli è una città maledetta, le cui strade sono affollate più da fantasmi che cittadini, e persino la deliziosa storia della sfogliatella cela intrighi, segreti e spettri: ancora oggi, la sera, un odore di sfogliatelle si manifesta misteriosamente insieme al suono straziante di un pianto nei pressi del vecchio policlinico.

Questa settimana vi raccontiamo la storia del fantasma delle sfogliatelle.

Tre sorelle

Lì dove oggi sorge il complesso del vecchio policlinico, prima si ergeva il Monastero di Croce Lucca di Napoli.

Il Monastero era particolarmente ambito dalle famiglie della nobiltà napoletana. Per assicurare un posto alle proprie figlie tra le mura del complesso religioso, ed anche per contrastare le voci secondo cui voleva spingere le tre ragazze alla vita monacale per risparmiare sulla dote, il principe di Cellamare ristrutturò l’edificio e vi apportò numerose migliorie.

Le tre ragazze vennero dunque accolte nel Monastero, dove vissero insieme per anni senza farsi mancare alcuna comodità.

Una gara di cucina

All’epoca i vari monasteri della città erano soliti partecipare ad una gara culinaria. La gara aveva cadenza annuale ed ogni monastero aveva aveva un proprio cavallo di battaglia: quello del monastero di Croce Lucca di Napoli era proprio la sfogliatella.

Ciascuno dei partecipanti alla gara teneva ben nascoste le proprie ricette, nonostante non mancassero, ogni anno, i tentativi di furto e spionaggio. Ognuno dei conventi avrebbe pagato oro per conoscere i segreti degli altri partecipanti, per poter far proprie le ricette squisite che ad ogni gara venivano proposte; ma, fino ad un certo punto, le ricette non uscirono mai dalle cucine dei monasteri.

Pintauro ed Aurelia

Ma, un anno, poco dopo la gara, accadde l’impensabile: un pasticciere, Pintauro, iniziò a vendere sfogliatelle per le strade di Napoli! In qualche modo il segreto della ricetta era stato rivelato.

Iniziarono subito i sospetti e dopo poco partirono accuse e recriminazioni – ed alla fine, la colpa ricadde sulle tre sorelle Cellamare. Alcuni dissero che una di loro, Aurelia, avesse avuto una relazione col giovane Pintauro e che per questo gli avesse rivelato la ricetta segreta; altri dissero addirittura che Cellamare avesse fatto entrare la propria figlia nel monastero solo per far arrivare la ricetta a Pintauro.

Dopo quello che fu un vero e proprio interrogatorio, la madre superiora accusò le tre sorelle. Non le cacciò dal convento, ma non fu loro più permesso di avvicinarsi alle cucine. 

Non sono stata io!

Di Aurelia e delle altre sorelle Cellamare non sappiamo molto, da qui in poi. Mai fu confermata la storia d’amore tra la fanciulla e Pintauro, e se c’è stata non ne conosciamo le definitive sorti: i due amanti continuarono a frequentarsi in segreto? O lo scandalo li separò per sempre?

Non c’è dato di saper nulla; di Aurelia sappiamo solo che, anche in punto di morte, continuò a proclamare la propria innocenza. Si dice che abbia continuato a farlo anche dopo la morte: è lei, infatti, che compare, in un profumo di sfogliatelle, nei pressi del vecchio policlinico, singhiozzando: “Non sono stata io!”.

E voi? L’avete mai vista o sentita? Avete mai sentito l’odore di queste fantasmatiche sfogliatelle?

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Sapori Leggendari: Storia dei taralli e di un tarallaro

I taralli napoletani nella città partenopea sono un must di quello che ormai viene comunemente chiamato “street food“.

Da generazioni il tarallo sugna e pepe sazia e delizia decine di palati e non lascia nessuno insoddisfatto: questa settimana vi vogliamo parlare della sua storia e di quella del tarallaro più famoso di Napoli.

Un anello assai povero

La storia del tarallo è quella che potremmo definire, in un certo senso, una storia a lieto fine. 

Il tarallo fu creato infatti dai fornai per utilizzare le strisce d’impasto avanzate dalla lavorazione del pane. Queste striscioline erano troppo piccole per poter diventare panini, così i panettieri aggiungevano all’impasto un po’ di sugna e di pepe, arrotolavano “lo sfriddo” (cioè il ritaglio di pasta) a forma d’anello e lo cuocevano in forno fino a biscottarlo.

Il tarallo rendeva felici tutti: il panettiere, che vendeva facilmente avanzi di pasta che altrimenti sarebbero stati buttati; ed il popolo, che poteva acquistare a basso costo un prodotto molto saporito.

In seguito all’impasto vennero aggiunte anche le mandorle, che resero quel piatto povero e semplice ancora più buono e nutriente.

Il mestiere del tarallaro

I taralli venivano venduti ovunque: non solo i panettieri e fornai, ma anche ambulanti e piccoli chioschi iniziarono a farlo.

Molto successo avevano a Mergellina, dove venivano sovente consumati in riva al mare. Oltre che a potersi godere un bel panorama, i degustatori di taralli potevano infatti anche mangiarli come veniva anticamente raccomandato: immergendoli ed inzuppandoli, cioè, nell’acqua di mare – pratica in realtà decisamente sconsigliabile e non particolarmente salutare.

Il tarallo veniva consumato molto anche nelle osterie, dove veniva venduto insieme ad abbondanti bicchieri di vino a basso costo, non particolarmente pregiato ma che aiutava a spegnere la sete che il pepe inevitabilmente scatenava.

Ad ogni modo, il medium più folkloristico che permetteva la vendita del tarallo napoletano era senza dubbio il tarallaro, un individuo che, armato di carretto, dopo aver preso i taralli da un panettiere li rivendeva, aggirandosi per la città e decantando le doti e i sapori del suo prodotto.

Fortunato, il re dei taralli

Tra le strade di Napoli è vissuto un tarallo decisamente più famoso degli altri, celebre a tal punto da meritarsi il titolo di “re dei taralli: il suo nome era Fortunato Bisaccia.

Fortunato nacque dalla relazione tra un cocchiere e la vedova di un ufficiale di marina. Visse sempre in una latente miseria e, non avendo avuto i mezzi per potersi conquistare un’istruzione, sin da giovanissimo iniziò a guadagnare qualche soldo come tarallaro.

Ogni mattina si recava dal fornaio Vincenzo Somma, che aveva nomea d’avere uno dei migliori forni di Napoli, e poi iniziava il suo lungo giro per la città coprendo i taralli con un panno per farli rimanere caldi.

Compiva il suo giro cercando di vendere la propria merce al grido di: “Fortunat’ tene a’ rrobba bella ‘nzogna ‘nzogna“, grido che l’avrebbe reso assai riconoscibile e celebre nel corso degli anni.

Nel corso degli anni, sì, perché Fortunato fu tarallaro per tutta la vita, nonostante per decine di anni avesse cercato un altro impiego stabile. Non trovandolo, ad un certo punto semplicemente si rassegnò al suo destino e vendette taralli quasi fino alla sua morte, avvenuta nel 1995.

Ma nella sua sfortuna, Fortunato ebbe comunque delle soddisfazioni: Vittorio de Sica lo volle come attore in alcune sue opere e Pino Daniele nel 1977 gli dedicò una canzone con cui ha suggellato all’immortalità Fortunato il tarallaro e le parole che gridava tutti i giorni:

Furtunato tene ‘a rrobba bella
E pe’ chesto adda allucca’
È ‘na vita ca pazzeja
P’è vie ‘e chesta città
Saluta ‘e ffemmene ‘a ‘ncoppa ‘e barcune
Viecchie giuvene e guagliune
Ce sta chi dice ca è l’anema ‘e chesta città.
Furtunato tene ‘a rrobba bella ‘nzogna ‘nzogna.
Nun è cchiù comme ‘na vòta
Ma ogne tanto se fa senti’
Cu chella voce ca trase dinto ‘o còre
E te fa muri’
Cagnano ‘e ffemmene
Cagnano ‘e barcune
E isso saluta senza penza’
Napule è comme ‘na vota
Ma nuje dicimmo ca adda cagna’.
Furtunato tene ‘a rrobba bella ‘nzogna ‘nzogna.

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Sapori Leggendari: Torta Caprese, ovvero la storia fortunata d’una torta sbagliata

Dagli errori, si dice, possono nascere gli insegnamenti e le esperienze migliori. Talvolta i detti popolari dicono proprio la verità, e questa settimana vogliamo parlarvi di uno degli errori culinari più deliziosi che ci siano: la Torta Caprese. 

A tutti sarà capitato di assaggiarla e nessuno potrà dire di non averla gradita. La Torta Caprese è uno dei piatti dolci più apprezzati della cucina campana e questa storia, che si muove tra malavita americana e cuochi ispiratamente distratti, parla proprio di lei.

Il cuoco di Capri

Le origini di questa ricetta tanto buona risalgono circa al 1920. In quegli anni viveva a Capri un cuoco un po’ distratto, noto per esser sempre con la testa tra le nuvole ma dotato di incredibile talento.  Il suo nome era Carmine Fiore e uomini e donne da tutta Italia e talvolta anche da più lontano giungevano al suo negozio e laboratorio per assaggiare qualcuna delle sue creazioni.

Carmine era infatti sì distratto, ma anche appassionato ed ambizioso. Particolarmente famosa era la sua Torta di Mandorle.

Tre Malavitosi

Proprio per assaggiare la sua specialità, giunsero al negozio di Carmine tre uomini poco raccomandabili: si trattava di tre malavitosi americani, giunti fino a Capri per acquistare delle ghette per Al Capone. Il povero Carmine, scosso e preoccupato da quell’incontro, cercò di metter particolare cura nella preparazione della Torta di Mandorle ordinata dai tre uomini, per evitare in qualsiasi modo di infastidirli o contrariarli.

Purtroppo, forse per la sua solita distrazione o forse per l’agitazione, Carmine commise un errore: dimenticò di mettere, nell’impasto del dolce, la giusta quantità di farina. Ormai convinto che quella piccola dimenticanza gli sarebbe costata la vita, estrasse dal forno la Torta, terrorizzato e disperato.

Delizie impreviste

Il cuoco quasi non credette ai suoi occhi quando vide ciò che aveva cucinato: dal forno emerse una Torta diversa da quella che era solito preparare, ma dall’aspetto altrettanto delizioso.

Ben cotta all’esterno e soffice dentro, la Torta (sbagliata) alle Mandorle si rivelò essere forse ancor più buona della versione originale, e venne apprezzata anche dai tre malavitosi, che gli chiesero addirittura la ricetta.

Carmine Fiore, incredulo della propria fortuna,trasse finalmente un sospiro di sollievo. Quell’errore non solo non gli costò la vita come aveva temuto che accadesse, ma addirittura fu la sua vera fortuna: cominciò a vendere il dolce-sbagliato chiamandolo “Torta Caprese” riscuotendo non poco successo e guadagnando fama e denaro.

La storia fortunata d’una torta sbagliata

Chiunque abbia assaggiato la Torta Caprese sa quanto possa essere buona e chi ha provato a cucinarla sa quanto possa essere complicato rendere giustizia alla ricetta: vi sareste mai aspettati che un dolce così delizioso fosse nato in circostanze tanto bizzarre e da un errore?

È proprio il caso di dire che sia la storia fortunata d’una torta sbagliata; e, per nostra fortuna, potremo continuare a godere tutti di questo spettacolare errore.

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Sapori Leggendari: Lacryma Christi, da dove deriva il suo nome?

Il Lacryma Christi è un vino campano apprezzato in tutto il mondo. Tra fonti storiche che ne confermano l’origine davvero antica e leggende cristiane, questa settimana vogliamo parlare di questo vino dal sapore così buono da essere citato in trattati storici, opere letterarie e miti.

Una terra amata da Bacco

Le viti che producono l’uva da cui deriva il Lacryma Christi crescono alle pendici del Vesuvio. Questa terra fertile produce vini da tempi remoti – già Marziale scrive in fatti, facendo riferimento a questo:

Haec iuga quam Nysae colles plus Bacchus amavit – Bacco amò queste colline più delle native colline di Nisa.

La terra dell Vesuvio è particolarmente fertile e la sua composizione dona un sapore unico a tutto quello che vi cresce: i vitigni non fanno eccezione. Questi discendono direttamente dagli antichi Aminei di Tessaglia, ed il terreno vulcanico contribuisce a dare carattere agli acini d’uva da cui il vino deriva.

Le lacrime di Cristo

In molti hanno cercato un motivo che spiegasse il nome del vino Lacryma Christi, nome che ad oggi rimane ancora ammantato di mistero.

Una delle leggende vede Cristo struggersi per la Campania – leggenda che questo vino condivide in parte con altri prodotti che crescono alle pendici del Vesuvio, come il pomodorino del piennolo: Lucifero, nel cadere verso gli inferi, avrebbe strappato un pezzo di Paradiso e lo avrebbe portato sulla terra.

Il tocco di Lucifero l’avrebbe resa infertile, e Gesù Cristo, commosso da tanta bellezza ormai contaminata dal tocco del demonio, avrebbe pianto copiose lacrime. Le lacrime avrebbero bagnato la terra, donandole non solo di nuovo fecondità, ma particolare ricchezza: quando nel luogo dove le lacrime caddero venne coltivata la vite, questa si rivelò essere particolarmente saporita e preziosa.

La sete di un mendicante

Un’altra leggenda, che ha sempre come protagonista Gesù Cristo, racconta invece che questi vagasse alle pendici del Vesuvio sotto le mentite spoglie di un mendicante.

Giunto alla casa di un eremita che viveva nei pressi del Vulcano, Gesù avrebbe chiesto all’uomo qualcosa da bere, presentandosi come un bisognoso assetato.

L’eremita con grande generosità avrebbe dissetato e rifocillato Gesù che, per ricompensare l’uomo, avrebbe trasformato la sua acqua in un vino delizioso come non se ne erano mai visti né saggiati – il Lacryma Christi.

Le lacrime dell’uva

Accanto a queste leggende di matrice cattolica si diffuse, anni fa, la convinzione che il nome di questo vino pregiato derivasse dal fatto che i suoi acini d’uva fossero così dolci da stillare lacrime di zucchero.

Per quanto suggestive, purtroppo queste voci si rivelarono false ed infondate. 

Un inebriante mistero

L’origine del nome di questo vino rosso, bianco e rosato rimane dunque un inebriante mistero.

Ma che le sue origini siano reali o pagane non importa; come ci invita a fare anche Curzio Malaparte nel suo celebre romanzo “La pelle”, non ci resta che versarci un calice di “questo sacro, antico vino” e goderci il suo sapore unico.

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Sapori leggendari: il mistero della pasta alla genovese

Ci sono alcune domande che l’umanità per sua natura s’è sempre posta: chi siamo? Da dove veniamo? Qual è il senso della vita? Ma, soprattutto: perché la genovese, che è un piatto tipico napoletano, si chiama così?

Questa settimana vi racconteremo di alcune leggende, libri e dicerie che provano a spiegare quest’annosa questione.

La Genovese

La pasta alla genovese è uno dei piatti più saporiti che è possibile assaggiare a Napoli.

La genovese è un sugo bianco, senza pomodoro, denso e corposo, i cui ingredienti fondamentali sono cipolle e carne. Questo sugo ha in comune col ragù napoletano non solo la celebrità, ma anche il fatto che, per essere preparato a regola d’arte, deve cuocere diverse ore a fuoco lento.

Ci sono piccole varianti riguardo la ricetta, che si trasforma e cambia non solo di provincia in provincia ma addirittura tra i diversi quartieri della città. Le regole fondamentali tuttavia sono due: la cipolla utilizzata deve essere quella “ramata“, e la pasta deve essere “doppia”. Quasi tutte le ricette prevedono che si usino gli ziti – chiamati anticamente “zite”, cioè spose, perché erano la forma di pasta prediletta per i banchetti di nozze.

Conclamata tuttavia la bontà e la ricetta della Genovese, rimane in sospeso la grande, vera domanda che la riguarda: perché, se è un piatto squisitamente napoletano, si chiama così?

I marinai

Esistono diverse risposte a questa domanda, e non possibile dire quale sia quella corretta.

La prima ipotesi affonda le sue radici fino al XV secolo, nel periodo aragonese di Napoli. Il quell’epoca al porto della città attraccavano numerose navi commerciali, che portavano merci ed oggetti da tutto il mondo.

Si dice che tra i marinai che più di frequente si ritrovavano così a visitare la città ci fossero quelli genovesi, le cui navi arrivavano al porto di Napoli almeno una volta a settimana. Nel corso del tempo sorsero dunque tra le strade della città numerose bettole che, per sfamare i marinai genovesi, preparavano un sugo a base di carne e cipolle a loro particolarmente gradito: appunto, la genovese.

Il cuoco

C’è una leggenda secondo cui, invece, il nome del piatto deriverebbe dalle origini del suo creatore.

Un uomo di Genova, che alcuni dicono fosse proprio uno dei marinai di cui abbiamo parlato prima, si innamorò della città e vi si stabilì. Qui aprì un’osteria, dove avrebbe cominciato a servire un piatto inedito e di sua invenzione, a base di carne e cipolla. Siccome il piatto non aveva nome, i cittadini napoletani cominciarono a chiamarlo come “la pasta del genovese“, che si sarebbe poi evoluto nel corso dei secoli come “pasta alla genovese”.

In un’altra versione di questa stessa storia, il creatore del piatto non sarebbe stato di origini genovesi ma avrebbe avuto, come soprannome, ‘O Genovese – nomignolo da cui sarebbe poi derivato il nome del celeberrimo piatto.

Origini antiche

Nonostante tutte queste leggende facciano riferimento al periodo aragonese di Napoli, da alcune fonti pare che la Genovese abbia origini più antiche.

Sembra infatti che un piatto identico alla pasta alla genovese sia citato in un manoscritto medioevale, scritto in latino volgare, che ha come oggetto la cucina napoletana. Il manoscritto, chiamato “Liber de Coquina“, è dedicato a Carlo II d’Angiò e sembra risalire al 1300.

L’autore, anonimo, elenca una serie di ricette, e la numero 66, chiamata “De Tria Ianuensis“, cioè della Tria Genovese, è la precisa descrizione della ricetta odierna.

Un mistero irrisolto

Non possiamo dunque sapere con precisione quale sia la soluzione a questo mistero. Quel che è certo è che la pasta alla genovese è uno dei piatti più buoni e dal sapore più deciso della cucina campana; in attesa di trovare risposta certa alla questione del suo nome, non possiamo far altro che continuare a gustarla, ringraziando, qualsiasi sia la sua origine o il suo nome, il suo creatore.

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Sapori Leggendari: la regale storia delle cozze

Le cozze, soprattutto nella variante di alcune ricette, sono considerate un piatto povero.

Tuttavia in passato sono state apprezzate da palati decisamente nobili, ed alcune delle preparazioni che le riguardano hanno origini addirittura regali: questa settimana ve ne parliamo.

Un Re goloso

Pare che un re del regno di Napoli, nello specifico Ferdinando I di Borbone (noto anche come Ferdinando IV di Napoli e Ferdinando III di Sicilia ) fosse particolarmente amante del buon cibo.

Sembra che questo re buongustaio fosse soprattutto ghiotto di piatti a base di pesce. Uno dei suoi ingredienti favoriti erano le cozze, che si dice andasse a pescare lui stesso, insieme ad un uomo di fiducia, a Posillipo.

Era tanto abile in questa attività che il bottino era al punto abbondante da non consentirgli di mangiare tutto il pescato, e così andava lui stesso in prima persona a venderlo al mercato. L’attività divenne abituale, tanto che il popolo che aveva a che fare con lui, che prima lo trattava con riverenza e timore, cominciò a parlare al Re con familiarità, cercando di trattare sul prezzo di quanto vendeva (che, a quanto pare, era in partenza abbastanza esoso).

Possiamo leggere, per esempio, di un episodio riguardante la pesca e la vendita del pescato del Re tra le pagine del libro “Segrete memorie e criticismo della corte” di J. Garani:

Ferdinando non era solito prestare confidenza a nessuno, ed essendo questa l’unica occasione in cui i suoi sudditi potevano avvicinarlo, si arrivò ad un vero divertimento quando iniziò la vendita del pescato.

Egli cercò di vendere ad un prezzo possibilmente alto, afferrando il pesce con le mani e mostrandolo ancora guizzante.

I Napoletani iniziarono a trattare il sovrano con moltissima familiarità e lo ingiuriavano persino con volgarità grossolane. Ferdinando si divertì tanto per i loro lazzi e spesso rise di buon grado.

Dopo la vendita ritornò a corte e raccontò alla regina tutto sulla pesca e sul denaro guadagnato. La somma fu poi devoluta ai poveri.

Le cozzeche dint’â connola

Questo Re goloso ed amato dal popolo non si limitava tuttavia a pescare, a vendere e a mangiare le cozze, ma ha inventato anche diverse ricette che le riguardano.

La prima, conosciuta come le “cozzeche dint’â connola“, cozze in culla, è probabilmente la più sontuosa: dei pomodori, svuotati della polpa, venivano riempiti di cozze e ricoperti di pan grattato, prezzemolo, origano, aglio e capperi tritati ed infornati.

La bontà del piatto era conosciuta in tutta Napoli, anche se in pochi potevano permetterselo.

Peccati di gola

Una ricetta ideata dal Re decisamente più povera e lievemente più abbordabile era quella della zuppa ‘e cozecche cu ‘o rosso“, cioè quella della zuppa di cozze con la salsa forte di peperoni.

La storia che riguarda la nascita di questa ricetta è abbastanza divertente: la golosità del Re era nota a tutti, al popolo ed alla nobiltà. Un frate domenicano particolarmente apprezzato dal monarca, Gregorio Maria Rocco, non approvava il peccaminoso amore del Re Ferdinando per il buon cibo e per i sapori e lo pregò di limitare la consumazione di pasti prelibati almeno per la settimana santa.

Il Re, che amava e rispettava il frate, voleva obbedire al suo monito, e per farlo senza rinunciare al gusto cercò un escamotage: s’impegnò per trovare una ricetta che potesse essere considerata povera e soprattutto semplice ma che fosse anche altrettanto buona. Con furbizia ideò così la zuppa di cozze con la salsa forte di peperoni, piatto decisamente meno complicato rispetto alle altre ricette con cui era solito deliziarsi.

Cozze o lumache nella settimana santa

La ricetta, che non fu per niente apprezzata dalla regina Maria Carolina, che odiava la cucina napoletana, si diffuse in tutto il regno. La ricetta giunse anche negli strati più poveri della popolazione. Tuttavia non molti potevano comunque permettersi di preparare il piatto con l’ingrediente originale, e sostituirono le cozze con le lumache di mare.

Il successo fu incredibile e, ancora oggi, soprattutto nella settimana santa, a Napoli si consuma questo piatto povero dai natali tanto illustri. L’anima del Re goloso che l’ha ideato sarebbe decisamente orgogliosa del suo popolo buongustaio.

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“A settembre, dieta”: ecco come rimettersi in forma

A settembre, dieta? Perché no. Settembre è il mese dei buoni propositi e dei nuovi inizi. L’estate non ha solo schiarito i nostri capelli, reso la pelle più scura, allontanato lo stress dell’inverno: ha anche cambiato la nostra routine, e prima di tutto le nostre abitudini alimentari. Per questo motivo, abbiamo intervistato la dottoressa Caterina Esposito, biologa nutrizionista, e chiesto come fare per rimetterci in carreggiata dopo mesi di pasti fuori orario e aperitivi al tramonto.

Dottoressa, quali sono gli errori che tendiamo a compiere durante l’estate?
Sicuramente non seguire più i ritmi di prima: si saltano i pasti, mangiamo di più fuori casa e negli orari più diversi. Il nostro corpo è abitudinario: sente che sta per arrivare l’ora di pranzo o di cena, e se non arriva ciò che si aspetta, ne soffre e il metabolismo rallenta.

E riguardo il mangiare fuori casa…
Vanno sempre più di moda gli aperitivi in spiaggia. Sono certamente un bel modo per trascorrere l’estate, ma non tra i più salutari. Se consideriamo che un grammo di alcol apporta 7 calorie, e un grammo di grasso ne apporta 9, proteine e carboidrati apportano circa 4 calorie, si capisce che l’alcol, in quanto a calorie, è secondo ai grassi. Accanto a una birra o uno spritz, aggiungiamo stuzzichini e patatine che ci saziano, e finiamo ancora una volta col mangiare fuori orario di sera.

Ma ormai il danno è fatto e si recupera con una giusta dieta a settembre. Quali rimedi possiamo adottare per rimetterci in forma?

tisaneCome ho detto prima, innanzitutto riprendere il ritmo. La colazione è fondamentale. Il corpo di notte è a digiuno e consuma tutte le riserve di glucosio. Se al mattino non mangiamo, il corpo va a consumare le riserve dei muscoli, perdiamo massa muscolare, e il metabolismo rallenta. E poi, è importante bere tanta acqua per ripristinare le perdite estive tra sudore, e così via. Vanno bene anche tisane fredde al tarassaco e al cardomariano che sono depurativi, e all’ibisco che è antiossidante.

 

E per quanto riguarda il cibo, invece?
Verdura a volontà. Un ottimo rimedio può essere l’insalata iceberg, che contiene molta acqua, ma anche le ultime frutte estive (circa 300, 400 gr di frutta). Questo migliora anche la pelle che è stata esposta per molto tempo al sole. Per la pelle, anche frutta secca, ricca di proteine, e magnesio. Per la verdura, il mio consiglio è di mangiarla sempre a inizio pasto, in modo da non mangiarne poca perché siamo già sazi.

C’è qualcosa da non fare?
Mai saltare i pasti. Colazione, pranzo e cena non sono sempre sufficienti. Se si affronta una lunga giornata è opportuno fare spuntini: yogurt, frutta secca, crackers, cibi semplici. È inutile introdurre nel corpo conservanti o calorie, di cui non abbiamo bisogno. Attenzione anche ai condimenti: bisogna imparare a pesare il cibo.

Settembre è anche il mese della palestra e dei buoni propositi. Quanto influisce lo sport sulla dieta?
Tantissimo. Dieta e sport dovrebbero andare a braccetto: se faccio sport devo assolutamente seguire una dieta, e viceversa. Ciò che introduco deve essere pari a ciò che consumo. Se sto attento a ciò che mangio ma nel frattempo faccio sport, consumo calorie e dimagrisco. E questo ha un effetto a lungo termine: anche se dopo un mese, mi concedo di mangiare di più nel week-end, continuando a fare attività fisica e mangiare regolarmente, il corpo ormai ha capito che può anche non accumulare cibo e bruciarne di più, perché non teme, diciamo così, di restare poi all’asciutto.

E allora, togliamo pure il punto interrogativo dalla nostra domanda iniziale. Immaginiamo, almeno per un giorno, che sia possibile rimettersi in forma. A settembre, dieta.

 

 

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Sagra della Nocciola e del Cinghiale a Gaiano di Fisciano

Appuntamento da non perdere con la 35° sagra della Nocciola e del Cinghiale, in scena a Gaiano di Fisciano, dal 29 agosto al 1 settembre.

 A Fisciano, specificamente a Gaiano, in provincia di Salerno, dal 29 agosto al 1 settembre si svolgerà la 35° edizione della Sagra della Nocciola e del Cinghiale.

L’accesso alla sagra è gratuito. Tutte le sere gli stand gastronomici apriranno alle ore 20 e le serate saranno animate da diversi gruppi di musica popolare a partire dalle 22.

Nata dalla volontà di un gruppo di Gaianesi di valorizzare la nocciola e, al contempo, di far riscoprire la qualità della carne di cinghiale, quella di Gaiano è diventata una sagra apprezzata in tutta la regione.

I visitatori potranno gustare diversi piatti della tradizione locale, dove a farla da padrone sarà la carne di cinghiale. Tra le specialità, i fusilli al tegamino, serviti con il ragù di cinghiale, poi costine e salsiccia di cinghialespezzatino di cinghiale fritto, servito con le pupacchiole, oppure in umido. Ai piatti di carne di cinghiale, si aggiungono dolci alla nocciola e, infine, caffè e liquore (‘rigorosamente’ alla nocciola!).

Il programma

La sagra avrà inizio giovedì 29 agosto, con un corteo in costumi tipici alle 18:30, seguito dall’apertura degli stand gastronomici alle 20. Lo spettacolo musicale a cura del gruppo “Caffeina Band”, invece, inizierà alle 22. Ad animare la serata del 30 agosto, il gruppo di musica popolare “A Tammorra e Castielle”, mentre il 31 agosto sarà la volta del gruppo “Core a Core” e il 1 settembre si esibirà il gruppo “Chiaroscuro”.

Per informazioni e aggiornamenti, vi consigliamo di consultare la pagina Facebook della sagra.

 

#BussoLaSagra

Con la nostra rubrica #BussoLaSagra ci siamo occupati di diverse sagre in Campania. Ecco un elenco dei nostri suggerimenti:

Sagre in provincia di Salerno, sagre in provincia di Benevento, sagre in provincia di Napoli, sagre in provincia di Caserta, sagre in provincia di Avellino.

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Bufala Fest: non solo mozzarella sul Lungomare di Napoli

Il “Bufala Fest – non solo mozzarella” torna ad animare il Lungomare Caracciolo. Non solo cibo, ma una manifestazione ricca di workshop, contest e spettacoli.

Napoli si sta preparando a celebrare anche quest’anno la mozzarella di bufala. La kermesse enogastronomica Bufala Fest si svolgerà dal 31 agosto all’8 settembre sul Lungomare Caracciolo con un ricco programma di eventi.

Al centro della scena, ovviamente, la mozzarella di bufala, che sarà la regina delle degustazioni ideate e preparate dagli espositori presenti alla manifestazione.

Accesso gratuito e diversi menù

L’accesso al villaggio  e agli eventi del Bufala Fest è gratuito: i visitatori potranno partecipare ai diversi workshopcontest e spettacoli presenti in programma. Invece, chi vorrà gustare i menù proposti dagli espositori avrà la possibilità di scegliere tra tre differenti tipologie di biglietto:

  • Menù Adulto: costo 15 euro. Comprende: 1 pasto; 1 dolce o gelato o salato; 1 bevanda; 1 caffè; 1 liquore.
  • Menù Bambino: costo 12 euro. Comprende: 1 pizza o panino; 1 bevanda analcolica; 1 graffa o 1 gelato.
  • Menù Gluten Free: costo 13 euro. Comprende: 1 pizza; 1 bevanda e 1 dolce.

Il tema della 5° edizione è il #Benessere, con il quale si vuole esaltare il connubio tra genuinità, gusto e qualità dei prodotti.

Contest e intrattenimento

Non solo mozzarella: infatti i nove giorni della manifestazione saranno ricchi di eventi. Oltre ai tanti workshop, il 2 e il 3 settembre, cento pizzaioli provenienti da tutto il mondo si sfideranno per conquistare l’ambito Trofeo Pulcinella. La manifestazione ospiterà anche la seconda edizione del contest I Sapori della Filiera, una competizione che coinvolgerà tutti gli operatori del settore food, che si sfideranno a colpi di ‘prodotti bufalini’. Nell’Arena del Gusto, chef stellati proporranno al pubblico Show Cooking stellari.

Inoltre, tutte le sere a partire dalle ore 21:30, cantanti, comici e artisti di fama nazionale ed internazionale si alterneranno sul palco del Bufala Fest. Ecco un assaggio del programma recentemente pubblicato.

Spettacoli e concerti

Sabato 31 agosto gli speaker e gli artisti di Radio Marte proporranno il loro show. Il 1 settembre i protagonisti del palcoscenico saranno Francesco Da Vinci, Nicola Siciliano e VMonster. Il 2 settembre, invece, sarà la volta del cantante Marco Carta, seguito dalla comicità di Peppe Iodice.

Spazio alla canzone napoletana il 3 settembre, con le performance di Antonello Rondi, Gino Da Vinci e Anna Merolla, mentre il 4 settembre di nuovo un mix di comicità e canzone, con Rosalia Porcaro e i Neri per Caso. Giovedì 5 settembre sarà il turno di Maria Nazionale, mentre il 6 settembre si assisterà ad uno spettacolo dei comici Radio Rockets, seguito dal concerto di Anna Tatangelo. La scena si colorerà di jazz sabato 7 settembre, con il concerto di Mario Venuti, seguito domenica 8 settembre dal gran finale affidato a Sal Da Vinci.

Vi consigliamo di consultare il sito ufficiale per tutte le informazioni e gli aggiornamenti.

#BussoLaSagra

Con la nostra rubrica #BussoLaSagra ci siamo occupati di diverse sagre in Campania. Ecco un elenco dei nostri suggerimenti:

Sagre in provincia di Salerno, sagre in provincia di Benevento, sagre in provincia di Napoli, sagre in provincia di Caserta, sagre in provincia di Avellino.

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