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Gustavolo, l’App “made in Campania” per le prenotazioni al ristorante

Gustavolo è un’app che permette ai gestori dei locali di effettuare un servizio d’eccellenza nell’ambito delle prenotazioni, necessario soprattutto nel periodo in cui ci si appresta a ripartire inella Fase 2 della pandemia e incentiva i clienti a usarla grazie alla vincita di premi. Gli imprenditori che l’hanno inventata, la metteranno a disposizione gratuitamente.

Il settore della ristorazione, si prepara a ripartire, adottando adeguati protocolli di sicurezza anti-contagio: distanziamento tra i tavoli, dispenser con gel igienizzante, uso di mascherine e guanti, ma soprattutto gestione attenta dell’afflusso dei clienti attraverso sistemi di prenotazione.

Gli imprenditori vesuviani Tommaso Cutolo e sua moglie Autilia Casillo, fondatori della App campana Gustavolo hanno messo gratuitamente a disposizione la loro applicazione per sostenere la ripartenza del settore. Ecco quanto dichiarato dai due generosi benefattori:

“In un momento così delicato per la salute, per l’economia e in particolare per il mondo della ristorazione io e mia moglie Autilia ci sentiamo in dovere, da napoletani e da campani, di dare un contributo alla ripartenza offrendo l’utilizzo gratuito del nostro sistema di gestione delle prenotazioni”.

Gustavolo è un’applicazione mobile (disponibile per Ios e Android) che permettere ai gestori dei locali di gestire le prenotazioni in maniera digitale, tenendo sotto controllo numero di persone da ricevere, conoscere l’identità degli ospiti presenti ed evitare code e assembramenti all’esterno del ristorante. I clienti saranno incentivati a utilizzare il servizio perché potranno partecipare all’assegnazione di premi istantanei che in questo periodo avranno come obiettivo la valorizzazione del territorio, come ingressi a siti archeologici della Campania e al Parco nazionale del Vesuvio.

Per usufruire dei 6 mesi di utilizzo gratuito della piattaforma gestionale di Gustavolo, i ristoratori dovanno semplicemente accedere al sito www.gustavolo.it ed effettuare la registrazione nel periodo compreso tra il 10 giugno e il 10 settembre 2020.

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Napoli, delivery bloccato per alcune attività, come Puok e Tortora: facciamo chiarezza

delivery Puok Tortora bloccato

Napoli: la poca chiarezza dell’ordinanza 39 della regione Campania ha creato un po’ di caos ieri sera per la parziale riapertura delle attività di ristoro. Facciamo chiarezza.

Napoli, 27 aprile ore 19: pub, pizzerie, ristoranti tutti pronti a riaprire per il delivery. Qualcosa però va storto. Alcune attività, ovvero quelle considerate rosticcerie e che quindi non hanno posti a sedere al loro interno, a quanto pare non sono incluse nell’ordinanza. O meglio sono incluse nel punto 3.1: le attività di questo genere infatti potrebbero rimanere aperte solo fino alle 14. Tale blocco, ieri sera, ha fermato le consegne dei locali di via Cilea come Puok e Fermopizza o di Mario Tortora, a viale Michelangelo (Napoli, quartiere Vomero).

Egidio Cerrone, meglio conosciuto come Puok, sul profilo instagram della sua attività (Puokburger) ha subito reso nota la situazione a tutti i suoi followers, già con l’acquolina alla bocca in attesa dei suoi panini. Dopo aver sanificato il locale e preso tutte le dovute precauzioni per effettuare le consegne a domicilio, il proprietario di Puok si mostra visibilmente dispiacuto:

«Abbiamo fatto tutto, abbiamo chiamato alcuni ragazzi dalla cassa integrazione, i rider di Uber erano pronti. Neanche un’ora prima della riapertura, i vigili ci fermano perché, a quanto pare, avrebbero potuto riaprire solo pizzerie e ristoranti con i tavoli. (…) Noi siamo nati per il delivery, per fare cibo da asporto. Come è possibile?»

Agli stessi vigili pare che la risposta non sia chiara. Egidio allora si è mosso per fare chiarezza sulla situazione, evitando di rispondere a troppe domande perchè, come ha lui stesso dichiarato, “in questo momento non c’è da fare uno show, ma è necessario risolvere il problema“.

Con l’aiuto del deputato Andrea Caso, del giornalista Lorenzo Crea e dell’assessore Alessandra Clemente, è stato lo stesso proprietario di Puok a dare maggiori informazioni anche a tutti i napoletani che volessero usufruire delle consegne a domicilio. Ognuno infatti si chiederebbe: “da quali attività posso ordinare il cibo? Da quali invece no?”. Facciamo chiarezza.

A quanto pare c’è stato un errore materiale nella stesura della seconda ordinanza di questa settimana. Il Comune di Napoli sembra infatti che ora abbia garantito che attività come Puok, Fermopizza e Tortora possano effettuare il delivery di sera.

Sorgono però altre domande: possono fare consegne solo la sera oppure anche per ora di pranzo?

In attesa di ulteriori chiarimenti, ogni locale a quanto pare può scegliere come agire. Alcuni attenderanno ulteriori chiarimenti prima di riaprire, altri aspetteranno il 4 maggio, altri ancora partiranno finalmente con le consegne già da stasera.

 

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CronacaFood&Drink

Sorbillo ci ripensa: «5/6 giorni e riapriremo»

Sorbillo

Dopo gli appelli per la riapertura, Sorbillo non consegnerà a domicilio da lunedì 27 aprile. La scelta fa discutere e non mancano le polemiche. Ma ora ci ripensa?

Da lunedì ripartono le consegne a domicilio in Campania. Molti ristoratori non vedono l’ora di far ripartire la propria attività, nonostante le limitazioni imposte per motivi di sicurezza dall’ordinanza 37 della regione Campania. Ma c’è chi ha deciso di non riaprire la propria attività da lunedì 27 aprile. Almeno per il momento. Tra questi, il celebre pizzaiolo napoletano Gino Sorbillo che, però, ora sembra ripensarci.

La campagna per la riapertura

Sorbillo ha da subito evidenziato le gravi perdite economiche dovute alla chiusura delle attività e, in particolare, alle dure restrizioni imposte dal governatore De Luca per cercare di ridurre i contagi in Campania.

Per questo motivo, Sorbillo è stato in prima linea nella campagna per la riapertura delle attività di ristorazione in Campania, chiedendo più volte alla Regione di far riprendere almeno la consegna a domicilio.

«Chiediamo alla Regione di poter riprendere almeno le consegne a domicilio. Dovrò chiudere almeno quattro locali: quello sul lungomare di Napoli, che ha costi d’affitto molto alti, Zia Esterina al Vomero, ma anche due punti vendita di Milano, credo Olio a Crudo e Zia Esterina».

Gli appelli per le consegne a domicilio

«Meglio avere la macchina che cammina a filo di gas, piuttosto che tenerla spenta per tre mesi e ripartire da zero», aveva dichiarato Sorbillo in riferimento alla possibilità della consegna a domicilio in questo periodo di emergenza. Il famoso pizzaiolo campano aveva, poi, perorato la sua causa elogiando il metodo di  ‘confezionamento’ della pizza e l’uso della pellicola alimentare come ulteriore garanzia di sicurezza. «Le pizze vengono cotte a 450 gradi – ha spiegato Sorbillo – poi immediatamente confezionate, insomma molto inferiori i rischi per l’asporto. Almeno quello il governatore potrebbe riaprirlo» (leggi l’intero articolo sui problemi per la ristorazione campana).

L’appello di Sorbillo è stato raccolto da centinaia di pizzaioli. A ribadirne l’importanza anche Massimo di Porzio, presidente della Fipe Confcommercio per Napoli, che aveva definito le consegne come «un piccolo palliativo che possono contribuire a salvare qualcuno, visto che prevediamo che un terzo dei locali di ristorazione non riapriranno dopo questo lockdown».

Le nuove disposizioni di De Luca sarebbero una chiara risposta a queste richieste. Un sospiro di sollievo.

Ma non per tutti.

Sorbillo ringrazia ma dice no alle consegne…per ora.

Era arrivata subito, infatti, la risposta negativa di Sorbillo. Dopo aver lamentato perdite di fatturato tali da obbligarlo probabilmente a chiudere 3 pizzerie su 4, e dopo aver ribadito la necessità, per la ristorazione campana, del servizio di delivery per restare a galla.

Ad annunciarlo lo stesso Sorbillo con un post su Facebook, dopo aver ringraziato comunque De Luca per aver ascoltato gli appelli. Il famoso pizzaiolo ha scritto pubblicamente che non riaprirà i battenti con le consegne a domicilio lunedì 27.

«Buon lavoro a tutti coloro che ricominceranno a lavorare con il delivery del food in Campania da lunedì 27 aprile. Noi per ora non lo faremo, non riapriremo, ci sistemeremo e ci confronteremo per valutare le altre problematiche da segnalare sempre e solo per il bene di tutte le attività di ristoro».

Il motivo di questa scelta sarebbe da collegare alle modalità di servizio offerte normalmente dalla pizzeria, che non includono la consegna a domicilio. «Noi da tempo non facevamo l’asporto», ha dichiarato Gino Sorbillo in un’intervista a NapoliToday. Il pizzaiolo napoletano si sarebbe fatto, però, portavoce di tutti i ristoratori, lanciando forti appelli alla regione Campania per aiutare l’intera categoria. La motivazione sarebbe nata anche dal confronto con piccole realtà, quelle che con il servizio di delivery riuscirebbero almeno a far rientrare parte dei costi, scacciando il fantasma della chiusura.

Dubbi sulle condizioni imposte all’apertura dei locali, considerate piuttosto restrittive. «Di sicuro il tempo è limitato – ha spiegato Sorbillo – per ora è dalle 16 alle 22». Tuttavia, il pizzaiolo ha assicurato che non è questo il motivo della sua decisione.

Polemiche di famiglia

Considerata la non-riapertura, è nato il dubbio che la campagna per le consegne a domicilio portata avanti da Gino Sorbillo potesse essere parte della propria campagna di marketing. A pensarla così, almeno, sembra essere Luciano Sorbillo, cugino di Gino, e anche lui pizzaiolo a Napoli.

«Spesso mi chiedo perché confondere la passione e la tradizione con il business e la politica» – ha scritto Luciano su Facebook. «A nome di tutti i Sorbillo chiedo scusa a cloro che vivono di pizzerie e si spaccano le ossa per portare la pagnotta a casa, non siamo attori, né politici. Siamo umili lavoratori che non invidiano il lavoro degli altri, anzi lo apprezzano».

Forte critica, quella lanciata a Gino Sorbillo dal cugino, che lo accusa di aver messo in atto una «ennesima trovata pubblicitaria di cattivo gusto». Lo definisce come colui che «si sente il portatore nonché creatore della pizza», concludendo il suo intervento con un’ennesima critica al suo comportamento.

«Ci scusiamo e vi chiediamo di giustificare il gesto di una persona presa dall’egocentrismo e dal delirio di onnipotenza».

Sorbillo ci ripensa?

Arriva sempre dai social il commento di Gino Sorbillo che risponde alle polemiche sollevate dalla sua inaspettata decisione. Lo condivide attraverso un altro post su Facebook e Instagram:

«In questi giorni vi siete scatenati (ricordiamo a qualcuno che esistono anche toni civili) accusandoci di chiedere il delivery che invece dovevamo lasciare alle attività più piccole. Abbiamo deciso quindi di non farlo subito adesso, di rimandare l’apertura di qualche giorno dopo aver sistemato bene le cose e dopo aver seguito alla lettera tutte le indicazioni che ci sono state date dalla Regione e continuate a fare casino? Bah… ».

Una questione di tempo, insomma. Tempo necessario per attrezzarsi al fine di garantire la sicurezza richiesta dall’ordinanza di De Luca.

Post pubblicato su Instagram (Gino Sorbillo, 24 aprile 2020).

A destare preoccupazione tra molti ristoratori, infatti, continuano ad essere proprio le modalità di riapertura, ovvero le procedure di sanificazione, la gestione degli spazi, l’uso dei dispositivi di protezione, la distanza di sicurezza da mantenere necessariamente anche durante la preparazione del cibo, nonché durante la preparazione della consegna. Insomma, procedure che richiedono tempo e preparazione. Senza la corretta applicazione di queste, riaprire con delivery sarebbe inaccettabile.

Questione che Sorbillo sembra aver preso molto a cuore, poiché scrive in un post su Facebook:

«Noi invece ci stiamo #attrezzando bene in questi giorni per #rispettare tutte le precise e particolari indicazioni che la #Regione ha stabilito da pochi giorni per effettuare il #ServizioDeliveryFood in #Sicurezza»

E ancora:

Post Gino Sorbillo Artista Pizza Napoletana (Facebook, 24 aprile 2020)

Sembra, quindi, che dopo le polemiche Sorbillo ci abbia ripensato. Uno spiraglio che si apre anche per le sue consegne a domicilio? In ogni caso, ci sarà ancora da aspettare. Almeno 5 o 6 giorni.

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BussoLaTavola // L’origine del Babà tra realtà e leggenda

Il Babà è un dolce soffice, impreziosito da dosi abbondantissime di Rum; per arrivare fino a Napoli ha compiuto un lungo viaggio, e solo nella città partenopea ha assunto la sua caratteristica forma a funghetto.

Oggi è una ricetta notoriamente apprezzata, ma sapete che la leggenda narra che sia nata per colpa di un Re a cui invece questo dolce lievitato proprio non piaceva?

Quest’oggi #BussoLaTavola vi racconta questa strana storia dolce e saporita a metà tra realtà e leggenda.

Il Re che lanciava i piatti

Tutti noi dobbiamo l’esistenza di questa deliziosa ricetta ad un Re invero un po’ capriccioso ed iracondo.

Stiamo parlando del re polacco Stanisław Bogusław Leszczyński, vissuto tra il 1677 ed il 1766. La leggenda racconta che il re avesse davvero gusti difficili ed un pessimo carattere – per questo, quando cuochi e pasticceri servivano le loro ricette e creazioni al sovrano, erano tutti a dir poco terrorizzati.

Famosissimi erano i suoi scatti d’ira: e proprio ad uno di questo sembrerebbe dovuta la nascita del Babà. Al Re Polacco venne infatti servito un dolce tipico della Lorena il cui nome era “Kugelhupf”.

Datogli appena un morso, il Re, con espressione disgustata, lanciò via il piatto gridando improperi in direzione del povero pasticcere che aveva osato servirlo.

Lanciando il piatto, questi avrebbe urtato e fatto cadere una bottiglia di Rum – secondo alcuni, invece, si  trattava di sciroppo – che frantumandosi avrebbe inzuppato il kugelhupf, rendendolo lucente e dall’aspetto più accattivante.

Il Re, incuriosito dal nuovo aspetto del dolce, ne assaggiò un pezzetto e, questa volta – con l’aggiunta del prezioso Rum – gli piacque molto. Nominò quel dolce “Babà” in onore di Alì Babà, protagonista di una delle storie preferite dal monarca.

Il Babà a Napoli

Ma come fece questo dolce ad arrivare fino a Napoli?

Ebbene, il nostro iracondo re era sposato con Maria, la figlia del re francese Luigi XV. Anche la fanciulla parve gradire il sapore di quel nuovo dolce, e così fece assaggiare il Babà al padre. Secondo alcuni, il nome “Babà” non sarebbe, come invece suggeriva la leggenda, stato dato da Stanislaw, ma sarebbe la francesizzazione del termine “babka”, che indica ancora oggi un dolce lievitato.

Ad ogni modo, il Babà giunse dunque in Francia e da lì, visti gli stretti rapporti tra la Francia e Napoli, giunse rapidamente nella città partenopea.

Qui pare che un cuoco di nome Nicolas Stohrer, che accompagnava spesso la figlia di Stanislaw nei suoi viaggi, abbia modificato la forma del Babà dandogli quella tipica a fungo che ancora oggi possiamo vedere nelle pasticcerie.

Bonus Track: #BussoLaLingua a sorpresa, Tu si ‘nu babbà

A Napoli il dolce conquistò il definitivo successo, diventando sinonimo di bontà in diverse espressioni e modi di dire, come, per esempio, il celebre Tu si ‘nu babbà, ovvero  Tu sei un babà.

Questa espressione vuol dire Tu sei un tesoro, oppure Tu sei proprio una bella persona, e si usa solo con persone davvero stimate o apprezzate per la loro bontà d’animo e bravura.

Nato dall’ira di un incontentabile sovrano polacco, il Babà oggi viene dunque assaporato in tutta la Campania con estremo gusto e godimento. E voi conoscevate la sua strana storia?

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#BussoLaTavola // La Parigina, un dono alla Regina

Esiste forse qualcuno al mondo a cui non piaccia la Parigina?

La Parigina è uno degli street-food più amati della tradizione partenopea, dagli ingredienti tanto semplici quanto gustosi: si tratta di due rettangoli di pasta sfoglia che contengono pomodoro e prosciutto cotto.

Ma conoscete la sua vera storia? E siete sicuri di sapere il motivo per cui si chiama proprio così? #BussoLaTavola questa settimana vi racconta tutti i segreti che condiscono questa deliziosa sfoglia – sicura che vi sorprenderanno.

Da Parigi, ma non poi così tanto

La Parigina è decisamente antica: la sua ricetta fu inventata nel tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800 a Napoli, da uno degli chef francesi che lavoravano nelle cucine della reggia di Napoli.

Questi chef francesi, detti Monsù – termine che deriva dalla parola francese “monsieur” – erano stati invitati nella capitale partenopea da Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, che a breve si sarebbe sposata con Ferdinando IV.

Dell’identità Monsù che avrebbe creato la parigina per deliziare il palato della regina non c’è rimasto molto – non sappiamo nemmeno il suo nome. Tuttavia, siamo certi che sia stato allievo del cuoco francese Marie Antoine Careme Arfagne, che elaborò la ricetta della pasta  sfoglia per la prima volta.

Utilizzando dunque la ricetta del suo maestro, il Monsù trapiantato a Napoli inventò la Parigina, che risultò particolarmente gradita alla regina Maria Carolina.

Tuttavia, non è in virtù delle sue origini francesi che la Parigina porta questo nome.

Da Napoli, p’ ‘a’ Riggin’

Il nome della celeberrima pizza rustica è stato infatti ideato solo in seguito.

Ci sono due versioni di questa storia: la prima asserisce che il nome sia stato inventato da un cuoco napoletano che aveva collaborato con il Monsù. Il cuoco, volendo ricordare che questo piatto era stato ideato per la regale Maria Carolina, l’avrebbe chiamato letteralmentep’ ‘a’ Riggin‘” –  cioè “per la Regina” – che nel parlato si sarebbe contratto nel nome che noi tutti conosciamo di “Parigina”.

La seconda versione racconta che invece la ricetta ideata dal Monsù fosse in origine diversa in alcuni particolari; la ricetta rustica che noi tutti conosciamo ed amiamo sia stata ideata nel 1970 da un cuoco che lavorava nella rosticceria di Sant’Antonio di Afragola – e che le avrebbe in seguito dato il nome di ‘p ‘a’ Riggin’ / Parigina.

Quale che sia la verità, l’unica cosa certa è che le origini parigine di questa pizza rustica c’entrano ben poco con il suo nome.

La Parigina

Non possiamo insomma che essere grati alla regina Maria Carolina per aver portato a Napoli quel Monsù che, ispirato dalla sua figura e dalle bellezze della Campania, ha elaborato questa ricetta così deliziosa.

La prossima volta che mangeremo una Parigina, al primo morso, quasi come ad un brindisi potremo dunque esclamare “Per la Regina!”, e gustare questa bontà in suo onore.

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#BussoLaTavola // Le metamorfosi del Migliaccio dai Vampiri al Carnevale

Il Migliaccio è un dolce della tradizione Campana che si prepara soprattutto durante il periodo di Carnevale e per il giorno di Pasqua.

Si tratta di una ricetta davvero antica, che però ha subito tantissime modifiche nel corso della sua esistenza.

Sapevate che c’è stato addirittura un periodo durante il quale la Chiesa ha osteggiato pubblicamente il consumo di questo alimento? E che i cristiani lo collegavano direttamente, oltre che al paganesimo, a demoni e vampiri?

#BussoLaTavola vi racconta tutte le metamorfosi del Migliaccio, questo dolce dalle origini vampiresche e dal sapore delizioso.

Un dolce medioevale

Quella del Migliaccio è una ricetta medioevale. Il suo nome deriverebbe dalla parola latina miliaccium, utilizzata all’epoca per indicare un certo tipo di pane di miglio.

Anche se la sua “data di nascita” si attesta intorno all’anno 1000, da allora la ricetta è stata modificata tantissimo portando, nel corso dei secoli, ad una serie di trasformazioni decisamente radicali della ricetta.

In seguito, infatti, con il nome Migliaccio ci si riferiva ad un dolce contadino della Campania assai povero, fatto con miglio e sangue di maiale.

Il Sangue di Maiale

Dell’avversione da parte della tradizione cristiano-cattolica al maiale ne abbiamo già parlato in un’altra occasione: collegato a divinità pagane come il dio celtico della luce Lug e la dea Cerere, quest’animale era particolarmente mal sopportato dai cristiani. Il consumo delle sue carni era inoltre vietato nell’antico testamento, ed era proibito anche berne il sangue o utilizzarlo per la preparazione di qualsiasi alimento.

In passato pare che il consumo di sangue di maiale venisse inoltre associato – oltre che al paganesimo – a rituali di sangue di matrice satanista ed a creature oscure legate al sangue, come i vampiri; tuttavia, sebbene la Chiesa fosse molto chiara riguardo la propria avversione nei confronti dell’uso del sangue di maiale in cucina – e quindi anche del Migliaccio e del Sanguinaccio era molto difficile convincere le popolazioni contadine a rinunciare alle proprie tradizioni e consuetudini. Il dolce oltre ad essere di buon sapore e nutriente era anche molto economico.

Alla fine, anche se con lentezza, si riuscì a scongiurare l’uso del sangue di maiale; alla fine del 1700 venne sostituito da zucchero, farina, uova e cannella. 

Il Migliaccio

Il Migliaccio da allora venne associato al periodo del Carnevale ed assunse la sua “forma” finale, quella che conosciamo ancora oggi e che, fortunatamente, possiamo gustare.

Chi lo avrebbe mai detto che un dolce così strettamente collegato ad una festa come la Pasqua avesse delle origini vampiresche? E voi, lo sapevate?

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BussoLaTavola // Le Chiacchiere ed il Sanguinaccio

Carnevale è oramai alle porte, e con sé porta l’atmosfera giocosa e goliardica che fa amare questa festa a grandi e piccini. Insieme ai colori sgargianti dei coriandoli e delle stelle filanti, le strade si riempiono del buon profumo dei dolci tipici di questo periodo.

Probabilmente, la prima ricetta che ad un partenopeo viene in mente pensando al Carnevale è quella delle Chiacchiere, le piccole striscioline di pasta fritte che, secondo la tradizione, prima di essere mangiate devono essere bagnate nel Sanguinaccio.

Sia le Chiacchiere che il Sanguinaccio – una crema al cioccolato particolarmente densa e saporita – hanno un bagaglio di leggende, storie e tradizioni molto corposo, che risale fino ai tempi degli antichi Romani. Questa settimana, per festeggiare l’appropinquarsi del Carnevale, #BussoLaTavola vi svela tutti i segreti di questi  deliziosi dolci.

Le Chiacchiere

Frictilia, i dolci per i Saturnali

Molti studiosi ritengono che le origini delle Chiacchiere risalgano addirittura all’epoca Romana.

Antenati dei dolci partenopei sarebbero infatti i Frictilia, dolci fritti nello strutto che venivano cucinati in occasione dei Saturnali – feste che si svolgevano a Dicembre.

Si trattava di un piatto facile da cucinare, estemporaneo e decisamente economico: l’ideale per dei festeggiamenti a cui partecipava una grande quantità di persone quali erano i Saturnali.

Le chiacchiere di una Regina

C’è tuttavia anche una leggenda tutta partenopea che riguarda la nascita di questi dolci.

Si dice che una Regina – secondo alcuni la regina Margherita di Savoia , la stessa che volle a tutti i costi assaggiare la pizza – avesse desiderio di un nuovo dolce da mangiare e servire quando riceveva amici ed esponenti della nobiltà.

Secondo la leggenda, la Regina convocò allora alla sua corte Raffaele Esposito affinché potesse creare una nuova ricetta che potesse deliziarla, e così nacquero le Chiacchiere – così chiamate perché venivano mangiate durante “le chiacchierate” tra la regina ed i suoi ospiti.

Il Sanguinaccio

Del maiale non si butta via niente

Fino al 1992, anno in cui questa pratica fu proibita per legge per motivi igienico-sanitari, il Sanguinaccio preparato secondo la tradizione prevedeva l’utilizzo del sangue di maiale.

L‘uso del sangue durante il periodo di Carnevale trova ragione nel fatto che nelle campagne gli animali venissero uccisi tra Gennaio e Febbraio.

Recita un vecchio adagio, che“del maiale non si butta via niente”, e dell’animale veniva usata davvero ogni parte – men che il sangue, se non anticamente a scopi terapeutici (veniva infatti dato a chi soffriva d’anemia).

Così, i Pasticceri Napoletani pensarono di creare una crema che prevedesse l’utilizzo del sangue di maiale, continuamente mescolato per evitarne la coagulazione mentre lo si incorporava al cacao, caffè, uva passa, cannella e chiodi di Garofano.

L’utilizzo del sangue nella ricetta dona un sapore davvero particolare a questa crema carnevalesca, tuttavia in seguito all’introduzione del divieto il gusto del sangue venne perfettamente imitato da spezie ed aromi – di sanguinoso, così, questa crema oggi ha solo il nome.

 Sant’Antonio e la Pasticceria

Sant’Antonio – che una leggenda ed un detto napoletano raccontano si fosse innamorato proprio di un maiale – cade esattamente il 17 Gennaio, periodo in cui tradizionalmente inizia la preparazione del Sanguinaccio proprio in virtù del collegamento voluto dalle storie tra il maiale ed il Santo.

Un sapore dolce per Carnevale

Carnevale è una delle feste più divertenti tra quelle segnate sul nostro calendario, e, tra le strade Campane, anche una delle più dolci. 

Che preferiate gustare le Chiacchiere come vuole la tradizione insieme al Sanguinaccio, che le amiate “assolute” per assaporarne il sapore o che gradiate provare le mille varianti che sono attualmente in commercio, non potrete fare a meno di concedervi almeno un morso di loro dolce sapore per Carnevale.

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CulturaFood&Drink

BussoLaTavola // Il Polpo alla Luciana che “se coce int’ all’acqua soja”

Il Polpo alla Luciana – cotto insieme a pomodoro, capperi, aglio e olive di Gaeta – è un piatto tipicamente napoletano. Ma sapete da cosa deriva il suo nome? E che da questo piatto deriva anche un famoso detto? Questa settimana #BussoLaTavola vi svela tutti i segreti e l’origine di questo piatto delizioso.

Il Polpo del borgo di Santa Lucia

C’è un motivo se il Polpo alla Luciana si chiama così: è infatti un piatto che nasce nel borgo di Santa Lucia, i cui abitanti vengono chiamati “luciani”. Il Borgo sorge sull’isolotto di Megaride, a livello del mare e vicinissimi a Castel dell’Ovo.

Il borgo di Santa Lucia era abitato da pescatori che, la sera, erano soliti cucinare e cenare con i polpi freschi pescati in giornata. Il metodo utilizzato dai pescatori per catturare i polpi era il cosiddetto sistema “delle anfore”: sistemavano nell’acqua dei vasi di terracotta e delle pietre bianche al mattino, e la sera vi trovavano dei polpi.

#BussoLaLingua a sorpresa: ecco perché si dice ‘o purp’ s’adda cocer’ rint’ all’acqua soja!

I polpi appena pescati venivano poi tagliati in pezzi e sistemati in una casseruola di terracotta coperta da un panno. La cottura era e doveva essere estremamente lunga, così che il caldo potesse ammorbidire la carne del polpo.

La ricetta tradizionale vuole che non si aggiunga né acqua né olio e che non si possa sollevare il panno fino alla fine della cottura: il modo migliore di cucinare ed insaporire il polpo era quello di farlo cuocere nel suo stesso sugo – ed ecco da dove deriva il celebre modo di dire “‘o purp’ s’adda cocer’ rint’ all’acqua soja“.

Questo detto viene utilizzato quando si ha a che fare con persone presuntuose, che non accettano consigli, eccessivamente sicure di sé fino al limite della tracotanza oppure quando qualcuno assume un comportamento scorretto. Si dice allora che costoro devono “cuocere nella propria acqua“, proprio come il polpo, perché le loro azioni o il loro comportamento gli si ritorcano contro e li facciano rendere conto del proprio errore.

E’ un modo di dire che inneggia alla pazienza ed all’attesa: non è necessario ordire piani e complotti affinché le cose rivelino la loro vera natura; prima o poi, tutto torna indietro spesso senza che sia necessario intervenire in alcun modo.

Il Polpo alla Luciana

Anche se è necessario davvero molto tempo per poterlo cucinare come si deve, non possiamo che dire che l’attesa vale decisamente la pena: non ci resta che gustare questo piatto delizioso foriero di saggezza e modi di dire assai carichi di buonsenso. 

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EventiFood&Drink

Quando l’amore è davvero dolce: Chocoliamo 2020 a San Valentino

Chocoliamo, il festival del cioccolato sarà presente a Napoli a piazza Dante dal 12 al 16 Febbraio. Tante le attività previste per adulti e per bambini.

Chocoliamo sceglie Napoli

Chocoliamo è una rassegna fieristica dedicata agli amanti del cioccolato. Quest’anno la fiera avrà luogo a Napoli, a piazza Dante, e saranno presenti oltre trenta stand provenienti da tutta la nostra penisola.

L’evento aderisce al progetto “Scegli Napoli“, ideato da Flavia Sorrentino e che mira a valorizzare i prodotti delle aziende napoletane: non a caso, ai prodotti partenopei sarà dedicata un’intera area della fiera.

L’amore è una cosa dolcissima

L’evento avrà luogo dal 12 al 16 Febbraio. In virtù della sovrapposizione con la data di San Valentino, un occhio di riguardo sarà riservato ai prodotti ed alle attività dedicate alle coppie ed agli innamorati.

Tra le tante, Post-It hearts: coloro che partecipano al festival, potranno esternare i propri sentimenti su dei post it che costituiranno un grande mosaico d’amore.

Chocoliamo è un evento per tutti

Tuttavia, ci saranno attività per tutti: flashmob, laboratori e show-cooking per gli adulti che parteciperanno all’evento; per i più piccoli ci sarà invece tanta animazione.

L’ingresso è gratuito, e gli stand saranno aperti dodici ore, dalle 10:00 alle 22:00.

Non ci resta altro da fare che partecipare a questa dolce festa, lasciandoci andare a qualche peccato di gola da condividere, magari con la nostra dolce metà – oppure, con tutta la famiglia.

 

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CulturaFood&Drink

BussoLaTavola // Storia del Crocchè di Patate dalla tavola alla strada

I Crocchè di patate, o Panzarotti, sono tra gli streetfood più amati della nostra regione. Tra pizzerie e friggitorie sono centinaia, forse migliaia i luoghi dov’è possibile mangiarne porzioni assai generose e dal costo contenuto.

Ma qual è la loro storia? Viaggiando dalla Francia alla Spagna, muovendoci tra tra tavola e strada, #BussoLaTavola questa settimana vi racconta tutta la storia del Crocchè di Patate.

Il Panzarottaro ed il Cuoppo

I Crocché sono considerati un piatto tipico di Napoli, sebbene alcune varianti della stessa ricetta possano essere trovati anche in altre regioni e città – per esempio, in Sicilia, a Palermo.

Nella città partenopea, queste polpettine di patate e uova impanate e fritte sono chiamati anche Panzarotti per via della forma rotonda che li ha resi simili ad una piccola pancia (“panza”).

Tempo addietro, nel centro storico, era possibile incrociare il cosiddetto Panzerottaro, ovvero un venditore ambulante che friggeva i crocché sul momento per servirli bollenti, ancora sfrigolanti. Erano piccoli e saporiti ed avevano davvero un gran successo tra il pubblico, tant’è che lo slogan con il quale il Panzerottaro attirava a sé il pubblico e la folla era:

Fa’ merenna, fa’ merenna! Te ne magne ciento dint’ ‘a nu sciuscio ‘e viento!

ovvero

Fai merenda, fai merenda! Te ne mangi cento (appena) in un soffio di vento!

Oggi il crocché o panzerotto che dir si voglia è ancora tra i cibi fingerfood più consumati e più caratteristici di Napoli e della Campania, spesso venduto e consumato nel cuoppo – cono di carta arrotolata riempito di fritture varie, in genere crocché di patate, frittelle di pasta cresciuta e arancini oppure frittura di paranza; ma dov’è nata la ricetta di questo cibo tanto semplice quanto squisito?

Francia o Spagna?

Non si sa precisamente dove sia nata la ricetta del crocché di patate, anche se ci sono diverse teorie.

  • La prima è che la ricetta sia derivata da un piatto francese, la croquettes di patate. Questo piatto risalirebbe al 1700, ed era una pietanza consumata spesso dalla corte di Luigi XVI. All’epoca, si trattava di un piatto da gustare a tavola – la versione da mangiare in strada sarebbe in questa ipotesi una rielaborazione del tutto partenopea.
    Troviamo traccia della croquettes di patate nel volume “Il trattato delle patate ad uso di cibo“, scritto da Auguster Parmentier, il cui scopo era quello di rivalorizzare l’uso della patata come pietanza, dato che, all’epoca, era considerato un cibo povero adatto più agli animali che agli uomini.
  • Una seconda teoria è invece quella che il crocchè sia di origine spagnola. In questo caso, sarebbero una derivazione del piatto chiamato croquetas de jamon (crocchette di prosciutto): i crocché di patate sarebbero una versione più povera ed economica di questa ricetta. Le patate avrebbero infatti sostituito gli elementi più ricchi del piatto – come per esempio il prosciutto. Gli elementi più costosi dei crocché di patate napoletani, come il latte e le uova, sarebbero stati aggiunti successivamente dai partenopei.

Il Crocchè: una delizia per tutte le tasche

La storia dei crocché è decisamente incerta, ma il loro sapore è certamente leggendario.

Quale che sia la loro provenienza, abbiamo un dato certo e confermato da tutti i nostri palati, ovvero che si tratta di una frittura deliziosa, che piace a tutti e che, dato il suo costo contenuto, è davvero adatta a tutte le tasche.

E chissà che, tra un cuoppo e l’altro, non si riesca un giorno a scoprire di più riguardo l’origine di questi saporiti panzarotti.

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