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BussoLaLettura // “Il sorpasso dell’Irrealtà”, la recensione

“Il sorpasso dell’Irrealtà”, raccolta edita da Homo Scrivens e nata dalla penna  di Anemone Ledger, è una piccola perla per gli amanti del genere Horror.

Anche i lettori più smaliziati non potranno fare a meno di apprezzare le storie cruente, morbose e inquietanti partorite dalla mente dell’autrice.

Questa raccolta di stralci riesce a fare quello che poche storie riescono a ottenere, e lo fa magistralmente: disturba e agita la mente di chi la legge. Anche chi è solito leggere racconti dell’orrore si ritroverà, insolitamente e forse suo malgrado, turbato nel profondo.

Il guscio sottile della realtà

Il fil rouge che unisce tutte le storie presenti in questo volumetto prezioso è l’Irrealtà.

I protagonisti di tutti gli stralci della raccolta danzano, come funamboli, sul filo sospeso e sottile che separa il mondo reale dalla sua controparte irreale – si tratta di luoghi sotterranei, traboccanti di tesori magnifici e proibiti, carichi di orrore e di colpe sanguinanti. 

Ognuno dei personaggi compie un passo insolito e azzardato che lo costringe a superare il limite, a rompere il guscio sottile della realtà. La nostra normalità e la nostra serenità sono protette da una superficie fin troppo fragile, al di sotto della quale si trovano paludi ribollenti di orrore e paura. 

Ciascuno dei personaggi – e dunque ciascuno di noi – può  trasformarsi in un mostro. Anemone Ledger è molto brava nel mostrarci quanto poco basti a trasformare bambini, padri, panettieri e persino gatti in creature infernali e crudeli.

elaborazione grafica di Luigi Carrara

Un’opera di necromanzia

La raccolta ha un sapore chiaramente internazionale come lo sono le sue ispirazioni, a volte citate proprio all’inizio degli stralci.

Lampanti i riferimenti alla scrittura di Stephen King, di Lovecraft e di Edgar Allan Poe. L’autrice miscela gli elementi caratterizzanti delle loro storie creando, come un’alchimista o una strega delle parole, uno stile del tutto inedito.

L’incantesimo compiuto da Anemone Ledger è un’opera di necromanzia – o forse un’esperimento simile a quello compiuto dal dottor Frankenstein – decisamente ben riuscito: la creatura, a un primo sguardo mostruosa, è in realtà perfetta e unica, dotata di un’anima e uno spirito propri e assolutamente affascinanti, per quanto spaventosi.

Coltelli, denti e sangue: gli Stralci

L’autrice, all’interno della raccolta, precisa che questi non sono propriamente racconti, ma stralci:

Questi sono stralci di irrealtà, non racconti. Lo “stralcio” è un elemento che viene eliminato – dunque separato – da un insieme.

Si tratta, come verrà precisato più avanti, di stralci di irrealtà che la penna di Anemone Ledger trascina via con sé. Talvolta questi stralci vengono tagliati via con precisione, come se le parole fossero la lama di un coltello; a volte vengono strappati via come se si trattasse di bocconi sanguinanti, straziati dai denti feroci della scrittura.

La voce dell’autrice è fresca e talentuosa, e ci conduce lungo sentieri stretti e dalle pareti grondanti d’orrore. Ogni stralcio è un percorso, una traccia che l’Irrealtà ha lasciato dietro di sé e che l’inchiostro di sangue di Anemone Ledger percorre insieme a noi.

Lo sguardo del lettore illumina per un istante questi universi di perversione e terrore, mostrandoci cosa c’è oltre il confine, oltre il guscio sottile che ci protegge.

A chi è consigliato “Il sorpasso dell’Irrealtà”?

Questa raccolta è consigliata a tutti gli amanti del genere horror; a chiunque desideri provare paura e smarrimento, inquietudine e fastidio; a tutti quelli che, anche solo per un breve istante, vorrebbero sbirciare oltre il velo per costringere il proprio sguardo a inoltrarsi nell’Irreale.

 

Titolo: Il sorpasso dell’Irrealtà

Autore: Anemone Ledger

Casa editrice: Homo Scrivens

Copertina (flessibile): 126 pagine

ISBN: 978-88832781755

Prezzo: 13,00 euro

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CulturaEventi

Paolo Sorrentino torna a Napoli per girare il suo nuovo film “È stata la mano di Dio”

Paolo Sorrentino

Paolo Sorrentino, regista napoletano premio Oscar, scriverà e dirigerà “È stata la mano di Dio” per Netflix. Il film è prodotto da Lorenzo Mieli per The Apartment, del gruppo Fremantle, e da Paolo Sorrentino: le riprese partiranno a breve a Napoli.

Di seguito le parole rilasciate dal regista: “Sono emozionato all’idea di tornare a girare a Napoli, vent’anni esatti dopo il mio primo film. “È stata la mano di Dio” è, per la prima volta nella mia carriera, un film intimo e personale, un romanzo di formazione allegro e doloroso. Sono felice di condividere questa avventura col produttore Lorenzo Mieli, la sua The Apartment e Netflix. La sintonia con Teresa Moneo, David Kosse e Scott Stuber sul significato di questo film, è stata immediata e folgorante. Mi hanno fatto sentire a casa, una condizione ideale, perché questo film, per me, significa esattamente questo: tornare a casa”.

 

 

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AmbienteCultura

Procida: Il terreno agricolo del vecchio carcere diventa un parco pubblico

Procida, il terreno agricolo del vecchio carcere diventa un parco pubblico; si chiamerà “Il giardino sul mare incantato”.

Ben 5 mila metri quadri liberati dai rovi e finalmente restituiti alla bellezza, con vista privilegiata sulla selvaggia spiaggia dell’asino, a Procida. Gli assessori Antonio Carannante e Titta Lubrano commentano così:

“Saranno gli isolani a gestirli, sentendosene responsabili”.

Questo era il tenimento agricolo al quale lavoravano i detenuti del bagno penale: frutta e ortaggi d’ogni tipo, si allevavano anche maiali e mucche. La riapertura è stata possibile grazie al gran lavoro di volontari e maestranze locali, il Comune di Procida ha riaperto l’area, anche con il finanziamento della Città Metropolitana di Napoli.

Il nome del parco pubblico sarà “Il Giardino sul mare dell’incanto” con accesso dalle 9.30 alle 20, purché ogni procidano porti con sé una stuoia o una sedia.

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Cultura

BussoLaLingua // Perché si dice “Bella come ‘o riavulo ‘e Mergellina”?

Perché si dice "Bella come 'o riavulo 'e Mergellina"?

Perché si dice “Bella come ‘o riavulo ‘e Mergellina”?

Non sempre la bellezza è garanzia di virtù: dietro i visi più angelici si possono celare animi infernali e crudeltà non inferiori a quelle dei peggiori diavoli. Nelle leggende Napoletane la bellezza è spesso infame – tra le strade di Neapolis si contraddice spesso l’idea greca del καλὸς καὶ ἀγαθός, ovvero del bello e valoroso che possiede tutte le virtù.

Per esprimere quest’idea tipicamente partenopea, esiste addirittura un modo di dire: quando una donna è bella ma crudele – e anche quando si parla di una bellezza pericolosa – si dice che la persona in questione è “bella come ‘o riavulo ‘e Mergellina” / “bella come il diavolo di Mergellina”.

Ma perché si dice così? 

Dietro questo modo di dire non c’è una leggenda: ce ne sono addirittura due. Si parla di peccati e di desideri, di donne bellissime, arte ed espiazione: questa settimana, #BussoLaLingua svela tutti i segreti che riguardano il Diavolo di Mergellina.

Perché si dice "Bella come 'o riavulo 'e Mergellina"?

San Michele che scaccia il Demonio

Tra le rocce di Mergellina si trova una chiesa dalla facciata dipinta di rosso dedicata a “Santa Maria del Parto“.

All’interno di questo luogo c’è un’opera di Leonardo Grazia da Pistoia, un dipinto noto al popolo con il nome di “Diavolo di Mergellina” ma il cui titolo originale è “San Michele che scaccia il Demonio“.

E’ un dipinto che ha colpito da sempre la fantasia dei cittadini di Napoli, ed è facile capire il perché: si tratta di un’immagine sì bellissima, ma decisamente conturbante. Nell’opera è rappresentato l’Arcangelo San Michele che schiaccia sotto i suoi piedi quello che viene identificato come “Demonio”, ma che in realtà ha il viso di una bellissima fanciulla dai capelli folti e ramati. 

Questa figura femminile è seminuda e non del tutto umana: nella parte inferiore del suo corpo possiamo infatti vedere dei tratti serpenteschi.

La fantasia popolare ha ricamato a lungo sull’immagine di questo dipinto strano e sconvolgente, derivandone due leggende.

La storia di Vittoria d’Avalos

La prima leggenda narra della peccaminosa storia di Vittoria d’Avalos, una giovane donna, nobile e bellissima, che aveva abbandonato la vita monastica, che s’invaghì follemente di Diomede Carafa, un prete giovane e di bell’aspetto.

La pozione d’amore

La leggenda vuole che la fanciulla abbia cercato di sedurre in ogni modo Diomede, utilizzando tutte le armi a sua disposizione: il suo bel viso faceva innamorare chiunque e il suo corpo candido e armonioso conquistava a prima vista ogni uomo che vi posasse lo sguardo. Vittoria era gentile e garbata e la sua voce angelica era così suadente da permetterle di ottenere qualsiasi cosa da chiunque la ascoltasse.

Nessuno pareva poterle resistere; nessuno, tranne il prete di cui la donna era innamorata. Diomede Carafa, invero con una gran fatica, resistette a tutti i tentativi di seduzione messi in atto da Vittoria che infine, disperata, secondo alcune versioni della leggenda si rivolse a una fattucchiera.

L’anziana donna preparò allora una pozione d’amore, e consegnandola alla nobile fanciulla le raccomandò di farla bere tutta al suo amato Diomede. Vittoria obbedì alla fattucchiera: sparse il contenuto della preziosa boccetta su alcuni dolci e li portò in dono al prete che, inconsapevole e goloso, li mangiò tutti.

Pareva proprio che la pozione della fattucchiera avesse funzionato: Diomede divenne ossessionato dalla ragazza. Pensava a lei in ogni momento e cercava di non rimanere mai troppo tempo al suo cospetto, consapevole di rischiare di cedere da un momento all’altro alle sensuali proposte della fanciulla.

‘o riavulo ‘e Mergellina

Infine, consultato un suo amico esorcista, commissionò ad un artista un lavoro: il pittore avrebbe dovuto dipingere un quadro raffigurante un angelo che sconfiggeva un diavolo che avesse le stesse sembianze della bella Vittoria. L’artista completò il suo lavoro, producendo il quadro che ancora oggi possiamo ammirare, e così l’incantesimo d’amore si sciolse.

Ogni volta che Diomede si sentiva tentato dal bel corpo della fanciulla si recava in chiesa a osservare il dipinto raffigurante la sconfitta del “Diavolo di Mergellina” e così il suo desiderio spariva.

Perché si dice "Bella come 'o riavulo 'e Mergellina"?

La storia di Isabella

La seconda storia di quella di cui parlano le leggende è quella di Isabella.

Isabella era una giovane donna aristocratica, seducente e bellissima, nota per illudere gli uomini che s’innamoravano di lei senza mai concedersi loro. Si dice che uno dei suoi sfortunati amanti fosse stato Don Diomede Carafa.

Inizialmente, in verità, sembra che Diomede avesse cercato di resistere alle proposte della ragazza ma che, dopo aver letto una lunga lettera d’amore scritta da Isabella, avesse infine ceduto. Cadde così tra le braccia della bella fanciulla e intrattenne con lei una torbida storia d’amore che durò mesi interi.

Nonostante Diomede fosse riuscito ad assaggiare il frutto proibito, la sua gioia durò poco: Isabella infatti lo abbandonò per scivolare tra le braccia del miglior amico del prete, Giovanni Verrusio.

Fu in quel momento di dolore, rimpianto e pentimento che Diomede commissionò a un artista un’opera: parliamo naturalmente del quadro rappresentante l’Arcangelo Michele che sconfigge un diavolo dalle sembianze di donna e, nello specifico, di Isabella.

Bella come ‘o riavulo ‘e Mergellina

Queste sono le due leggende che spiegano il modo di dire “Bella come ‘o riavulo ‘e Mergellina”: si parla di donne bellissime e tentatrici, disposte a tutto pur di ottenere ciò che vogliono oppure che non si facciano scrupolo ad abbandonare gli uomini che, ormai, hanno usato.

Conoscevate questo modo di dire così particolare?

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Scopri i segreti di altre parole e modi di dire:

Se vuoi approfondire la tua conoscenza sulla nostra cultura regionale o leggere altre storie della Campania, non perderti le nostre rubriche sulle Leggende e sui Sapori della nostra regione : #BussoLaLeggenda e #BussoLaTavola

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Cultura

Passeggiare tra i borghi: ecco 5 imperdibili mete in Campania

La Campania è ricca di borghi storici incantevoli e suggestivi, sparsi sull’intero territorio. Eccone cinque che sarebbe un peccato lasciarsi sfuggire!

La Campania è una regione ricca di borghi storici, caratteristici di un passato che ha ancora tanto da raccontare. Un passato che si rivela a ogni passo tra viuzze in ciottolato e vicoli medievali, pur conservando ancora oggi un alone di mistero. Luoghi affascinanti, questi borghi, dove la storia si può toccare con mano attraverso le sue testimonianze. Dove, in un certo senso, sembra che il tempo scorra più lento, con le botteghe artigiane a ricordare ai turisti l’atmosfera di un tempo lontano.

Tra i tanti borghi caratteristici della Campania, ce ne sono alcuni che sarebbe davvero un peccato perdere. Dunque, partiamo alla scoperta di cinque borghi campani irrinunciabili, di quelli che dovrebbero essere sulla to-visit list di tutti.

  1. Vietri sul Mare (SA)

Partiamo da uno dei gioielli della regione Campania e dell’Italia intera: la costiera amalfitana. Premesso che ogni borgo della costiera meriterebbe di essere visitato almeno una volta nella vita, vi parliamo qui di Vietri sul Mare.

Famosissimo per le sue ceramiche artistiche artigianali, prodotte in questo borgo a partire dal diciassettesimo secolo, Vietri sul Mare viene considerato “la porta della costiera amalfitana”, punto di incontro tra la città di Salerno e i restanti borghi costieri. Irrinunciabile un giro lungo i due belvedere che si affacciano sulla porzione di mare con il quale ha inizio il tratto costiero più famoso della regione.

Iconica è la cupola in maiolica della Chiesa di San Giovanni Battista, dai colori vivaci: un giallo e un blu vividi, che risaltano e contrastano con il mare sullo sfondo, rendendo gli scorci di Vietri sul Mare inconfondibili (foto di copertina). L’edificio che occupava l’area della chiesa risale al decimo secolo, ma fu poi distrutto dagli attacchi saraceni. La chiesa come la vediamo oggi fu costruita nel diciassettesimo secolo, con un campanile progettato da Matteo Vitale.

Il centro storico è costellato da caratteristiche botteghe artigianali in cui si possono ammirare le raffinate e preziose ceramiche vietresi, riconosciute come patrimonio mondiale dall’UNESCO. Sullo sfondo delle stradine del centro risaltano le vivaci maioliche, così tipiche del luogo che le troviamo persino incastonate tra i vicoletti storici. A proposito di ceramiche, se si è a Vietri si può visitare anche il Museo della Ceramica.

La Marina

Ma Vietri non è solo ceramica e storia. Specialmente in estate, si può scendere in spiaggia e fare un tuffo nella splendida cornice della costiera amalfitana. Per questo, ci si può recare a Marina di Vietri, dove è possibile trovare fazzoletti di spiaggia libera intervallati dagli stabilimenti balneari, e tanti locali e bar presso i quali si può sostare per godersi – perché no? – un buon aperitivo al tramonto con vista sul mare. Ma ci si può avventurare anche a Marina di Albori, angolo di paradiso mozzafiato facente parte della frazione di Albori, che si può definire come un vero ‘borgo nel borgo’.

  1. Sant’Agata de’ Goti (BN)

Conosciuta come “la perla del Sannio”, Sant’Agata de’ Goti è una città divisa in due. Mentre l’area più recente ha i tratti di una città moderna, la parte storica risale al tempo dei romani, sebbene, soprattutto sull’assetto urbanistico, sia particolarmente evidente l’influenza dei Normanni. Sorgendo su roccia di tufo, Sant’Agata dà l’impressione di essere una fortezza sospesa nel vuoto, circondata da un’aura di mistero. La sua conformazione, insieme alle stradine medievali, ai vicoli e alle tante chiese rendono Sant’Agata de’ Goti uno dei borghi più suggestivi della Campania.

Sant’Agata de’ Goti, panorama notturno. Photo credits: Fabrizio Grossi.

Tra i monumenti imperdibili di questo borgo sannita si annoverano sicuramente il castello, di origine longobarda, e il Duomo dedicato all’Assunta. Costruito sui resti di un antico tempio pagano, l’edificio originale del Duomo risale al 970 d.C., sebbene si siano susseguite diverse ristrutturazioni nel corso dei secoli.

Altra tappa interessante è la Chiesa dell’Annunziata, un edificio di epoca medievale che presenta anche affreschi del quattrocento e marmi del cinquecento. Un’incantevole commistione di epoche, insomma. Da inserire nella lista dei luoghi da visitare anche il palazzo vescovile, risalente al diciottesimo secolo e legato alla figura di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, vescovo di Sant’Agata de’ Goti dal 1762 al 1775.

  1. Castellabate (SA)

Qui non si muore”, disse Gioacchino Murat riferendosi alla purezza dell’aria di Castellabate. Lo ricorda da circa due secoli una targa esposta tra i vicoli del borgo cilentano, reso sicuramente più celebre ai più grazie anche al film “Benvenuti al Sud” (2010).

Dichiarato patrimonio mondiale dell’umanità dall’UNESCO, Castellabate è uno di quei borghi da non perdere, con il suo concentrato di storia e di bellezze naturali. Il nome del luogo deriva dall’antico borgo dal quale si è sviluppato, ovvero Castrum Abbatis, Castello dell’Abate. L’abate in questione era Costabile Gentilcore, il quale cominciò la costruzione della fortezza nel 1123 per difendere l’area dai saraceni.

Oltre al Castello, che oggi è utilizzato sopratutto per iniziative culturali, imperdibili a Castellabate sono le torri di avvistamento e il centro storico medievale. Quest’ultimo, in particolare, è caratterizzato da stradine, vicoli, salite, scalinate e archi che si intrecciano e creano degli scorci davvero incantevoli. Non lontano dal castello si incontrano anche la Basilica di Santa Maria Giulia, con la sua struttura cinquecentesca e un campanile diviso in quattro livelli, e la piccola Chiesa del Rosario, che conserva al proprio interno un altare policromo in marmo del settecento.

Il panorama che si osserva dal belvedere di San Costabile con vista sulla costa è da togliere il fiato. Al di sotto del borgo più ‘montano’ si snodano le frazioni costiere di Castellabate, come Santa Maria e San Marco. Tra le spiagge più famose, quella del Pozzillo e della Grotta, mentre un altro luogo da non perdere è il pittoresco porticciolo di Santa Maria.

  1. Procida, la Corricella (NA)

La Corricella a Procida è un caleidoscopio di colori che si affaccia su un mare cristallino, nel pieno del Golfo di Napoli. Immagine tra le più rappresentative dell’intera isola, quest’area è un piccolissimo borgo marinaro, con case pittoresche, barche ormeggiate al porticciolo, l’odore di salsedine e l’animato vocio che viene dai vicoli.

Procida, Corricella.

In verità, l’isola di Procida è in sé un gioiello da scoprire. Ne è stata affascinata anche la scrittrice Elsa Morante che descrive così l’isola:

“[…] la mia isola ha straducce solitarie chiuse fra i muri antichi, oltre i quali si stendono frutteti e vigneti che sembrano giardini imperiali. Ha varie spiagge dalla sabbia chiara e delicata, e altre rive più piccole, coperte di ciottoli e conchiglie, e nascoste tra le grandi scogliere.”

L’Isola di Arturo (1957)

Le stradine piene di edifici variopinti conferiscono all’isola una carattere pittoresco, mentre Terra Murata è la zona di Procida nella quale si respira maggiormente l’eredità di un passato che non sembra così lontano. Il tutto caratterizzato dalla bellezza di una vista mozzafiato, sulla costa frastagliata e selvaggia. E poi Palazzo d’Avalos, di origine spagnola, costruito nel sedicesimo secolo e diventato residenza di caccia del Re con l’arrivo dei Borbone.

Questi sono soltanto alcuni dei simboli di un’isola che, pur essendo la più piccola dell’arcipelago napoletano, è piena di segreti da scoprire. L’impressione che si ha quando si cammina per le stradine di Procida è quella di essere ben lontani dagli affanni della vita frenetica di città. Eppure ci troviamo soltanto a una ventina di minuti di aliscafo da Napoli.

  1. Casertavecchia (CE)

Localizzato a soli dieci chilometri dall’omonimo capoluogo, alle pendici dei monti Tifatini, Casertavecchia è un borgo medievale da non perdere per gli amanti della storia e della cultura. Passeggiare tra i vicoli di questo borgo vuol dire essere catapultati in un’epoca passata, che è ancora vivida, però, tra le strade acciottolate del centro storico, nelle botteghe artigiane, nell’aria che si respira. Insomma, Casertavecchia è fascino e mistero del suo passato. Gli edifici, d’impronta tipicamente medievale, si affacciano direttamente su stradine in basolato e ciottoli. Tra i simboli del borgo “lo spiritello di Casertavecchia”, un mazzamurello che ne combina di tutti i colori, ma che può portare anche tanta fortuna!

Caserta Vecchia, vicolo. Photo credits: Fabrizio Grossi.

Questo incantevole borgo medievale risale probabilmente al nono secolo, con i primi segni della formazione di un nucleo urbano rintracciabili nell’861 d.C. Tuttavia, raggiunge lo splendore con la dominazione normanna. Ed è proprio alla dominazione normanna che si deve la costruzione del Duomo, la cattedrale di San Michele Arcangelo, tra il 1113 e il 1153. La cattedrale è ora espressione di vari stili architettonici, ma conserva la propria base originaria medievale. Realizzata esternamente in tufo, la cattedrale è strutturata in tre navate. Vicino al duomo, il campanile, alto 32 metri e terminato dal vescovo Andrea nel 1234 al tempo di Federico II, sovrasta dall’alto l’intero borgo.

Se si ha in programma una visita a Casertavecchia, tra le imperdibili mete vi è sicuramente la Torre dei Falchi, vero e proprio simbolo del borgo. Alta circa 30 metri, è la seconda torre più alta d’Europa dopo Aigues-Mortes (Provenza, Francia). Evocativi anche i ruderi del castello che trasmettono tutto il fascino del luogo che fu attraverso i secoli. Ideato in origine dai conti di Capua, il castello fu probabilmente fortificato dai Normanni e dagli Svevi. Tappa interessante è anche la Chiesa dell’Annunziata, in stile gotico, realizzata nella prima metà del quattordicesimo secolo.

Foto di copertina: Wikimedia Commons.

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Cultura

BussoLaLeggenda // Il Gatto Mammone

I gatti sono creature misteriose ed eleganti che sono, da sempre, indissolubilmente legate alla magia e al mondo del sovrannaturale.

Nel corso dei secoli sono stati associati a divinità e streghe, a inferni, demoni e diavoli: ma voi lo sapevate che, secondo alcune leggende, a governare queste creature maliarde e incantevoli c’è addirittura un sovrano?

Stiamo parlando del Gatto Mammone, detto il Re dei Gatti. Questa magica figura viene citata in tantissime favole e racconti. A volte sembra che si tratti di un essere crudele, altre si comporta come un gentile benefattore.

Questa settimana, #BussoLaLeggenda vi parla del Gatto Mammone e delle sue antichissime origini.

Il gatto Mammone in Campania

Secondo la tradizione Campana, il Gatto Mammone è, appunto, il Re di questi piccoli felini.

Possiede un’intelligenza pari – se non superiore – a quella umana e si presenta come un gatto nero di grandi dimensioni. In alcuni racconti ha una lettera “M”, bianca, sulla fronte o sul muso.  Ha un’aura demoniaca e non sempre i suoi intenti sono nobili: viene spesso associato al peccato capitale dell’avarizia.

Bonus Track: #BussoLaLingua – Perché si dice “Mo’ vene ‘o Mammone”?

Il Gatto Mammone a volte può essere davvero pericoloso: acquattato nell’ombra divora le persone che si sono dimostrare crudeli o avare. Le fauci di questo demonietto sono rapide e letali, e della persona di cui si ciba non rimane nulla: né sangue né ossa.

Per questo si usa dire ai bambini disobbedienti:

Fa’ ‘o bravo, altrimenti mo’ vene ‘o Mammone!

ovvero

Fai il bravo, altrimenti adesso arriva il Mammone.

Il Gatto Mammone si è, insomma,trasformato nel corso de tempo in uno spauracchio con cui spaventare i bambini più capricciosi e a quelli meno educati.

Il Gatto Mammone nelle altre Regioni

Questa creatura non esiste, tuttavia, soltanto in Campania.

In Sardegna, nello specifico a Sarule, il Maimone è un fantoccio fatto di stracci e peli di gatto dalle sembianze feline, rappresentazione del Carnevale.

In Veneto si dice che nel ’68 una donna di nome Serafina dal Pont venne aggredita da un Gatto Mammone. La donna raccontò di essersi salvata dall’aggressione della belva solo grazie a Santa Rita, apparsa nella forma di un gigantesco topo al fine di distrarre il Mammone. La vicenda venne resa nota tramite diversi giornali e Italo Calvino ne fece addirittura un disegno.

Vittorio Imbriani ne parla nella sua “Novellaja Fiorentina

La Novella dei Gatti

Uno dei racconti popolari più celebri in cui compare il Gatto Mammone è “La Bella Caterina o La Novella dei Gatti“, del napoletano Vittorio Imbriani, contenuto nel volume “Novellaja Fiorentina“.

La Bella Caterina

C’era una volta, tanto tempo fa, una bella fanciulla di nome Caterina. Costei aveva una sorella, molto più brutta di lei, e una madre ingiusta. 

La madre, infatti, amava molto di più la sorella di Caterina, che oltre a non essere di bell’aspetto era anche crudele e saccente. Proprio in virtù di questa inspiegabile predilezione, la madre un giorno mandò Caterina a chiedere un setaccio in prestito a delle Fate. Caterina, che era di buon cuore, obbedì ma non riuscì a trattenere le lacrime: era noto infatti che le Fate fossero crudeli e violente e che chiunque si avvicinasse a loro tornasse ricoperto di lividi e di graffi.

Nonostante la tristezza e la paura, Caterina si diresse verso il bosco dove abitavano le tre fate. Lungo la strada incontrò un uomo anziano e si confidò con lui, raccontandogli dei suoi timori e del suo dispiacere. L’uomo disse allora alla fanciulla:

Non abbiate paura di nulla. V’insegnerò io com’avete da condurvi. E se m’ascolterete, non ve n’avrete da pentirvene. Ma prima ditemi un po’ che cosa ho qui ‘n capo, che mi sento tanto prudere.

Caterina diede un’occhiata e rispose che, sul capo dell’anziano uomo, vedeva perle e oro. E allora l’uomo anziano esclamò:

E perle ed oro toccheranno anche a voi!

Pronunciate queste parole, diede alla ragazza dei suggerimenti: giunta alla casa delle fate, avrebbe dovuto infilare nello spioncino della loro porta un bastoncino; lungo la strada, inoltre, avrebbe dovuto aiutare dei gattini che lavoravano come sartine ed altri che lavoravano nelle cucine. Infine, l’uomo raccomandò a Caterina di scegliere sempre gli abiti e i cibi più semplici e di non salire mai e poi mai le scale con le scarpe.

La fanciulla, anche se non capiva fino in fondo le parole dell’uomo, gli obbedì e riprese il suo cammino verso il bosco.

Arrivata a una porta, le fate le dissero di aprirla infilandovi un dito. Ma la bella Caterina, memore delle raccomandazioni del vecchietto, vi infilò un bastoncino e la porta si aprì.

Il Gatto Mammone

Dopo qualche tempo incontrò dei gattini intenti a cucire, ricamare e cucinare: con gentilezza, la bella Caterina si mostrò servizievole nei confronti di tutti loro. Dopo che li ebbe aiutati, le comparve davanti agli occhi il Gatto Mammone, grande e nero proprio come l’avevano descritto le leggende.

Il Gatto Mammone ringraziò Caterina, per il grande aiuto dato ai gattini. Dopo qualche istante poi le domandò cosa preferisse tra pane nero e cipolla e pane bianco e cacio; Caterina, ricordando le parole dell’uomo anziano, rispose di preferire del pane nero. Il Gatto Mammone, udendo quelle parole, le diede del pane bianco.

Il Gatto Mammone disse allora a Caterina di percorrere delle scale. La fanciulla si trovò davanti a delle bellissime scale di cristallo e, ricordando le parole dell’uomo anziano, si tolse le scarpe prima di obbedire al Gatto Mammone che, a questo punto, le chiese di scegliere tra un abito bellissimo e d’oro e un abito brutto e d’ottone. Anche questa volta, Caterina scelse l’abito più semplice e ancora una volta, invece, ebbe l’abito più bello, mentre le fate l’adornarono di gioielli preziosi.

Le venne consegnato infine il setaccio dalle fate e il Gatto Mammone le fece un’ultima raccomandazione: allontanandosi avrebbe sentito il raglio di un asino e il canto di un gallo, e avrebbe dovuto ignorare il primo e voltarsi solo al secondo. Caterina ringraziò per il consiglio il Gatto Mammone e quando sentì il canto del gallo e si voltò verso di lui. Le comparve allora una stella  sulla fronte.

La Brutta Sorella

Quando giunse a casa, Caterina raccontò tutto alla madre e alla sgradevole sorella. Quest’ultima, pensando di poterne ricavare gioielli e abiti d’oro, si offrì di riportare il setaccio alle fate il giorno seguente.

La sgradevole sorella, dunque, si diresse verso il bosco. Incontrato l’uomo anziano, tuttavia, gli rispose in modo scortese e questo non le offrì alcun consiglio; così, quando le fate le chiesero di infilare un dito nella serratura porta lo fece senza alcuna remora: le fate le strapparono via la falange.

Incrociati i gattini che lavoravano come cuochi e sartine, invece di aiutarli li prese in giro e li trattò male. Vedendo il Gatto Mammone, i gattini parlarono tutti assai male della brutta fanciulla.

Quando il Gatto Mammone le chiese di scegliere tra pane bianco e nero, scelse quello bianco e si disperò quando le venne dato il pane nero; stessa cosa accade quando le fu chiesto dii scegliere tra l’abito brutto e d’ottone e l’abito bello e d’oro: scelto l’abito più bello, il Gatto Mammone le fece indossare quello meno elegante. Salendo le scale di cristallo non si tolse le scarpe e le graffiò tutte, rovinandole con gran disappunto delle fate.

Quando se ne andò, senza nemmeno salutare, il Gatto Mammone le disse di voltarsi al ragliare dell’asino. La brutta sorella così fece e sulla fronte le spuntò una lunga coda d’asino.

Il Calderone

Nel frattempo, Caterina, ancora vestita dell’abito e dei gioielli che le avevano regalato il Gatto Mammone e le fate, incontrò per caso il principe del regno. Questi, vedendola, se ne innamorò perdutamente e ne chiese subito la mano.

La madre ingiusta, però, nascose Caterina nella cantina cercando di far credere al principe che la sua promessa sposa fosse la brutta sorella: tuttavia il giovane sentì un canto melodioso venire dalla cantina e riconobbe all’istante la voce di Caterina.

Liberata immediatamente l’amata convolò con lei a nozze, disponendo che la madre ingiusta e la brutta sorella fossero gettate in un calderone d’olio bollente: così venne fatto, e le due donne morirono tra mille tormenti.

Ma chi è la Mammona?

Ma da cosa deriva la parola “Mammona”?

A un primo sguardo sembra che si tratti di un riferimento al Vangelo, dove possiamo infatti leggere che Gesù pronuncia la seguente frase:

Non potete servire Dio e la Mammona.

Ma cos’è questa Mammona a cui fa riferimento?

Molti teologi, filosofi e santi cristiani ne parlano come di una personificazione demoniaca. Alcuni credono che sia uno dei tanti nomi del diavolo, altri che si tratti del demone dell’avarizia. 

Oggi in molti sostengono che la Mammona, prima del cristianesimo, fosse assimilabile alla divinità della Grande Madre. Successivamente, con l’introduzione del patriarcato, venne inglobata nella figura della Mater Matuta, divinità del mattino o dell’aurora, e in seguito, con l’arrivo del cristianesimo, la Mammona sarebbe diventata una creatura demoniaca e infernale in quanto residuo della religiosità pagana appena soppiantata.

Il Gatto Mammone

Le origini del Gatto Mammone affondano insomma le loro radici in epoche davvero antiche. Quale che sia la verità, oggi degli antichi miti non rimane che uno spauracchio e dei racconti popolari suggestivi e un po’ spaventosi…

e anche se nessuno potrebbe mai credere alle storie sul Gatto Mammone, non siate troppo avari: anche se nessuna creatura infernale salterà fuori dalle tenebre per divorarvi, essere generosi potrebbe essere comunque una scelta più saggia.

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Scuola e dintorni

Confermato per il 24 settembre l’inizio della scuola in Campania

inizio scuola Campania

Arriva la data ufficiale dell’inizio della scuola in Campania: l’anno scolastico 2020\2021 inizierà il 24 settembre.

Un paio di settimane fa l’assessore regionale alla Scuola, Lucia Fortin, aveva già dichiarato le sue perplessità sulla data di inizio della scuola. Il 14 settembre è la data consigliata dal Ministro Lucia Azzolina. In Campania però non avrebbe garantito agli studenti una continuità didattica sin da subito, a causa delle elezioni per il rinnovo dei consigli regionali, che si terranno il 20 e il 21 settembre 2020 (clicca qui per maggiori informazioni).

La decisione ufficiale è arrivata ieri, dopo il tavolo con i sindacati e le associazioni dei genitori. La scuola in Campania per l’anno scolastico 2020\2021 inizierà il 24 settembre, così come nella Regione Puglia. Il presidente del sindacato ANIEF (Associazione Nazionale Insegnanti e Formatori), Stefano Cavallini, ha presenziato al tavolo di ieri e ha affermato:

«Dopo mesi di isolamento, ritornare a scuola il 14 per poi interrompere tutto dopo pochi giorni potrebbe essere nuovamente traumatico per gli alunni, soprattutto tra i più piccoli. Didatticamente poi non sarebbe di nessun utilità iniziare per pochi giorni e poi interrompersi».

Tra martedì e giovedì della prossima settimana sarà anche pubblicato il calendario ufficiale del prossimo anno scolastico in Campania.

Altro motivo che ha spinto a rimandare l’inizio della scuola in Campania è quanto ha dichiarato il Presidente della Regione Vincenzo De Luca. L’organico sarebbe infatti ancora non definito ed organizzato. Mancanco poi anche i fondi per l’edilizia scolastica.

Inoltre Luisa Franzese, direttore dell’USR Campania (Ufficio Scolastico Regionale), garantisce la conclusione delle assegnazioni provvisorie entro il fine agosto. Precisamente entro il 31 agosto, ogni procedura di assegnazione di cattedra provvisoria sarà terminata. Ciò è importante per assicurare continuità e personale specializzato fin dal primo settembre e tutelare il diritto alla salute del personale docente.

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Cultura

Parte la tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival

Parte, nel segno del legame che unisce la drammaturgia catalana alla lingua napoletana, della musica dei Foja e della storia del teatro, la tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia, la quarta diretta da Ruggero Cappuccio, realizzata con il sostegno della Regione Campania, presieduta da Vincenzo De Luca, e organizzata dalla Fondazione Campania dei Festival, guidata da Alessandro Barbano.

Comunicato stampa

 

Napoli Teatro Festival Italia
Al via mercoledì 1 luglio la tredicesima edizione

 La drammaturgia catalana incontra la lingua napoletana con la prima assoluta de il Prestito; la musica dei Foja invade Capodimonte con Miracoli e Rivoluzioni; a Palazzo Reale una lezione di storia del teatro dedicata ad Antonin Artaud

 Si apre mercoledì 1 luglio, nel segno del legame che unisce la drammaturgia catalana alla lingua napoletana, della musica dei Foja e della storia del teatro, la tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia, la quarta diretta da Ruggero Cappuccio, realizzata con il sostegno della Regione Campania, presieduta da Vincenzo De Luca, e organizzata dalla Fondazione Campania dei Festival, guidata da Alessandro Barbano.

Si parte alle ore 19.00 a Palazzo Fondi con la prima assoluta de il Prestito, divertente e geniale commedia di Jordi Galceran tradotta da Enrico Ianniello, e prodotta da Casa del Contemporaneo nell’ambito del progetto Rua Catalananuovo teatro catalano a Napoli, per la regia di Rosario Sparno, con Luca IervolinoLuciano Saltarelli. Un direttore di banca nega un prestito a un cliente che in garanzia può dare solo la propria parola d’onore.

Grazie alla partecipazione attiva della Delegazione del Governo Catalano in Italia e dell’Istituto Ramon Llull, Rua Catalana coinvolge tre importanti compagnie indipendenti, che usano spesso il napoletano come lingua di riferimento per il loro lavoro artistico, nella messinscena di tre testi di altrettanti autori contemporanei, presentati con successo a Barcellona negli ultimi anni e riambientati a Napoli negli adattamenti e nelle traduzioni di Ianniello. Dopo il Prestito (replica giovedì 2 luglio ore 19.00), sarà la volta di Fémmene Comme a Me di Pau Mirò, per la regia di Roberto Solofria, prodotto da Mutamenti/ Teatro Civico 14 (Palazzo Fondi 7-8 luglio ore 19.00). E ancora Mario Gelardi porta in scena Plastilina, scritto da Marta Buchaca, e prodotto dal Nuovo Teatro Sanità (Palazzo Fondi 14 – 15 luglio ore 19.00).

Sempre alle 19.00, il Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale ospiterà per la sezione Progetti Speciali Lampi Sulla scenadue lezioni di storia del teatro, a cura di Roberto D’Avascio per Arci Movie. Un percorso tra le vicende umane e artistiche di due figure del mondo del teatro che hanno segnato la scena internazionale del Novecento. L’appuntamento di mercoledì è dedicato a  Antonin Artaud; giovedì 2 luglio invece a Sarah Kane. Le interpretazioni saranno di Gianni Sallustro e Maria Teresa Panariello.

La prima giornata del Festival si conclude alle ore 21.00, nel cortile della Reggia del Real Bosco di Capodimonte, con la musica dei Foja in Miracoli e Rivoluzioni. Un concerto – spettacolo con due anime, rappresentate in due atti, durante i quali il gruppo napoletano, attingendo al proprio canzoniere edito e inedito, indaga su tematiche legate alla sfera sentimentale e a questioni esistenziali e sociali, miscelando tradizione e modernità. La band porterà il suo energico folk-rock impreziosendolo con illuminazione architetturale e momenti di performance aerea.

Sul sito napoliteatrofestival.it sono consultabili le promozioni e gli eventi gratuiti.

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Cultura

“Una cosa piccola ma buona” al Napoli Teatro Festival

Napoli Teatro Festival: “Una cosa piccola ma buona” di Teatro Felino in scena.

-COMUNICATO STAMPA-

Nel prestigioso ambito del Napoli Teatro Festival Italia 2020, all’interno della sezione “Osservatorio”, andrà in scena, venerdì 10 Luglio alle ore 21, presso il Giardino Romantico di Palazzo Reale di Napoli, lo spettacolo Una cosa piccola ma buona, atto unico ispirato ai racconti di Raymond Carver.

La pièce, a cura di Teatro Felino, gruppo di produzione teatrale nato dal regista Mario Perna e dall’attrice Simona Fredella, si nutre della normalità tragica della penna di Raymond Carver, ispirandosi alle atmosfere e alle suggestioni della cosiddetta Carver Country.

La drammaturgia inedita di Perna prende le mosse dalla storia di una giovane coppia a cui viene strappato via un figlio nel giorno del suo decimo compleanno, in un modo improvviso e tragico. Le conseguenze di questa tragedia, eliminando qualsiasi traccia di normalità nelle loro vite, metteranno un uomo e una donna di fronte a una risoluzione irrealizzabile, a una mutilazione non ignorabile, che sconfina nell’incapacità di ritrovare pace e tenerezza nella loro relazione.

In scena, oltre a Simona Fredella, gli attori Andrea Palladino e Alessio Sordillo, protagonisti dell’adattamento teatrale tratto dall’opera narrativa del genio americano e tradotto per la scena in una rappresentazione originale e fascinosa per il pubblico del Napoli Teatro Festival.

UNA COSA PICCOLA MA BUONA
atto unico ispirato ai racconti di Raymond Carver
drammaturgia e regia Mario Perna
con Simona Fredella, Andrea Palladino, Alessio Sordillo
scene Luciano Cappiello, Teatro Felino
disegno luci Mario Perna
produzione Teatro Felino

Venerdì 10 Luglio ore 21
Giardino Romantico di Palazzo Reale
Piazza del Plebiscito, 1, Napoli

Ufficio Stampa
Edoardo Borzi / Theatron 2.0
stampa.theatron@gmail.com
3312344883

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Cultura

Al via la seconda settimana della rassegna “Teatro di cortile”, al Palazzo Firrao di Napoli

Parte la seconda settimana di “Teatro di cortile” dal 30 giugno 2020, presso il Palazzo Firrao di Napoli: il viaggio in musica di Enzo Moscato, il mito di Edith Piaf e il passo a due firmato Antonio Marfella e Giovanni Esposito.

-COMUNICATO STAMPA-

Da martedì 30 giugno 2020, Palazzo Firrao Napoli, seconda settimana di Teatro di cortile.
Il viaggio in musica di Enzo Moscato, il mito di Edith Piaf e il passo a due firmato Antonio Marfella e Giovanni Esposito nella seconda settimana della rassegna

Saranno le atmosfere musicali di Enzo Moscato a inaugurare la seconda settimana di programmazione per Teatro di Cortile a Palazzo Firrao Napoli, che continua ad essere suggestivo palcoscenico della rassegna ideata ed organizzata dal Teatro Pubblico Campano diretto da Alfredo Balsamo.

L’intera rassegna, declinata verso forme teatrali primarie, intime, quasi confidenziali, farà segno alla prossimità tra palco e platea come condizione necessaria di ogni rappresentazione, ma anche strutture minime e più complesse per l’impegno di attori, registi, musicisti e di tante altre figure professionali, a testimoniare l’originario impegno dietro ogni gesto, ogni parola, ogni suono.

Tre allestimenti in scena, da martedì 30 giugno a giovedì 2 luglio 2020 alle ore 21.00, animeranno il cortile del palazzo storico, tra i più belli del capoluogo partenopeo, che provano a suggerire come il teatro debba ripensare se stesso insieme con il pubblico, trovando, o semplicemente riscoprendo, una forma di parola e di ascolto nuove e più intense, e che traggono forza e significato anche dal particolare e difficile momento storico dello spettacolo dal vivo.

Martedì 30 giugno, Compagnia Teatrale Enzo Moscato/Casa del Contemporaneo presenta Enzo Moscato con i musicisti Paolo Cimmino, Antonio Pepe, Antonio Colica e Antonio Romano in Modo Minore, per la direzione musicale di Pasquale Scialò. Un viaggio mnemonico-musicale, che, scanzonatamente, ma non senza il rigore dell’attenzione e dell’approfondimento filologico, si muove nel complesso, e al contempo leggerissimo e giocoso, impero canoro napoletano ed internazionale, relativo agli ultimi tre decenni del ‘900.

La programmazione proseguirà, mercoledì 1 luglio, con Francesca Marini e Massimo Masiello in Verso il mito Edith Piaf per la regia di Gaetano Liguori, presentato da Teatro Totò srl. La donna Edith si confronta con il suo mito, l’immortalità della sua figura e della sua arte con la fine della sua vita umana. Le canzoni, gli uomini, e gli episodi della sua vita si susseguono sulla scena con leggerezza e surrealismo.

Giovedì 2 luglio il palcoscenico sarà per Giovanni Esposito e Susy Del Giudice in Exit (Grazie dei fiori) di Giovanni Esposito, anche regista, e Antonio Marfella, presentato da La Pirandelliana srl. La solitudine, i sogni non realizzati, le reciproche accuse e la gabbia soffocante dell’incomunicabilità portano una madre e sua figlia a sfidarsi a colpi di perfida ironia. La loro vita è un goffo passo a due: sarcastico e grottesco, a volte, malinconico e tragico, certe altre.

Per maggiori informazioni sulla rassegna Teatro di Cortile sono attivi il numero 0817345210 e l’indirizzo email info@teatrofirrao.it. I biglietti sono disponibili online sul sito www.teatrofirrao.it e su www.vivaticket.com

Teatro di Cortile @ Palazzo Firrao Napoli
Martedì 30 giugno>giovedì 2 luglio 2020
Via Santa Maria di Costantinopoli, 98 (piazza Bellini)
Inizio spettacoli ore 21.00, ingresso euro 15
Martedì 30 giugno, ore 21.00
Compagnia Teatrale Enzo Moscato/Casa del Contemporaneo
presenta
MODO MINORE
interpretazione, testo e regia Enzo Moscato
progetto, arrangiamenti e direzione musicale Pasquale Scialò

con
Paolo Cimmino, Antonio Colica, Antonio Pepe, Claudio Romano
assistente musicale Claudio Romano
fonica Teresa di Monaco
organizzazione Claudio Affinito

Dall’ultimo (e romantico Carosone) di Giacca rossa ‘e russetto; dall’ imperituro (e quasi modernista) Sergio Bruni di ‘O jukebox ‘e Carmela; dall’ ironico Ugo Calise al malinconico Enzo Di Domenico; da Antonio Basurto a Teddy Reno, Mario Trevi, Mimmo Rocco, Bruno Martino, Giorgio Gaber, Luigi Tenco, Pino Donaggio, Sonny and cher, l’ Equipe ’84, Dalida e Gloria Christian … ecco, in sintesi, la sfilata, o defilé, di artisti, autori e ‘glamorous’ canzoni d’ epoca, che attraversa ‘ Modo Minore ‘, viaggio mnemonico – musicale, che, scanzonatamente, ma non senza il rigore dell’ attenzione e dell’ approfondimento filologico – si muove, anzi si sposta danzando discretamente – in modo minore, appunto, vale a dire in umiltà – dal cuore agli arti, dal centro al margine ( e viceversa) del complesso e al contempo leggerissimo e giocoso impero canoro – napoletano ( ed internazionale ) relativo agli ultimi tre decenni del ‘900.
Enzo Moscato

Modo minore: dal significato musicale a quello associato a componimenti poco noti o caduti nell’oblìo, quanto non considerati di bassa qualità. Con un organico strumentale da camera si attraversano diversi filoni della produzione vocale, dagli anni ’50 ai ’70, guidati da un’idea di “musica inclusiva”, che spazia dalla canzone urbana diffusaen plein airnei vicoli di Napoli a quella intonata nella penombra deinight clubs.
E ancora, che accade se si pone in successione TheKöln Concertdel 1975di Keith Jarrett eNun t’aggia perderedi Moxedano-Iglio del 1976, lanciata da Pino Mauro? In questo incessante navigare, tra memoria episodica e continui stimoli dalle reti digitali, si delinea unbricolagesonoro da cui affiorano piccole perle dimenticate: da Serenata arraggiata diMallozzi-Colosimo del 1958 a‘O bar ‘e ll’università di Annona-Di Domenico del 1971, fino a un paradossale Mandolino d’ ’o Texas di Gentile-Capotosti del 1958, in bilico tra una surreale creatività e luoghi comuni.
Pasquale Scialò

Mercoledì 1 luglio, ore 21.00
Teatro Totò srl
presenta
Francesca Marini e Massimo Masiello
in
VERSO IL MITO EDITH PIAF
di Gianmarco Cesario, Antonio Mocciola e Gaetano Liguori
regia Gaetano Liguori

Ottobre 1963. A poche ore dalla sua morte un incontro trasporterà Edith Piaf attraverso i ricordi , facendole ritrovare quelli che sono stati gli uomini della sua vita.
Lo spettacolo vuole parlare della della Piaf senza entrare nell’ iperrealismo, evitando il rischio della narrazione didascalica che occhieggi alla fiction (già abbondantemente utilizzata sia in cinema sia in teatro).
La donna Edith si confronta con il suo mito, l’immortalità della sua figura e della sua arte con la fine della sua vita umana.

Le canzoni, gli uomini, e gli episodi della sua vita si susseguono sulla scena con leggerezza e surrealismo: in un solo uomo (Azrael) lei rivede tutti quelli che l’hanno incontrata, aiutata, sfruttata, amata, odiata: George Moustaki, Yves Montand, Charles Aznavour, Gilbert Becaup e Theo Sarapo.

Tutti, in qualche modo, uguali, tranne lui, Marcel Cerdan l’unico grande amore di Edith. L’unico a non aver sfruttato il suo nome per diventare famoso, lui che veniva da un mondo diverso, quello dello sport, e che era già famosissimo, ma che un tragico destino le tolse e dal quale non si sarebbe mai separata, fino ed oltre la morte.

Il testo, pensato e scritto per due interpreti di grande spessore, quali Francesca Marini e Massimo Masiello, rispettivamente nei ruoli della Piaf e di tutti gli uomini (o uno solo?) che con lei hanno cantato e vissuto, e che grazie a lei hanno avuto la possibilità di provare cosa significhi attraversare l’amore, l’arte, la gioia e il dolore.
Uno spettacolo elegante e misurato, che vuole arrivare al cuore dello spettatore trasmettendogli tutte le emozioni vissute da un artista unica e straordinaria.

L’allestimento scenico firmato da Tonino Di Ronza , i costumi di Maria Pennacchio , il disegno luci di Gaetano Liguori e, non ultimo, le meravigliose musiche del Maestro Lino
Cannavacciuolo, fanno di questo spettacolo un piccolo capolavoro da non perdere.

Giovedì 2 luglio, ore 21.00
La Pirandelliana srl
presenta
EXIT (GRAZIE DEI FIORI)
di Antonio Marfella e Giovanni Esposito
con Giovanni Esposito e Susy Del Giudice
aiuto regia Felice Panico
costumi Rossella Aprea
scene Luigi Ferrigno
progetto luci Nadia Baldi
regia Giovanni Esposito

A Gattolino, un torrido e desolato paese, da un po’ di tempo comandano i topi. Attratti dal mangime di una vecchia colombaia abbandonata, i ratti hanno invaso strade e case, rosicchiato fili elettrici, condannando gli abitanti ad un’asfittica quotidianità vieppiù fiaccata da un rigido razionamento energetico. E in tale deprimente semioscurità che agiscono Azu e sua madre.

La prima, consumata da un dispettoso mal di vivere, colpevolizza sua madre per i propositi di suicidio che non riesce a portare a termine. La seconda è ancora aggrappata al suo squillante passato da corista del Teatro di San Carlo, e si esercita ogni giorno in striduli vocalizzi nella fibrillante attesa d’una fantomatica rentrée.
La loro vita è un goffo passo a due: sarcastico e grottesco, a volte. Malinconico e tragico, certe altre. La solitudine, i sogni non realizzati, le reciproche accuse e la gabbia soffocante dell’incomunicabilità portano la madre e la figlia a sfidarsi a colpi di perfida ironia.

Il terrazzo di famiglia divenuto quasi una zattera sballottata in un mare incerto e il palcoscenico estivo delle vivaci discussioni delle due donne, il luogo in cui la figlia pretende d’aver finalmente strappato alla madre la solenne promessa di suicidarla, si tratta solo di aspettare il momento buono, quello in cui tutto sarà pronto.
Ma intanto, fra la delusione dell’una, di non essere mai stata la Callas e la smania dell’altra, di farla finalmente finita con quell’inferno di vita, i giorni passano. Con l’illusione che il tempo sia da venire. Con la speranza che sia ormai finito.

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