close

Food&Drink

Food&Drink

Pianura, maxi sequestro al ristorante di Peppe Di Napoli

117 kg di pesce sono stati sequestrati dai Nas nel ristorante dello chef Peppe Di Napoli perché privi di tracciabilità.

Dopo il sequestro dei prodotti ittici privi di tracciabilità nel suo ristorante di Pianura, lo chef Di Napoli si difende sui social. “Chiariremo tutto” afferma, informando che il ristorante sarà comunque aperto già da domani.
Oltre al sequestro di prodotti pari ad un valore di 3.000 Euro, i Carabinieri Nas e gli operatori dell’Asl hanno anche riscontrato altre problematiche. Lo chef di Pianura è stato, infatti, diffidato per uso difforme della cucina, utilizzata in orari non previsti e con carenze igienico sanitarie, strutturali e documentali. Di Napoli, diventato famoso per le sue dirette social durante il lockdown, essendo rappresentante del ristorante, si è detto “favorevole ai controlli”.

Chiariremo ogni aspetto della vicenda e ci assumeremo le nostre responsabilità se c’è stata una disattenzione o un’irregolarità formale. Da domani saremo già aperti, vi aspetto.

Oltre al sequestro della merce, l’attività rischia di subire una contravvenzione da 2.500 euro.

Continua a seguire il nostro sito e la pagina Facebook La Bussola TV per orientarti e informarti in Campania. Siamo anche su Instagram!

leggi tutto
CulturaFood&Drink

BussoLaTavola // Storia dello strano nome degli Spaghetti alla Puttanesca

Inutile mentire: ce lo siamo chiesto tutti.

Ogni volta che abbiamo mangiato questo primo piatto tipicamente napoletano ognuno di noi, nessuno escluso, si è domandato il perché del suo nome: stiamo parlando, naturalmente, dei deliziosi quanto misteriosi “Spaghetti alla Puttanesca“.

Si tratta di un nome davvero strano che nulla ha a che vedere con i suoi ingredienti – capperi, olive, olio, origano e l’immancabile pomodoro.

Nel corso del tempo sono state formulate diverse ipotesi a riguardo e sull’origine di questo nome bizzarro ci sono innumerevoli storie. Quest’oggi #BussoLaTavola vi racconta quelle più antiche e contemporaneamente curiose: ecco, dunque, perché gli Spaghetti alla Puttanesca si chiamano così.

I Quartieri Spagnoli

Una delle ipotesi più accreditate è quella riportata dal gastronomo Arthur Schwartz nel suo libro “Naples at table“.

Per quanto riguarda la sua origine etimologica,

scrive Schwartz

il termine “Puttanesca” è stato oggetto degli sforzi di immaginazione di molti studiosi, che hanno tentato in ogni modo di trovare la soluzione all’enigma.

Lo studioso spiega che è molto probabile che questo piatto sia nato in una casa di appuntamenti dei Quartieri Spagnoli di Napoli.

Nei primi anni del 1900 non erano poche, infatti, le case di piacere presenti nel caratteristico quartiere.

Gli ospiti che frequentavano questi luoghi erano soliti sostarvi per molte ore, e così in una delle case, su richiesta dei clienti, si iniziò a servire anche del cibo. Si doveva trattare di ricette gustose da preparare rapidamente e dal costo contenuto: e cosa ci sarebbe mai potuto essere di meglio di un piatto di spaghetti con pomodoro, capperi e olive?

Sarebbe così nata la ricetta degli Spaghetti alla Puttanesca. Qualcuno sostiene che il piatto esistesse già ma che fosse noto, prima di diventare il piatto tipicamente servito nelle case chiuse, con il nome di “Spaghetti alla Marinara“; alcuni dicono che in realtà questo nome sia stato inventato in una casa di piacere, sì, ma romana.

Yvette la francese

Arthur Schwartz indica addirittura il nome di colei che potrebbe aver inventato questo nome (e forse la ricetta stessa): si sarebbe trattata di una delle donne che lavoravano in una delle case di appuntamenti napoletana, nota come Yvette la Francese.

A riguardo, il gastronomo scrive:

Altri sostengono che l’origine del nome sia da attribuire alla fantasia di una ragazza di vita, Yvette la Francese, che s’ispirò alle proprie origini provenzali.

Yvette, probabilmente, non era dotata solo di fantasia, ma anche di senso dell’umorismo e di un’ironia alquanto caustica, che forse sfruttò per celebrare, attraverso il nome di questo piatto, la professione più antica del mondo. 

Gli Spaghetti alla Puttanesca

Quale che sia la ragione per cui gli Spaghetti alla Puttanesca vengono chiamati in questo modo, non possiamo fare altro che ringraziare l’autore – o l’autrice – di questa ricetta deliziosa, semplice ed economica mentre rigiriamo la forchetta tra gli spaghetti per assaggiarne ancora un boccone.

_

Non perderti gli altri articoli sui sapori leggendari della Campania. Ecco gli altri articoli di #BussoLaTavola:

Continua a seguire il nostro sito e la pagina Facebook de La Bussola per orientarti e informarti in Campania. Siamo anche su Instagram!

 

 

 

leggi tutto
CulturaFood&Drink

BussoLaTavola // Lucullo e l’amore per il buon cibo

Tutti noi abbiamo sentito, almeno una volta nella vita, l’espressione “un banchetto luculliano” per indicare un pasto sontuoso e abbondante. Forse però non tutti sanno che questo modo di dire si riferisce a un personaggio storico realmente esistito: Lucio Licinio Lucullo.

Lucullo fu un uomo politico e un valoroso generale romano, ma anche un amante del lusso, dell’ozio e del buon cibo. Il suo amore per la tavola fu tale da diventare leggendario – ed è per questo che oggi  #BussoLaTavola vi parla di lui.

Lucio Licinio Lucullo

La figura di Lucullo è strettamente legata a quella del dittatore Silla. Nato nel 106 a.C. da famiglia aristocratica ma priva di ricchezze e di buona fama, combatté al fianco del dittatore numerose battaglie. La sua ambizione e la sua cultura lo condussero nelle grazie di Silla: la sua carriera militare fu una rapida e sfavillante ascesa e conquistò notevoli ricchezze e onori. 

Nel 66 a.C., tuttavia, in seguito a intrighi politici e veementi opposizioni, fu richiamato a Roma. In seguito a violente contestazioni anche da parte di Cesare si ritirò a vita privata, nelle sue ville – tra cui la celebre Villa a Napoli – dedicandosi esclusivamente ai piaceri della vita, al buon cibo e all’ozio.

Un (tipico) banchetto Luculliano

Lucullo era un’amante del lusso, della cultura e dei fasti ellenici e con il suo stile di vita contribuì a introdurli prima a Roma e poi a Napoli. In particolare divenne celebre per il suo amore per il buon cibo: i suoi banchetti divennero proverbialmente fastosi e abbondanti.

Nonostante questa passione per la tavola, tuttavia, Lucullo fu sempre attento alla qualità e ai tipi di cibi serviti e consumati alla sua tavola: ritirandosi a vita privata non si trasformò in un uomo pingue e non perse mai la sua forma atletica.

Grazie a Plutarco ci è giunto un elenco di pietanze che rappresenta il tipico banchetto Luculliano. Nell’elenco possiamo trovare:

  • Frutti di Mare;
  • Asparagi;
  • Scampi;
  • Pasticcio d’Ostrica;
  • Porchetta;
  • Pesce;
  • Anitra;
  • Lepre;
  • Pavoni;
  • Pernici;
  • Tordi;
  • Murene;
  • Storione di Rodi;
  • Dolci;
  • Vini;

Lucullo cena con Lucullo

I banchetti di Lucullo divennero dunque famosi: tutti tessevano le lodi dell’ospite e delle prelibatezze servite alla sua tavola. Il famoso oratore Cicerone, tuttavia, non si mostrò entusiasta e anzi insinuò che se ci si fosse recati nella Villa di Lucullo senza preavviso lo si sarebbe trovato a consumare un misero pasto da plebei.

Lucullo, piccato per ciò che l’oratore diceva, invitò immediatamente Cicerone e i presenti a cena, assicurando che non avrebbe avvisato i cuochi. Davanti agli occhi degli invitati si limitò a chiamare un servo, pregandolo affinché apparecchiasse nella “sala d’Apollo“.

Si trattava in realtà di un codice: il servo, sentita la parola d’ordine, capì che sarebbe stato necessario allestire un grande banchetto per ospiti importanti e numerosi. 

Così fu, e ai commensali venne servito un imponente banchetto, ricco e con decine di portate. Cicerone, incredulo, fu costretto a rimangiarsi quanto detto e Lucullo spiegò che anche quando era da solo amava godere dei piaceri del palato: per degustare le sue pietanze preferite non aveva bisogno d’altri ospiti se non di se stesso. Così, in questo contesto, divenne celebre la sua espressione “Lucullo cena con Lucullo“.

L’aragosta alla Lucullo

Esiste ancora oggi un piatto speciale che porta il nome di questo fine conoscitore del gusto: stiamo parlando dell’aragosta alla Lucullo.

Si tratta di un’aragosta divisa a metà, gratinata e cotta al forno, servita insieme a una deliziosa salsa di ostriche e acciughe. Insomma, un pasto ricco ma sano che non smentisce i gusti dell’uomo di cui porta il nome.

L’immensa villa di Lucullo

La Villa di Napoli nella quale venivano serviti questi sontuosissimi pasti era immensa: la sua superficie si espandeva dall’attuale Piazza Municipio sino al colle di Pizzofalcone e comprendeva anche l’isolotto di Megaride, dove oggi sorge Castel dell’Ovo.

La Villa di Lucullo era sfarzosa quanto i suoi banchetti: dotata di ricchissime biblioteche e complessi termali, aveva addirittura piscine e moli che garantivano l’accesso diretto al mare. All’interno della struttura erano inoltre presenti degli allevamenti di Murene e giardini lussureggianti. 

Addio e grazie per tutte le ciliegie

Nei giardini della Villa era possibile trovare alberi d’ogni genere. Lucullo era come abbiamo capito un fine gastronomo, e fu grazie a lui che vennero introdotti nell’impero alberi come il ciliegio e l’albicocco.

La coltivazione di questi alberi diede frutti abbondanti, e Lucullo non solo ebbe sempre a disposizione tutte le ciliegie e le albicocche che desiderava, ma iniziò anche a venderle. La bontà del prodotto e l’incredibile talento per gli affari dell’ex-miles gli procurarono ulteriore ricchezza.

Lucullo e l’amore per il buon cibo

E’ facile capire, a questo punto, perché i banchetti luculliani siano diventati proverbiali: l’amore di Lucullo non solo per il cibo, ma per il buon cibo lo hanno reso, forse anche più delle sue opere militari, leggendario. 

E voi conoscevate la sua storia?

_

Non perderti gli altri articoli sui sapori leggendari della Campania. Ecco gli altri articoli di #BussoLaTavola:

Continua a seguire il nostro sito e la pagina Facebook de La Bussola per orientarti e informarti in Campania. Siamo anche su Instagram!

 

 

 

leggi tutto
CronacaFood&Drink

Gustavolo, l’App “made in Campania” per le prenotazioni al ristorante

Gustavolo è un’app che permette ai gestori dei locali di effettuare un servizio d’eccellenza nell’ambito delle prenotazioni, necessario soprattutto nel periodo in cui ci si appresta a ripartire inella Fase 2 della pandemia e incentiva i clienti a usarla grazie alla vincita di premi. Gli imprenditori che l’hanno inventata, la metteranno a disposizione gratuitamente.

Il settore della ristorazione, si prepara a ripartire, adottando adeguati protocolli di sicurezza anti-contagio: distanziamento tra i tavoli, dispenser con gel igienizzante, uso di mascherine e guanti, ma soprattutto gestione attenta dell’afflusso dei clienti attraverso sistemi di prenotazione.

Gli imprenditori vesuviani Tommaso Cutolo e sua moglie Autilia Casillo, fondatori della App campana Gustavolo hanno messo gratuitamente a disposizione la loro applicazione per sostenere la ripartenza del settore. Ecco quanto dichiarato dai due generosi benefattori:

“In un momento così delicato per la salute, per l’economia e in particolare per il mondo della ristorazione io e mia moglie Autilia ci sentiamo in dovere, da napoletani e da campani, di dare un contributo alla ripartenza offrendo l’utilizzo gratuito del nostro sistema di gestione delle prenotazioni”.

Gustavolo è un’applicazione mobile (disponibile per Ios e Android) che permettere ai gestori dei locali di gestire le prenotazioni in maniera digitale, tenendo sotto controllo numero di persone da ricevere, conoscere l’identità degli ospiti presenti ed evitare code e assembramenti all’esterno del ristorante. I clienti saranno incentivati a utilizzare il servizio perché potranno partecipare all’assegnazione di premi istantanei che in questo periodo avranno come obiettivo la valorizzazione del territorio, come ingressi a siti archeologici della Campania e al Parco nazionale del Vesuvio.

Per usufruire dei 6 mesi di utilizzo gratuito della piattaforma gestionale di Gustavolo, i ristoratori dovanno semplicemente accedere al sito www.gustavolo.it ed effettuare la registrazione nel periodo compreso tra il 10 giugno e il 10 settembre 2020.

__

Continua a seguire il nostro sito e la pagina Facebook La Bussola TV per orientarti e informarti in Campania. Siamo anche su Instagram!

leggi tutto
Food&Drink

Napoli, delivery bloccato per alcune attività, come Puok e Tortora: facciamo chiarezza

delivery Puok Tortora bloccato

Napoli: la poca chiarezza dell’ordinanza 39 della regione Campania ha creato un po’ di caos ieri sera per la parziale riapertura delle attività di ristoro. Facciamo chiarezza.

Napoli, 27 aprile ore 19: pub, pizzerie, ristoranti tutti pronti a riaprire per il delivery. Qualcosa però va storto. Alcune attività, ovvero quelle considerate rosticcerie e che quindi non hanno posti a sedere al loro interno, a quanto pare non sono incluse nell’ordinanza. O meglio sono incluse nel punto 3.1: le attività di questo genere infatti potrebbero rimanere aperte solo fino alle 14. Tale blocco, ieri sera, ha fermato le consegne dei locali di via Cilea come Puok e Fermopizza o di Mario Tortora, a viale Michelangelo (Napoli, quartiere Vomero).

Egidio Cerrone, meglio conosciuto come Puok, sul profilo instagram della sua attività (Puokburger) ha subito reso nota la situazione a tutti i suoi followers, già con l’acquolina alla bocca in attesa dei suoi panini. Dopo aver sanificato il locale e preso tutte le dovute precauzioni per effettuare le consegne a domicilio, il proprietario di Puok si mostra visibilmente dispiacuto:

«Abbiamo fatto tutto, abbiamo chiamato alcuni ragazzi dalla cassa integrazione, i rider di Uber erano pronti. Neanche un’ora prima della riapertura, i vigili ci fermano perché, a quanto pare, avrebbero potuto riaprire solo pizzerie e ristoranti con i tavoli. (…) Noi siamo nati per il delivery, per fare cibo da asporto. Come è possibile?»

Agli stessi vigili pare che la risposta non sia chiara. Egidio allora si è mosso per fare chiarezza sulla situazione, evitando di rispondere a troppe domande perchè, come ha lui stesso dichiarato, “in questo momento non c’è da fare uno show, ma è necessario risolvere il problema“.

Con l’aiuto del deputato Andrea Caso, del giornalista Lorenzo Crea e dell’assessore Alessandra Clemente, è stato lo stesso proprietario di Puok a dare maggiori informazioni anche a tutti i napoletani che volessero usufruire delle consegne a domicilio. Ognuno infatti si chiederebbe: “da quali attività posso ordinare il cibo? Da quali invece no?”. Facciamo chiarezza.

A quanto pare c’è stato un errore materiale nella stesura della seconda ordinanza di questa settimana. Il Comune di Napoli sembra infatti che ora abbia garantito che attività come Puok, Fermopizza e Tortora possano effettuare il delivery di sera.

Sorgono però altre domande: possono fare consegne solo la sera oppure anche per ora di pranzo?

In attesa di ulteriori chiarimenti, ogni locale a quanto pare può scegliere come agire. Alcuni attenderanno ulteriori chiarimenti prima di riaprire, altri aspetteranno il 4 maggio, altri ancora partiranno finalmente con le consegne già da stasera.

 

_

 

Continua a seguire il nostro sito e la pagina Facebook de La Bussola TV per orientarti e informarti in Campania. Siamo anche su Instagram!

leggi tutto
CronacaFood&Drink

Sorbillo ci ripensa: «5/6 giorni e riapriremo»

Sorbillo

Dopo gli appelli per la riapertura, Sorbillo non consegnerà a domicilio da lunedì 27 aprile. La scelta fa discutere e non mancano le polemiche. Ma ora ci ripensa?

Da lunedì ripartono le consegne a domicilio in Campania. Molti ristoratori non vedono l’ora di far ripartire la propria attività, nonostante le limitazioni imposte per motivi di sicurezza dall’ordinanza 37 della regione Campania. Ma c’è chi ha deciso di non riaprire la propria attività da lunedì 27 aprile. Almeno per il momento. Tra questi, il celebre pizzaiolo napoletano Gino Sorbillo che, però, ora sembra ripensarci.

La campagna per la riapertura

Sorbillo ha da subito evidenziato le gravi perdite economiche dovute alla chiusura delle attività e, in particolare, alle dure restrizioni imposte dal governatore De Luca per cercare di ridurre i contagi in Campania.

Per questo motivo, Sorbillo è stato in prima linea nella campagna per la riapertura delle attività di ristorazione in Campania, chiedendo più volte alla Regione di far riprendere almeno la consegna a domicilio.

«Chiediamo alla Regione di poter riprendere almeno le consegne a domicilio. Dovrò chiudere almeno quattro locali: quello sul lungomare di Napoli, che ha costi d’affitto molto alti, Zia Esterina al Vomero, ma anche due punti vendita di Milano, credo Olio a Crudo e Zia Esterina».

Gli appelli per le consegne a domicilio

«Meglio avere la macchina che cammina a filo di gas, piuttosto che tenerla spenta per tre mesi e ripartire da zero», aveva dichiarato Sorbillo in riferimento alla possibilità della consegna a domicilio in questo periodo di emergenza. Il famoso pizzaiolo campano aveva, poi, perorato la sua causa elogiando il metodo di  ‘confezionamento’ della pizza e l’uso della pellicola alimentare come ulteriore garanzia di sicurezza. «Le pizze vengono cotte a 450 gradi – ha spiegato Sorbillo – poi immediatamente confezionate, insomma molto inferiori i rischi per l’asporto. Almeno quello il governatore potrebbe riaprirlo» (leggi l’intero articolo sui problemi per la ristorazione campana).

L’appello di Sorbillo è stato raccolto da centinaia di pizzaioli. A ribadirne l’importanza anche Massimo di Porzio, presidente della Fipe Confcommercio per Napoli, che aveva definito le consegne come «un piccolo palliativo che possono contribuire a salvare qualcuno, visto che prevediamo che un terzo dei locali di ristorazione non riapriranno dopo questo lockdown».

Le nuove disposizioni di De Luca sarebbero una chiara risposta a queste richieste. Un sospiro di sollievo.

Ma non per tutti.

Sorbillo ringrazia ma dice no alle consegne…per ora.

Era arrivata subito, infatti, la risposta negativa di Sorbillo. Dopo aver lamentato perdite di fatturato tali da obbligarlo probabilmente a chiudere 3 pizzerie su 4, e dopo aver ribadito la necessità, per la ristorazione campana, del servizio di delivery per restare a galla.

Ad annunciarlo lo stesso Sorbillo con un post su Facebook, dopo aver ringraziato comunque De Luca per aver ascoltato gli appelli. Il famoso pizzaiolo ha scritto pubblicamente che non riaprirà i battenti con le consegne a domicilio lunedì 27.

«Buon lavoro a tutti coloro che ricominceranno a lavorare con il delivery del food in Campania da lunedì 27 aprile. Noi per ora non lo faremo, non riapriremo, ci sistemeremo e ci confronteremo per valutare le altre problematiche da segnalare sempre e solo per il bene di tutte le attività di ristoro».

Il motivo di questa scelta sarebbe da collegare alle modalità di servizio offerte normalmente dalla pizzeria, che non includono la consegna a domicilio. «Noi da tempo non facevamo l’asporto», ha dichiarato Gino Sorbillo in un’intervista a NapoliToday. Il pizzaiolo napoletano si sarebbe fatto, però, portavoce di tutti i ristoratori, lanciando forti appelli alla regione Campania per aiutare l’intera categoria. La motivazione sarebbe nata anche dal confronto con piccole realtà, quelle che con il servizio di delivery riuscirebbero almeno a far rientrare parte dei costi, scacciando il fantasma della chiusura.

Dubbi sulle condizioni imposte all’apertura dei locali, considerate piuttosto restrittive. «Di sicuro il tempo è limitato – ha spiegato Sorbillo – per ora è dalle 16 alle 22». Tuttavia, il pizzaiolo ha assicurato che non è questo il motivo della sua decisione.

Polemiche di famiglia

Considerata la non-riapertura, è nato il dubbio che la campagna per le consegne a domicilio portata avanti da Gino Sorbillo potesse essere parte della propria campagna di marketing. A pensarla così, almeno, sembra essere Luciano Sorbillo, cugino di Gino, e anche lui pizzaiolo a Napoli.

«Spesso mi chiedo perché confondere la passione e la tradizione con il business e la politica» – ha scritto Luciano su Facebook. «A nome di tutti i Sorbillo chiedo scusa a cloro che vivono di pizzerie e si spaccano le ossa per portare la pagnotta a casa, non siamo attori, né politici. Siamo umili lavoratori che non invidiano il lavoro degli altri, anzi lo apprezzano».

Forte critica, quella lanciata a Gino Sorbillo dal cugino, che lo accusa di aver messo in atto una «ennesima trovata pubblicitaria di cattivo gusto». Lo definisce come colui che «si sente il portatore nonché creatore della pizza», concludendo il suo intervento con un’ennesima critica al suo comportamento.

«Ci scusiamo e vi chiediamo di giustificare il gesto di una persona presa dall’egocentrismo e dal delirio di onnipotenza».

Sorbillo ci ripensa?

Arriva sempre dai social il commento di Gino Sorbillo che risponde alle polemiche sollevate dalla sua inaspettata decisione. Lo condivide attraverso un altro post su Facebook e Instagram:

«In questi giorni vi siete scatenati (ricordiamo a qualcuno che esistono anche toni civili) accusandoci di chiedere il delivery che invece dovevamo lasciare alle attività più piccole. Abbiamo deciso quindi di non farlo subito adesso, di rimandare l’apertura di qualche giorno dopo aver sistemato bene le cose e dopo aver seguito alla lettera tutte le indicazioni che ci sono state date dalla Regione e continuate a fare casino? Bah… ».

Una questione di tempo, insomma. Tempo necessario per attrezzarsi al fine di garantire la sicurezza richiesta dall’ordinanza di De Luca.

Post pubblicato su Instagram (Gino Sorbillo, 24 aprile 2020).

A destare preoccupazione tra molti ristoratori, infatti, continuano ad essere proprio le modalità di riapertura, ovvero le procedure di sanificazione, la gestione degli spazi, l’uso dei dispositivi di protezione, la distanza di sicurezza da mantenere necessariamente anche durante la preparazione del cibo, nonché durante la preparazione della consegna. Insomma, procedure che richiedono tempo e preparazione. Senza la corretta applicazione di queste, riaprire con delivery sarebbe inaccettabile.

Questione che Sorbillo sembra aver preso molto a cuore, poiché scrive in un post su Facebook:

«Noi invece ci stiamo #attrezzando bene in questi giorni per #rispettare tutte le precise e particolari indicazioni che la #Regione ha stabilito da pochi giorni per effettuare il #ServizioDeliveryFood in #Sicurezza»

E ancora:

Post Gino Sorbillo Artista Pizza Napoletana (Facebook, 24 aprile 2020)

Sembra, quindi, che dopo le polemiche Sorbillo ci abbia ripensato. Uno spiraglio che si apre anche per le sue consegne a domicilio? In ogni caso, ci sarà ancora da aspettare. Almeno 5 o 6 giorni.

Continua a seguire il nostro sito e la pagina Facebook de La Bussola TV per orientarti e informarti in Campania. Siamo anche su Instagram Twitter!

leggi tutto
CulturaFood&Drink

BussoLaTavola // L’origine del Babà tra realtà e leggenda

Il Babà è un dolce soffice, impreziosito da dosi abbondantissime di Rum; per arrivare fino a Napoli ha compiuto un lungo viaggio, e solo nella città partenopea ha assunto la sua caratteristica forma a funghetto.

Oggi è una ricetta notoriamente apprezzata, ma sapete che la leggenda narra che sia nata per colpa di un Re a cui invece questo dolce lievitato proprio non piaceva?

Quest’oggi #BussoLaTavola vi racconta questa strana storia dolce e saporita a metà tra realtà e leggenda.

Il Re che lanciava i piatti

Tutti noi dobbiamo l’esistenza di questa deliziosa ricetta ad un Re invero un po’ capriccioso ed iracondo.

Stiamo parlando del re polacco Stanisław Bogusław Leszczyński, vissuto tra il 1677 ed il 1766. La leggenda racconta che il re avesse davvero gusti difficili ed un pessimo carattere – per questo, quando cuochi e pasticceri servivano le loro ricette e creazioni al sovrano, erano tutti a dir poco terrorizzati.

Famosissimi erano i suoi scatti d’ira: e proprio ad uno di questo sembrerebbe dovuta la nascita del Babà. Al Re Polacco venne infatti servito un dolce tipico della Lorena il cui nome era “Kugelhupf”.

Datogli appena un morso, il Re, con espressione disgustata, lanciò via il piatto gridando improperi in direzione del povero pasticcere che aveva osato servirlo.

Lanciando il piatto, questi avrebbe urtato e fatto cadere una bottiglia di Rum – secondo alcuni, invece, si  trattava di sciroppo – che frantumandosi avrebbe inzuppato il kugelhupf, rendendolo lucente e dall’aspetto più accattivante.

Il Re, incuriosito dal nuovo aspetto del dolce, ne assaggiò un pezzetto e, questa volta – con l’aggiunta del prezioso Rum – gli piacque molto. Nominò quel dolce “Babà” in onore di Alì Babà, protagonista di una delle storie preferite dal monarca.

Il Babà a Napoli

Ma come fece questo dolce ad arrivare fino a Napoli?

Ebbene, il nostro iracondo re era sposato con Maria, la figlia del re francese Luigi XV. Anche la fanciulla parve gradire il sapore di quel nuovo dolce, e così fece assaggiare il Babà al padre. Secondo alcuni, il nome “Babà” non sarebbe, come invece suggeriva la leggenda, stato dato da Stanislaw, ma sarebbe la francesizzazione del termine “babka”, che indica ancora oggi un dolce lievitato.

Ad ogni modo, il Babà giunse dunque in Francia e da lì, visti gli stretti rapporti tra la Francia e Napoli, giunse rapidamente nella città partenopea.

Qui pare che un cuoco di nome Nicolas Stohrer, che accompagnava spesso la figlia di Stanislaw nei suoi viaggi, abbia modificato la forma del Babà dandogli quella tipica a fungo che ancora oggi possiamo vedere nelle pasticcerie.

Bonus Track: #BussoLaLingua a sorpresa, Tu si ‘nu babbà

A Napoli il dolce conquistò il definitivo successo, diventando sinonimo di bontà in diverse espressioni e modi di dire, come, per esempio, il celebre Tu si ‘nu babbà, ovvero  Tu sei un babà.

Questa espressione vuol dire Tu sei un tesoro, oppure Tu sei proprio una bella persona, e si usa solo con persone davvero stimate o apprezzate per la loro bontà d’animo e bravura.

Nato dall’ira di un incontentabile sovrano polacco, il Babà oggi viene dunque assaporato in tutta la Campania con estremo gusto e godimento. E voi conoscevate la sua strana storia?

_

Non perderti gli altri articoli sui sapori leggendari della Campania. Ecco gli altri articoli di #BussoLaTavola:

Continua a seguire il nostro sito e la pagina Facebook de La Bussola per orientarti e informarti in Campania. Siamo anche su Instagram!

 

 

 

leggi tutto
CulturaFood&Drink

#BussoLaTavola // La Parigina, un dono alla Regina

Esiste forse qualcuno al mondo a cui non piaccia la Parigina?

La Parigina è uno degli street-food più amati della tradizione partenopea, dagli ingredienti tanto semplici quanto gustosi: si tratta di due rettangoli di pasta sfoglia che contengono pomodoro e prosciutto cotto.

Ma conoscete la sua vera storia? E siete sicuri di sapere il motivo per cui si chiama proprio così? #BussoLaTavola questa settimana vi racconta tutti i segreti che condiscono questa deliziosa sfoglia – sicura che vi sorprenderanno.

Da Parigi, ma non poi così tanto

La Parigina è decisamente antica: la sua ricetta fu inventata nel tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800 a Napoli, da uno degli chef francesi che lavoravano nelle cucine della reggia di Napoli.

Questi chef francesi, detti Monsù – termine che deriva dalla parola francese “monsieur” – erano stati invitati nella capitale partenopea da Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, che a breve si sarebbe sposata con Ferdinando IV.

Dell’identità Monsù che avrebbe creato la parigina per deliziare il palato della regina non c’è rimasto molto – non sappiamo nemmeno il suo nome. Tuttavia, siamo certi che sia stato allievo del cuoco francese Marie Antoine Careme Arfagne, che elaborò la ricetta della pasta  sfoglia per la prima volta.

Utilizzando dunque la ricetta del suo maestro, il Monsù trapiantato a Napoli inventò la Parigina, che risultò particolarmente gradita alla regina Maria Carolina.

Tuttavia, non è in virtù delle sue origini francesi che la Parigina porta questo nome.

Da Napoli, p’ ‘a’ Riggin’

Il nome della celeberrima pizza rustica è stato infatti ideato solo in seguito.

Ci sono due versioni di questa storia: la prima asserisce che il nome sia stato inventato da un cuoco napoletano che aveva collaborato con il Monsù. Il cuoco, volendo ricordare che questo piatto era stato ideato per la regale Maria Carolina, l’avrebbe chiamato letteralmentep’ ‘a’ Riggin‘” –  cioè “per la Regina” – che nel parlato si sarebbe contratto nel nome che noi tutti conosciamo di “Parigina”.

La seconda versione racconta che invece la ricetta ideata dal Monsù fosse in origine diversa in alcuni particolari; la ricetta rustica che noi tutti conosciamo ed amiamo sia stata ideata nel 1970 da un cuoco che lavorava nella rosticceria di Sant’Antonio di Afragola – e che le avrebbe in seguito dato il nome di ‘p ‘a’ Riggin’ / Parigina.

Quale che sia la verità, l’unica cosa certa è che le origini parigine di questa pizza rustica c’entrano ben poco con il suo nome.

La Parigina

Non possiamo insomma che essere grati alla regina Maria Carolina per aver portato a Napoli quel Monsù che, ispirato dalla sua figura e dalle bellezze della Campania, ha elaborato questa ricetta così deliziosa.

La prossima volta che mangeremo una Parigina, al primo morso, quasi come ad un brindisi potremo dunque esclamare “Per la Regina!”, e gustare questa bontà in suo onore.

_

Non perderti gli altri articoli sui sapori leggendari della Campania. Ecco gli altri articoli di #BussoLaTavola:

Continua a seguire il nostro sito e la pagina Facebook de La Bussola per orientarti e informarti in Campania. Siamo anche su Instagram!

 

leggi tutto
CulturaFood&Drink

#BussoLaTavola // Le metamorfosi del Migliaccio dai Vampiri al Carnevale

Il Migliaccio è un dolce della tradizione Campana che si prepara soprattutto durante il periodo di Carnevale e per il giorno di Pasqua.

Si tratta di una ricetta davvero antica, che però ha subito tantissime modifiche nel corso della sua esistenza.

Sapevate che c’è stato addirittura un periodo durante il quale la Chiesa ha osteggiato pubblicamente il consumo di questo alimento? E che i cristiani lo collegavano direttamente, oltre che al paganesimo, a demoni e vampiri?

#BussoLaTavola vi racconta tutte le metamorfosi del Migliaccio, questo dolce dalle origini vampiresche e dal sapore delizioso.

Un dolce medioevale

Quella del Migliaccio è una ricetta medioevale. Il suo nome deriverebbe dalla parola latina miliaccium, utilizzata all’epoca per indicare un certo tipo di pane di miglio.

Anche se la sua “data di nascita” si attesta intorno all’anno 1000, da allora la ricetta è stata modificata tantissimo portando, nel corso dei secoli, ad una serie di trasformazioni decisamente radicali della ricetta.

In seguito, infatti, con il nome Migliaccio ci si riferiva ad un dolce contadino della Campania assai povero, fatto con miglio e sangue di maiale.

Il Sangue di Maiale

Dell’avversione da parte della tradizione cristiano-cattolica al maiale ne abbiamo già parlato in un’altra occasione: collegato a divinità pagane come il dio celtico della luce Lug e la dea Cerere, quest’animale era particolarmente mal sopportato dai cristiani. Il consumo delle sue carni era inoltre vietato nell’antico testamento, ed era proibito anche berne il sangue o utilizzarlo per la preparazione di qualsiasi alimento.

In passato pare che il consumo di sangue di maiale venisse inoltre associato – oltre che al paganesimo – a rituali di sangue di matrice satanista ed a creature oscure legate al sangue, come i vampiri; tuttavia, sebbene la Chiesa fosse molto chiara riguardo la propria avversione nei confronti dell’uso del sangue di maiale in cucina – e quindi anche del Migliaccio e del Sanguinaccio era molto difficile convincere le popolazioni contadine a rinunciare alle proprie tradizioni e consuetudini. Il dolce oltre ad essere di buon sapore e nutriente era anche molto economico.

Alla fine, anche se con lentezza, si riuscì a scongiurare l’uso del sangue di maiale; alla fine del 1700 venne sostituito da zucchero, farina, uova e cannella. 

Il Migliaccio

Il Migliaccio da allora venne associato al periodo del Carnevale ed assunse la sua “forma” finale, quella che conosciamo ancora oggi e che, fortunatamente, possiamo gustare.

Chi lo avrebbe mai detto che un dolce così strettamente collegato ad una festa come la Pasqua avesse delle origini vampiresche? E voi, lo sapevate?

_

Non perderti gli altri articoli sui sapori leggendari della Campania. Ecco gli altri articoli di #BussoLaTavola:

Continua a seguire il nostro sito e la pagina Facebook de La Bussola per orientarti e informarti in Campania. Siamo anche su Instagram!

 

leggi tutto
CulturaFood&Drink

BussoLaTavola // Le Chiacchiere ed il Sanguinaccio

Carnevale è oramai alle porte, e con sé porta l’atmosfera giocosa e goliardica che fa amare questa festa a grandi e piccini. Insieme ai colori sgargianti dei coriandoli e delle stelle filanti, le strade si riempiono del buon profumo dei dolci tipici di questo periodo.

Probabilmente, la prima ricetta che ad un partenopeo viene in mente pensando al Carnevale è quella delle Chiacchiere, le piccole striscioline di pasta fritte che, secondo la tradizione, prima di essere mangiate devono essere bagnate nel Sanguinaccio.

Sia le Chiacchiere che il Sanguinaccio – una crema al cioccolato particolarmente densa e saporita – hanno un bagaglio di leggende, storie e tradizioni molto corposo, che risale fino ai tempi degli antichi Romani. Questa settimana, per festeggiare l’appropinquarsi del Carnevale, #BussoLaTavola vi svela tutti i segreti di questi  deliziosi dolci.

Le Chiacchiere

Frictilia, i dolci per i Saturnali

Molti studiosi ritengono che le origini delle Chiacchiere risalgano addirittura all’epoca Romana.

Antenati dei dolci partenopei sarebbero infatti i Frictilia, dolci fritti nello strutto che venivano cucinati in occasione dei Saturnali – feste che si svolgevano a Dicembre.

Si trattava di un piatto facile da cucinare, estemporaneo e decisamente economico: l’ideale per dei festeggiamenti a cui partecipava una grande quantità di persone quali erano i Saturnali.

Le chiacchiere di una Regina

C’è tuttavia anche una leggenda tutta partenopea che riguarda la nascita di questi dolci.

Si dice che una Regina – secondo alcuni la regina Margherita di Savoia , la stessa che volle a tutti i costi assaggiare la pizza – avesse desiderio di un nuovo dolce da mangiare e servire quando riceveva amici ed esponenti della nobiltà.

Secondo la leggenda, la Regina convocò allora alla sua corte Raffaele Esposito affinché potesse creare una nuova ricetta che potesse deliziarla, e così nacquero le Chiacchiere – così chiamate perché venivano mangiate durante “le chiacchierate” tra la regina ed i suoi ospiti.

Il Sanguinaccio

Del maiale non si butta via niente

Fino al 1992, anno in cui questa pratica fu proibita per legge per motivi igienico-sanitari, il Sanguinaccio preparato secondo la tradizione prevedeva l’utilizzo del sangue di maiale.

L‘uso del sangue durante il periodo di Carnevale trova ragione nel fatto che nelle campagne gli animali venissero uccisi tra Gennaio e Febbraio.

Recita un vecchio adagio, che“del maiale non si butta via niente”, e dell’animale veniva usata davvero ogni parte – men che il sangue, se non anticamente a scopi terapeutici (veniva infatti dato a chi soffriva d’anemia).

Così, i Pasticceri Napoletani pensarono di creare una crema che prevedesse l’utilizzo del sangue di maiale, continuamente mescolato per evitarne la coagulazione mentre lo si incorporava al cacao, caffè, uva passa, cannella e chiodi di Garofano.

L’utilizzo del sangue nella ricetta dona un sapore davvero particolare a questa crema carnevalesca, tuttavia in seguito all’introduzione del divieto il gusto del sangue venne perfettamente imitato da spezie ed aromi – di sanguinoso, così, questa crema oggi ha solo il nome.

 Sant’Antonio e la Pasticceria

Sant’Antonio – che una leggenda ed un detto napoletano raccontano si fosse innamorato proprio di un maiale – cade esattamente il 17 Gennaio, periodo in cui tradizionalmente inizia la preparazione del Sanguinaccio proprio in virtù del collegamento voluto dalle storie tra il maiale ed il Santo.

Un sapore dolce per Carnevale

Carnevale è una delle feste più divertenti tra quelle segnate sul nostro calendario, e, tra le strade Campane, anche una delle più dolci. 

Che preferiate gustare le Chiacchiere come vuole la tradizione insieme al Sanguinaccio, che le amiate “assolute” per assaporarne il sapore o che gradiate provare le mille varianti che sono attualmente in commercio, non potrete fare a meno di concedervi almeno un morso di loro dolce sapore per Carnevale.

_

Non perderti gli altri articoli sui sapori leggendari della Campania. Ecco gli altri articoli di #BussoLaTavola:

Continua a seguire il nostro sito e la pagina Facebook de La Bussola per orientarti e informarti in Campania. Siamo anche su Instagram!

 

leggi tutto