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La storia di Mamadou, il venditore ambulante di fiabe

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Tra le spiagge di Paestum, oltre ai soliti venditori ambulanti, si aggira Mamadou, venditore ambulante di fiabe africane per bambini. La tematica principale è quella dell’integrazione, parola troppo abusata e poco compresa, illustrata ed esplicata attraverso le tante storie della sua Africa.

Il quarantenne senegalese parte da Napoli ogni giorno per portare un po’ della sua vita, della sua cultura, delle sue origini, tra gli ombrelloni di Paestum: “Preferisco vendere libri che cianfrusaglie. La gente è curiosa, siamo in tanti a vendere libri di autori africani sulle spiagge italiane da circa dieci anni, è anche un modo per avvicinare le persone alla nostra cultura“.

I suoi libri stanno riscuotendo molto successo tra i bagnanti di tutte le età, curiosi di conoscere le storie di quella terra di cui tanto si parla nei notiziari.

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Cultura

Leggende della Campania: tra diavoli e fate, le leggende del lago d’Averno

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Il lago d’Averno è un luogo magico, abitato da spiriti, creature spaventose ed anche fate poco benevole. Questa settimana #BussoLaLeggenda vi parla di tutti i miti legati a questo lago dei Campi Flegrei.

Camminando sulle sponde del lago d’Averno pare di non udire alcun rumore; le cicale ed i propri passi sono l’unica eccezione. La superficie dell’acqua è quasi immobile, s’increspa appena quando c’è un alito di vento, e le luci lontane vi si specchiano duplicando la propria immagine quasi alla perfezione.

Nell’aria si percepisce un’atmosfera strana e, nelle ombre della notte, si fa strada una certa sensazione di mistero ed anche una lieve paura. Non c’è una luce ad illuminare il cammino se non quella delle stelle e della luna.

Vicino al lago c’è un bosco, ma non solo quello: c’è anche un tempio, quello d’Apollo, e l’antro della Sibilla Cumana. Ci sono molte ombre e sembra che ad ogni curva del sentiero possano manifestarsi spettri, mostri o fantasmi. Stando alle leggende ed alla storia di questo luogo, in effetti, è proprio così: il lago d’Averno è la bocca dell’inferno e la casa di esseri sovrannaturali. Sulle sue acque sorgono castelli di fumo creati dalle fate e si sono scontrati dei e titani.

Il regno dei morti

Secondo la religione greca e romana, il lago d’Averno sarebbe uno degli ingressi dell’Ade, il regno dei morti. Sia il regno dei morti che il suo omonimo dio sono infatti chiamati anche con il nome del lago: Averno.

Una delle ragioni che ha probabilmente portato ad identificare il lago come uno degli ingressi del regno dei morti è probabilmente dovuta anche ad un fenomeno fisico. Il nome “Averno” deriva infatti da “aornòs, senza uccelli. Sul lago e nelle sue vicinanze in passato, infatti, non nidificavano uccelli, e quelli tanto sprovveduti da decidere di recarvisi morivano immancabilmente.

Oggi sappiamo spiegare questo fenomeno: il lago d’Averno è infatti sito in uno dei crateri dei Campi Flegrei. Gli uccelli morivano per via delle esalazioni solforose che provenivano dal lago.

Il ramo d’Oro

Nella mitologia greca sono molti gli eroi che decidono di discendere nell’Ade. Uno di questi è Enea.

Enea affronta una discesa negli inferi, e dunque nel lago d’Averno, per incontrare il padre Anchise. Per farlo, chiede aiuto alla Sibilla, sacerdotessa d’Apollo e custode dell’Ade; questa gli dice che, per riuscire a superare questo viaggio indenne deve recuperare un ramo d’Oro.

Con l’aiuto di Venere e di alcune colombe inviate dalla dea, Enea recupera sulle sponde del lago il ramo d’Oro, che ha la forma a due punte, e torna dalla Sibilla.

Gli studiosi pensano che il ramo possa essere identificato nel vischio, che assume una colorazione dorata quando viene reciso. Il vischio sarebbe inoltre ricollegato alla magia orfico-pitagorica, e la forma a due punte di questo specifico rame richiamerebbe l’aspetto a forcella della Y pitagorica – nonché dell’omonimo quartiere di Napoli sul cui stemma su staglia la Y pitagorica.

La Y pitagorica rappresenterebbe un bivio morale: da una parte condurrebbe alla virtù e dunque ai Campi Elisi, l’altra condurrebbe al vizio ed al Tartaro. Successivamente, il ramo d’oro del lago d’Averno e la Y pitagorica sono stati assimilati al mito cristiano dell’albero della conoscenza del bene e del male.

Ad ogni modo, infine Enea s’inoltra nelle profondità del lago e giunge nell’Ade, dove riesce ad incontrare il padre Anchise.

La bocca dell’Inferno

Il lago tuttavia non è stato identificato solo dai greci e dai romani come bocca dell’inferno: pare infatti che la celeberrima “selva oscura” in cui si ritrova il sommo poeta Dante nella sua opera più famosa, “La divina commedia“, sia il bosco che circonda il lago.

Il lago d’Averno sarebbe dunque la bocca dell’inferno: cerca di dimostrarlo con una serie di studi e calcoli complicati anche Galileo Galilei, a quanto pare con successo.

Scontro tra Titani

Le acque del lago d’Averno sarebbero state teatro di uno degli scontri più epici dell’intera mitologia greco-romana: è qui infatti che si sarebbero scontrati nell’ultima lotta Zeus ed i Titani.

Quando Zeus li sconfisse, i Titani precipitano nel Tartaro e creano così uno degli ingressi dell’Ade. La guerra cessa dopo duecentocinquanta anni di lotte sulle sponde del lago d’Averno.

Il miraggio della Fata Morgana

I miti che riguardano il lago nacquero e si svilupparono anche in epoche più tarde. Per esempio, negli anni dell’ottocento si diffuse la leggenda secondo cui la Fata Morgana avesse scelto il lago come propria dimora.

La fata Morgana, figura mitologica legata al ciclo arturiano, è una creatura magica. Secondo alcuni è una maga, secondo altri una fata: in ogni caso è una creatura sovrannaturale o che almeno si dedica alle arti magiche.

In Sicilia si dice che la fata viva in dei castelli fluttuanti sulle acque e che invochi l’immagine di questi castelli, irraggiungibili dagli uomini, per spingerli a lanciarsi in acqua nello stretto di Messina e farli annegare nel vano tentativo di raggiungerli.

Nel 1833 il Marchese Giuseppe Ruffo raccontò d’aver visto svanire davanti ai propri occhi il lago d’Averno. Il nobile stava svolgendo una battuta di caccia nei boschi che circondavano il lago quando, avvicinandosi all’acqua, la vide sparire, sostituita da una distesa di “verdi prati“. Ricordando il mito siciliano, pensò che si trattasse del sortilegio della fata Morgana e si allontanò così dal luogo dove ci sarebbe dovuto essere il lago.

Da allora si diffuse la voce che la fata vivesse nel lago d’Averno.

Oggi abbiamo svelato il mistero della fata Morgana: si tratta di un miraggio, di un’illusione ottica che distorce gli oggetti al punto da renderli irriconoscibili.  Il fenomeno si verifica quando dell’aria calda incontra dell’aria fredda e la differenza degli indici di rifrazione termica dei due strati d’aria risulta tale da generare un condotto atmosferico che funge da lente di rifrazione. La lente che si viene così a creare distorce e deforma gli oggetti in maniera drastica, tanto da rendere possibile la visione di castelli dove non ce ne sono e di un “verde prato” al posto di un lago.

Il Miraggio della fata Morgana ha portato allo svilupparsi di altre leggende anche più macabre e spaventose come, per esempio, quella dell’Olandese Volante.

Un luogo Magico

Anche se in modi diversi, il lago d’Averno è stato considerato in ogni epoca come un luogo carico di magia e di mistero. Anche se abbiamo parzialmente svelato i suoi segreti ed alcune magie si sono rivelati dei trucchi di luce, questo non toglie poesia al luogo: per verificarlo, non vi resta che visitarlo, magari al calar della sera. E chissà che qualche leggenda o favola non si riveli ai vostri occhi vera.

Immagine in evidenza di Simona Lazzaro

Non perderti gli altri articoli sulle leggende della Campania:

BussoLaLeggenda I : Da dove nascono le Janare? 

BussoLaLeggenda II : Il fantasma del Caffè Gambrinus

BussoLaLeggenda III: La maledizione della Gaiola

BussoLaLeggenda IV: La Strega del Vesuvio

BussoLaLeggenda V: La Tomba di Dracula

BussoLaLeggenda VI: L’amore tra Posillipo e Nisida

BussoLaLeggenda VII: Giovanna la pazza e i suoi amanti senza riposo

BussoLaLeggenda VIII: La Bella ‘Mbriana e l’ospitalità

BussoLaLeggenda IX: I segreti della Grotta Azzurra 

BussoLaLeggenda X: la storia di Castel dell’Ovo

BussoLaLeggenda XI: La strega di Port’Alba

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Cultura

Artify, l’app tutta napoletana che trasforma le foto in arte

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Artify, la nuova applicazione che può trasformare in quadri d’autore ogni nostra foto è di uno studente di Napoli.

Lo sviluppatore di Artify è Pierpaolo Sepe, un’eccellenza napoletana nel campo dell’intelligenza artificiale. Attualmente infatti studia Intelligenza Artificiale all’Università di Pisa, ma si è laureato in informatica con record di lodi all’Università degli studi di Napoli Parthenope, con il professor Alfredo Petrosino, venuto a mancare prematuramente proprio un paio di mesi fa.

Pierpaolo ha 25 anni, ma ha già un curriculum invidiabile. Nel 2016 è infatti arrivato secondo in tutta Italia ai difficili test per entrare nella allora neonata Developer Academy Apple di San Giovanni a Teduccio.

Appassionato di ciò che fa e affascinato da ciò che può creare con lo sviluppo di applicazioni, la determinazione di Pierpaolo lo ha anche portato negli Stati Uniti per ben due volte. La prima nel 2017, come vincitore della Scholarship per la RWDevCon; la seconda a giugno di quest’anno come vincitore della esclusiva WWDC19 (Apple World Wide Developers Conference). Proprio dallo “scheletro” del progetto presentato per vincere la WWDC nasce Artify.

Pierpaolo Sepe, sviluppatore di Artify, alla WWDC19

Artify: la nuova applicazione per iOS

Artify utilizza le più avanzate reti neurali per trasformare ogni selfie, ogni paesaggio, ogni momento immortalato da una foto in un’opera d’arte. Le foto assumeranno lo stile di famosi artisti come Van Gogh, Leonardo da Vinci, Edvard Munch, Frida Kahlo e tanti altri.

Sembra quasi scontato spiegare come nasce il nome di questa applicazione, che ricorda vagamente la famosa applicazione di musica, eppure le prime due lettere nascondono una chicca! Con ARtify infatti (nello specifico con la versione PRO acquistabile a soli 0,99 euro) sarà possibile divertirsi anche con la realtà aumentata (Augmented Reality). Le nostre foto, modificate con gli stili di opere famose, potranno quindi essere protagoniste di una nostra personale galleria d’arte.

Ecco uno dei commenti di un utente su App store:

«Conosco quest’app dai primi stadi del suo sviluppo e continuo a vedere miglioramenti costanti. In questa prima versione sullo store lo sviluppatore offre una grande varietà di stili e modalità di applicazione, si possono realizzare delle immagini davvero belle e particolari. Inoltre l’utilizzo della realtà aumentata nella versione pro (davvero economica per quel che offre) permette di immaginare l’immagine su una parete come se fosse un quadro, il che può essere molto utile per decidere come arredare interni in maniera fantasiosa e divertente».

Altre caratteristiche di Artify

Inoltre Artify, oltre ad avere anche un’interfaccia molto inuitiva, ha un fondamentale punto di forza, a differenza di altre applicazioni. Il trasferimento di stile avviene direttamente sul proprio dispositivo senza bisogno di connessione ad internet. Le foto quindi non verranno inviate a nessun server così da tenere la privacy al sicuro.

Insomma il tutto è offline ed è solo l’utente a scegliere con chi condividere le foto. Ciò permette ad Artify di essere un passo più avanti rispetto ad altre applicazioni, negli anni in cui scoppiano scandali (come il caso Cambridge Analytica) che ci fanno dubitare della sicurezza della nostra privacy, semplicemente se usiamo i nostri dispositivi elettronici.

Lo stile da applicare alle foto è regolabile (strong e soft). Nella versione gratuita sono disponibili più di 15 stili, ma ne verranno aggiunti di nuovi costantemente, come lo stesso Pierpaolo promette, con uno sguardo pieno di entusiasmo pensando alla sua “nuova creatura”.

Castel dell’ovo con lo stile della Gioconda di Leonardo, modificato con Artify

Insomma con Artify, il napoletano Pierpaolo permette anche a noi di diventare artisti, anche se il primo ad aver creato una piccola opera d’arte nell’innovativo mondo dell’Intelligenza Artificiale è proprio lui.

Per scaricare gratuitamente Artify o acquistare la versione PRO clicca qui; per seguire tutte le novità sulla sua pagina facebook clicca qui!

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Scuola e dintorni

Studenti esclusi da Medicina, riammessi dal Consiglio di Stato

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Studenti che avevano superato i test sono stati ammessi alle facoltà di Medicina e Odontoiatria dal Consiglio di Stato, ribaltando la decisione del Tar del Lazio.

Oggi torniamo a parlare di Medicina e Odontoiatria, dopo i grandi dibattiti sollevati lo scorso luglio in riferimento alle specializzazioni e alle borse di studio.

Questa volta, a far parlare di sé sono circa un centinaio di studenti campani, principalmente della provincia di Napoli e Caserta, che sono riusciti ad ottenere la possibilità di immatricolarsi presso le facoltà di Medicina e Odontoiatria.

Cosa è successo?

Sebbene avessero superato il test ed ottenuto l’idoneità, un centinaio di studenti campani sono stati esclusi dall’immatricolazione ai corsi di laurea in Medicina e Odontoiatria, in seguito all’esaurimento dei posti nei diversi atenei. Gli studenti in questione hanno, quindi, preso parte ad un ricorso, sotto la guida dell’avvocato Pasquale Marotta, denunciando che i posti messi a disposizione per il concorso fossero inferiori rispetto all’effettivo fabbisogno. Questa incongruenza sarebbe stata successivamente confermata dall’aumento di 1600 posti, disponibili per il prossimo anno accademico per le suddette facoltà.

Tuttavia, lo scorso maggio il Tar del Lazio ha respinto la loro richiesta. Decisione, questa, ribaltata dal Consiglio di Stato, che ha accolto con un’ordinanza cautelare l’istanza presentata dagli studenti campani, i quali potranno ora immatricolarsi.

La sentenza

I giudici si sono espressi a favore degli studenti, dichiarando che dovrà essere garantita loro, in via cautelare, l’immatricolazione ai rispettivi corsi di laurea. La decisione accoglie, di fatto, la principale argomentazione del ricorso, e riconosce che la richiesta si incentra sulla “legittimità del procedimento relativo alla programmazione complessiva dei posti effettivamente disponibili”. Questi sarebbero stati, infatti, sottostimati dall’inizio. Sarebbe questa consapevolezza, quindi, alla base della disposizione del Consiglio di Stato, ma non si può escludere che un ruolo importante abbia giocato anche la carenza di personale medico nel (relativamente) breve periodo, di cui si sta spesso parlando.

Nei primi mesi del 2020 dovrebbe tenersi il giudizio di merito al Tar del Lazio. Entro questo termine, molti studenti ricorrenti si saranno già immatricolati e avranno già iniziato a frequentare i corsi, sostenendo probabilmente anche i primi esami. Anche nell’eventualità di un giudizio sfavorevole, i loro diritti acquisiti, come l’immatricolazione, non dovrebbero essere più a rischio.

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Cultura

Leggende della Campania: la strega di Port’Alba

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Questa settimana #BussoLaLeggenda si tinge di mistero e vi parla di fantasmi. Vi siete mai trovati a passeggiare a Port’Alba la sera, magari durante una notte di luna nuova? Potreste sentire e vedere una donna, un fantasma in cerca di vendetta…

Vi sarà certamente capitato di passeggiare a Port’Alba. La conoscono tutti gli studenti squattrinati ed è nota ad ogni accanito lettore: è una strada in cui è possibile acquistare, dalle bancherelle delle librerie che ospita ai suoi lati, libri usati, titoli fuori mercato ed edizioni da collezionisti. E’ una strada allegra dove si sente sempre il vociare della folla, le risate dei passanti e dei turisti.

Ma forse, anche se probabilmente la conoscete già bene, non sapete che, la notte, a Port’Alba si sente uno straziante ed interminabile pianto. In molti giurano d’averlo sentito: è il singhiozzare d’una donna che, nelle notti di luna nuova, al proprio pianto aggiunge una maledizione che si sente riecheggiare nella strada: la pagherete tutti!

A Port’Alba da secoli infatti continua ad aggirarsi un fantasma. Non uno qualsiasi: si tratta del fantasma di una strega. La sua è una storia d’amori infelici, maledizioni e tormenti: oggi vogliamo raccontarvela.

Maria la rossa

All’epoca, Port’Alba veniva chiamata, per via degli alberi di carrubo che l’adornavano, Largo delle Sciuscelle. In una casa sorta all’ombra di uno di questi alberi viveva una ragazza bellissima, dai capelli rossi e ricci e la pelle candida; il suo nome era Maria ed aveva appena vent’anni.

Nonostante fosse desiderata da tantissimi uomini per la sua bellezza, Maria aveva occhi solo per il proprio amore, Michele. Anche lui l’amava con altrettanto ardore e così, dopo soli sei mesi di fidanzamento, chiese la mano di Maria. La ragazza accettò immediatamente ed in brevissimo tempo i due convolarono a nozze.

La fontana maledetta

Il giorno del matrimonio Michele e Maria festeggiarono il proprio amore con amici e parenti e, finita la festa, felicissimi cercarono di tornare alla propria abitazione per iniziare la loro nuova vita insieme.

Accadde a questo punto qualcosa di davvero strano: passando accanto alla fontana che si trovava all’inizio della strada Michele si fermò. Maria poteva continuare ad avanzare verso casa, ma per lui pareva essere impossibile: era come pietrificato. Per quanto il ragazzo tentasse di andare verso casa con Maria, non ci riusciva.

Maria dal canto suo provava ad aiutarlo, tirandolo per le mani e per le braccia, spingendolo, tentando di trascinarlo, ma ogni tentativo risultò vano. La gioia si trasformò in disperazione; i due amanti provarono per giorni a superare la fontana, ma senza successo.

Alla fine, Michele se ne andò nella direzione opposta a quella della casa dove avrebbe dovuto vivere con Maria. Lei vi andò e si tormentò per giorni: si dice che il suo pianto si potesse udire in tutta la città.

I due ragazzi non si videro mai più e la fontana accanto alla quale Michele si pietrificò venne considerata da tutti maledetta.

Il gancio e la strega

Maria si consumò nel suo dolore. I suoi capelli divennero crespi e persero il loro colore, lei dimagrì fino a ridursi ad uno scheletro. Si colmò di tristezza e risentimento e cominciò a studiare le arti magiche per capire cosa fosse accaduto la sua prima notte di nozze. 

Inizialmente lo fece in segreto ma poi non badò più a tenere nascoste le sue attività. Anzi, per avere di che vivere iniziò a vendere alcuni degli elisir che preparava. Maria divenne una figura spaventosa e venne accusata di molte cose, sia delle malattie che colpivano il quartiere che di improvvise guarigioni. Alcuni dissero d’averla vista danzare col demonio nelle notti di luna piena.

Si era nel pieno degli anni dell’inquisizione spagnola, e così la figura di Maria attirò un certo tipo di timore ed attenzione. Venne catturata e rinchiusa in una gabbia, gabbia che venne appesa a Port’Alba ad un gancio che è ancora oggi visibile. Maria venne accusata di essere una strega e condannata a morire di fame davanti agli occhi di tutti.

Mentre scontava il suo crudele ed ingiusto castigo, Maria gridò fino alla morte: la pagherete tutti! Voi, i vostri figli e nipoti. La pagherete tutti! 

Quando infine morì il suo corpo non si decompose, ma cominciò a pietrificarsi. I giudici dell’inquisizione presero questo evento come un’ulteriore prova della sua colpevolezza: quello era senza dubbio il corpo di una strega.

Nelle notti di Luna Nuova

Maria non ha ancora abbandonato Port’Alba – come vuole la tradizione, il suo è uno spirito tormentato e con tanti conti in sospeso.  Alcuni dicono d’averla vista di sfuggita: un’ombra scura che s’aggira sotto al gancio di quella strada. La notte è possibile sentire la sua voce che si strugge, il suo pianto di disperazione; e quando in cielo c’è la luna nuova, Maria la rossa, la strega, la ragazza maledetta grida ancora: la pagherete tutti! 

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Cultura

Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta: Culti, miti e leggende tutte napoletane

Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta

Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta: il complesso Lapis Museum, rafforza la sua potenza identitaria grazie alla mostra “Sacra Neapolis. Culti, miti e leggende”. Ecco la storia che l’imponente Basilica racconta.

La settimana scorsa abbiamo visitato la Chiesa di Santa Maria Maggiore della Pietrasanta. L’imponente Basilica che sorge nel cuore del centro storico di Napoli, ospita da alcuni mesi la mostra organizzata da Arthemisia sul maestro Chagall e non abbiamo potuto fare a meno di andarci (ve ne abbiamo parlato qui).  Questo ci ha permesso di scoprire un vero tesoro della nostra magnifica città e non abbiamo potuto fare a meno di ritornarci per conoscere meglio l’immensità di questo simbolo d’arte e cristianità, anche se ciò che rappresenta e ciò che “racconta” va anche al di là di questo.

LA FONDAZIONE

Si tratta della più antica costruzione sacra napoletana dedicata alla Madonna, si trova a due passi da San Domenico Maggiore e da Via dei Tribunali e fu costruita nel 553 d.c. per volontà del Vescovo di Napoli, Pomponio, proprio dove un tempo sorgeva il tempio sacro dedicato al culto della dea Diana, riservato esclusivamente alle donne, che la invocavano per non avere complicazioni durante il parto. Gli uomini tolleravano poco il suo culto poiché molte ragazze, per evitare matrimoni infelici, preferivano votarsi alla Dea e offrirle la propria castità. Le sacerdotesse furono, infatti, chiamate spregiativamente Dianare o Janare.

In epoca Paleocristiana, queste donne furono accusate di stregoneria e bandite dalla città e probabilmente, da qui nasce la leggenda del Diavolo-maiale legata alla costruzione della Basilica della Pietrasanta. Si racconta che il Vescovo Pomponio decise di far edificare la chiesa dopo che la Vergine Maria gli apparve in sogno chiedendogli di costruire un santuario per contrastare la presenza del diavolo che presa la forma di maiale, compariva tutte le notti,  spaventando con il suo grugnito infernale i residenti (secondo cui si trattava di una vendetta delle donne tacciate di stregoneria). Si dice che con l’edificazione della Basilica, questo animale spaventoso sia scomparso per sempre.

Questa storia spiegherebbe anche la presenza di iscrizioni e simboli misteriosi presenti sul Campanile della Basilica, di epoca romana: una delle più antiche torri campanarie d’Italia. Sul Campanile si possono notare alcune piccole sculture in marmo, rinvenute durante gli scavi sul tempio di Diana, rappresentanti teste di suino che fanno palese riferimento alla leggenda del diavolo-maiale e alla Festa della Porcella (celebrata fino al 1625). Secondo la tradizione, durante questa festa, l’abate della Basilica di Santa Maria Maggiore uccideva presso il Duomo di Napoli, una grossa scrofa offerta dai fedeli (simbolo del male) e donava la porchetta all’Arcivescovo (il bene che sconfigge il male).

Il nome Pietrasanta invece, secondo alcuni deriverebbe da una porzione di roccia su cui era stata scolpita l’immagine della Madonna, trovata da Pomponio nel posto in cui stava per sorgere il santuario a lei dedicato. Secondo altri farebbe riferimento a una pietra (mai rinvenuta), forse in marmo, su cui era incisa una croce e custodita nella chiesa: pare che chiunque la baciasse, avrebbe ottenuto l’indulgenza da tutti i peccati. Un’altra ipotesi lega la Basilica ai Templari, perché si dice che nei sotterranei siano celati segni e iscrizioni legati al mito dei Cavalieri seguaci del culto della Madonna Nera. Tante leggende e supposizioni a cui al momento non è possibile dare fondo. L’unica certezza è che la Basilica di Santa Maria Maggiore della Pietrasanta è la prima costruzione sacra dedicata alla Vergine Maria, di epoca paleocristiana, su cui convergono epoche storiche diverse.

Attualmente la Basilica ospita la mostra da non perdere, “Sacra Neapolis. Culti, miti, leggende”; un’esposizione “identitaria” che permette di capire le radici della complessa e millenaria stratificazione e del patrimonio immenso della nostra bella città e soprattutto della Basilica stessa. Dal Museo Archeologico Nazionale (MANN), sono stati scelti reperti della collezione dedicata a Napoli antica e per la prima volta sono esposti al pubblico proprio per raccontare la storia della Neapolis greco-romana, dei miti, dei culti, delle manifestazioni del sacro e della religiosità antica.

PARTHENOPE, NEAPOLIS, PALEPOLIS

È importante, infatti, capire le origini storiche della Basilica e della zona in cui è sorta. Le antiche fonti letterarie riferiscono della presenza di due città: Parthenope e Neapolis. La prima più antica, fondata dai Greci cumani nell’ VIII secolo a.C. sulla collina di Pizzofalcone, prende il nome dalla sirena Parthenope che secondo la leggenda, si gettò in mare insieme alle sue sorelle (Leucosia e Ligea) dopo che Ulisse riuscì a resistere al loro canto. Il corpo della sirena giunse sull’isolotto di Megaride, attualmente occupato dal Castel dell’Ovo. Alla fine del VI o all’inizio del V secolo a.C. fu fondata una nuova città, Neapolis, che divenne una delle più illustri della Magna Grecia.

Già dalla fine del IV secolo a.C. la città entrò nella sfera d’influenza di Roma, con la quale fu sancita un’alleanza. Nel I secolo a.C. divenne municipium romano. Nonostante la romanizzazione, la città mantenne istituzioni e rituali religiosi greci e, soprattutto, continuò ad usare la lingua greca, impiegata anche per le iscrizioni e i monumenti pubblici fino all’età imperiale.

Neapolis fu fondata alla fine del VI secolo a.C. su un promontorio tufaceo affacciato sul mare situato a nord est della più antica Parthenope che, da questo momento, muterà il suo nome in Palepolis (città vecchia). L’impianto urbano di Neapolis risale all’incirca alla metà del V secolo a.C. ed è costituito da tre larghe strade (decumani) parallele al mare con andamento est-ovest, intersecate da strade più strette (cardi) orientate nord-sud. Tale impianto, detto per strigas, è ben riconoscibile nel tessuto del centro storico di Napoli.

Al centro della città, nell’area che va da Piazza San Gaetano fino alla chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, si estendeva l’agorà. L’immensa piazza era il cuore pulsante dell’antica città, sede di edifici pubblici, religiosi e del mercato cittadino. Di questi edifici rimangono il Tempio dei Dioscuri, incorporato nella chiesa di San Paolo Maggiore, il Teatro romano, l’Odeon e il Macellum, visibile sotto il complesso di San Lorenzo Maggiore. Del tracciato dell’agorà, oggi ricostruibile, sono visibili alcuni tratti a Piazza Bellini, a Piazza Cavour e a Piazza Calenda, dove si conservano i resti della porta Furcillensis e di una torre inglobata nel Teatro Trianon.

Molti sono stati i ritrovamenti che mostrano le diverse epoche e stratificazioni: strutture di epoca romana si trovano in un altro vano ipogeo della basilica, nell’area compresa tra il transetto e la navata centrale. Si tratta probabilmente dei resti di una lussuosa domus, di cui si conservano alcune murature e preziosi pavimenti a mosaico.  L’opera reticolata (opus reticulatum o reticolatum) è una tecnica edilizia romana usata per realizzare un paramento livellato e regolare di un muro in opera cementizia.

RITROVAMENTI

Nella Basilica è presente anche un ossario di epoca tardo-seicentesca posto sotto le scale di accesso alla Basilica. Si tratta di una piccola cripta destinata alla deposizione dei morti, raggiungibile attraverso un piccolo pozzo cui si accedeva direttamente dalla scalinata esterna della Basilica grazie a un gradino rimovibile che fungeva da botola. Le ridotte dimensioni del pozzo permettono di ipotizzare che la struttura fosse legata alla deposizione di bambini nati morti o deceduti subito dopo la nascita, come si evince dai numerosi resti di piccoli scheletri ritrovati in questo ambiente.

Il suo sottosuolo poi, è di estrema rarità ed è ricco di storia: racconta che i fitti bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale segnarono uno spartiacque nella vita del mondo del sottosuolo e ne alterarono le antiche funzioni, infatti, le cavità era usate dai “pozzari” che permettevano l’uso dell’acqua alla popolazione intera. L’UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea) chiese agli ultimi “pozzari” napoletani (un mestiere antico e in fase di “estinzione” visti i cambiamenti tecnologici che il nuovo secolo aveva portato), di identificare le zone che meglio di altre si prestavano all’accoglienza dei civili e realizzò, per la prima volta nella storia del sottosuolo napoletano, delle scale che permettessero il facile accesso alle cavità.

Furono inoltre allestiti impianti elettrici collegati a generatori, bagni, cucine e tutto il necessario. L’elenco ufficiale dei ricoveri redatto dall’UNPA il 30 aprile del 1939 prevedeva la realizzazione di circa 430 ricoveri antiaerei, di cui almeno 350 nelle cavità dell’acquedotto greco-romano. Dai documenti ufficiali si può ipotizzare che circa 700.000 napoletani potevano ripararsi in pochi minuti. L’UNPA eseguì anche opere di chiusura di numerosi cunicoli “morti” o non utilizzabili e ne allargò altri per consentire l’agevole passaggio delle persone. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la città di Napoli, nonostante abbia subito il maggior numero di bombardamenti, ebbe il più basso numero di vittime grazie al suo sottosuolo.

Ricordiamo infine che nel Lapis Museum, è possibile anche vedere in tempo reale l’attività vulcanica campana grazie a un collegamento con l’istituto di vulcanologia. La Basilica è stata, infatti, luogo di ritrovamenti rocciosi di origine vulcanica. Non mancano anche altre attività interattive che potenziano il percorso del complesso museale.

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Cultura

Il Monaciello si fa fumetto in “Guardiani Italiani”

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Il celebre spiritello napoletano “Monaciello” rappresenterà la Campania nella raccolta sui supereroi italiani. Insieme a lui ci sarà un altro supereroe, il cui aspetto non è stato però ancora svelato: Vesuvius.

Guardiani Italiani

Guardiani Italiani è un progetto dell’autore Fabrizio de Fabritiis. Edoardo Mello, già illustratore Marvel, darà volto a questi supereroi italici tramite le sue illustrazioni, poi colorate da Angelo Iozza. Il progetto darà seguito alle avventure ambientate nell’universo di Capitan Nova (in origine Capitan Novara) pubblicato da Emmetre edizioni.

In questa fase iniziale i nomi ed i volti dei supereroi vengono progressivamente annunciati sui canali social legati al progetto. Proprio in questi giorni, è stato annunciato il primo dei supereroi campani: il Monaciello.

Il Monaciello

Sulle pagine facebook ed instagram di Guardiani Italiani è possibile leggere la storia del Monaciello secondo la penna e le matite degli autori e disegnatori:

Nonna Fortuna ricordava sempre con nostalgia la sua infanzia nel cuore di Napoli e raccontava al nipote Nino diverse storie, fra cui quella del Monaciello (‘O Munaciello, com’è chiamato dai napoletani), dalla quale Nino era particolarmente attratto. Nel 1933 la piccola Fortunata Carretta, una bimba di otto anni affettuosamente chiamata “Fortuna”, viveva a Spaccanapoli, una delle strade più suggestive e caratteristiche della città partenopea. Una notte, sentì dei rumori provenire dalla cucina e scese dal letto per raggiungerla. Quello che vide la terrificò al punto da non riuscire neppure a gridare: una figura china e coperta da un logoro saio da monaco la stava fissando da oltre il tavolo e le parlò come fosse in un sogno. ‘O Munaciello le disse che aveva scelto la sua casa come riparo, che durante il giorno si sarebbe rifugiato in soffitta e che per nessun motivo avrebbe mai dovuto rivelare a nessuno di averlo visto. Per ricambiarla del suo silenzio, ogni sera, prima di uscire nel cuore della notte, le avrebbe lasciato in dono delle monete e così fece. Il Monacello una sera le raccontò la sua storia. Era stato abbandonato in un convento di suore per via della sua deformità e, per nasconderla, queste lo vestivano con un saio da monaco. Egli suscitava disgusto nelle persone che lo insultavano e scacciavano pensando portasse sfortuna, al punto tale da essere assassinato per via del suo aspetto. Così giurò vendetta contro tutta la città e ogni notte il suo spirito creava disordini e sciagure contro chi gli capitava a tiro.
Fortuna, pur comprendendolo, non approvava il suo comportamento e un giorno, mentre il Monacello non c’era, prese il suo saio e gli cucí il “curniciello“, grazie al cui influsso benefico lo spirito avrebbe compiuto solo buone azioni, diventando il Guardiano di Napoli!

Gli altri supereroi

A quanto pare, questo Monaciello dalla veste grafica tanto accattivante sarà accompagnato da un supereroe molto diverso, Vesuvius, sul cui aspetto però non è ancora trapelato nulla.

Non saranno ovviamente i soli ad arricchire il pantheon del mondo i Capitan Novara. Ogni regione avrà il suo supereroe:

  • COMANDANTE ITALIA
  • FIAMMA D’ACCIAIO
  • Valle d’Aosta:
    – LEONE D’ARGENTO
  • Piemonte:
    – DOTTOR TORINO
    – CAPITAN NOVA
    – CROCE BIANCA
    – ARONAUTA
    VCO FORCE:
    – VERBANIUM
    – CUSIO WOMAN
    – OSSOLOM
  • Lombardia, Milano:
    – MILANOMAN
  • Liguria, Genova:
    – LA LANTERNA
  • Trentino-Alto Adige:
    – WILDER MANN
  • Friuli-Venezia Giulia:
    – SBILFS SQUAD
    – BORA
  • Veneto, Venezia:
    – LADY VENEZIA
    – VENICE MASK
  • Emilia Romagna, Bologna:
    – IL TRIDENTE
  • Toscana:
    – CAPITAN LUCCA
    – DANTE
    – EXCALIBUR GHOST
  • Umbria, Perugia:
    – GRIFONE
  • Marche:
    – PICCHIO VERDE
  • Lazio, Roma:
    – PRETORIAN
    – WONDER ROMA
  • Abruzzo:
    SCUDO D’ABRUZZO:
    – L’AQUILA
    – MAJA
    – CAPITAN PESCARA
  • Molise:
    – DEVILBOY
  • Campania
    – ‘O MUNACIELLO
    – VESUVIUS
  • Puglia:
    – IRON 8
  • Basilicata:
    – CAVALIERE OMEGA
  • Calabria
    – TRAKU
  • Sicilia
    – PALADINO ARDENTE
  • Sardegna
    – NUR
  • Mar Mediterraneo
    – TRITONE
  • Repubblica di San Marino:
    – TITANO

L’italia a fumetti

Se siete incuriositi da questo progetto, a questo indirizzo è possibile leggerne gratuitamente il primo capitolo. Per il resto delle avventure di questa italia a fumetti sarà necessario attendere: a Settembre sarà infatti lanciata una campagna di crowdfunding e, se questa avrà successo, nei primi mesi del 2020 vedranno la luce i primi albi cartacei.

Non ci resta dunque che aspettare di poter leggere le imprese del Monaciello e degli altri supereroi di questo nuovo universo che si prospettano essere, nella loro diversità, davvero interessanti.

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Scuola e dintorni

Scuola: al via l’immissione in ruolo per i docenti

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Pubblicato il decreto ministeriale che autorizza l’immissione in ruolo del personale docente a scuola per l’a.s. 2019/2020

È del 31 luglio scorso la pubblicazione del Decreto Ministeriale che autorizza l’immissione in ruolo del personale docente per l’anno scolastico 2019/2020, con un contingente totale pari a 53.627 unità, distribuite su scuola dell’infanzia, primaria, secondaria di primo e di secondo grado. Di queste, 2.904 sono previste per la regione Campania, come viene reso noto dagli allegati al decreto forniti dal Ministero dell’Istruzione.

Insieme al decreto, il MIUR ha pubblicato anche le istruzioni operative relative alla procedura di assunzione, insieme alle tabelle che indicano la categorizzazione dei posti disponibili, suddivisi per regione, ma anche per classe di concorso, tipologia e provincia.

In Campania

In Campania le assunzioni a tempo indeterminato saranno 2.904 e le graduatorie e le convocazioni sono state già pubblicate dall’Ufficio Scolastico Regionale per la Campania. Ciò significa che a partire da settembre 2019, 2.904 docenti potranno salire in cattedra con un contratto di lavoro a tempo indeterminato.

Le operazioni di immissione in ruolo per l’anno scolastico 2019/2020 dalle graduatorie di merito dei concorsi 2016 e 2018 sono iniziate ieri 2 agosto per alcune classi di concorso e continueranno lunedì 5 agosto. Qui è possibile consultare il documento pubblicato dall’Ufficio Scolastico Regionale inerente ai dettagli delle convocazioni. In aggiunta, come su scala nazionale, sono state pubblicate dallo stesso ufficio anche le disponibilità regionali per ordine di scuola, provincia, tipologia.

Tutti i documenti sono consultabili e scaricabili sul sito dell’Ufficio Scolastico per la Campania. Vi consigliamo di tenere sott’occhio e monitorare costantemente, dunque, questo sito, per essere sempre aggiornati sulle ultime novità e sulle convocazioni.

Le procedure

Come viene reso noto dalle istruzioni operative pubblicate dal Ministero, per l’assunzione dei docenti si dovrà attingere personale per un cinquanta percento dalle graduatorie ad esaurimento e per il restante cinquanta percento dalle graduatorie di merito inerenti alle procedure concorsuali attualmente vigenti, ovvero afferenti ai concorsi del 2016, del 2018 e a quello straordinario per la primaria e per l’infanzia. Nell’eventualità dell’impossibilità di assegnazione alle GAE, causa esaurimento delle stesse, i posti si aggiungeranno a quelli messi a disposizione per i concorsi. Per quanto riguarda i concorsi, priorità verrà data alle graduatorie del 2016, mentre i posti residui per esaurimento delle stesse saranno assegnati ai docenti in graduatoria per i concorsi successivi, seguendo un ordine cronologico.

Scuola e tagli

Secondo i sindacati, questa notizia ha del dolceamaro, poiché arriva in seguito alla decisione, da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze, di autorizzare il taglio di 5.000 unità rispetto ai 58.627 posti precedentemente annunciati dal Ministero dell’Istruzione. Questi provvedimenti, ancora piuttosto insoddisfacenti per rispondere ai bisogni concreti delle scuole, sono contestati dalle organizzazioni sindacali. In particolare, la FLC CGIL ha evidenziato come questa modalità di assunzione dei docenti desti interrogativi, risultando ancora insufficiente per colmare le necessità delle scuole che, a settembre, potrebbero trovarsi ancora a dover fare i conti con la mancanza del personale docente.

Il motivo della riduzione del contingente autorizzato risiederebbe nel calo demografico riscontrato nei diversi ordini scolastici, nonché nell’attenta valutazione della disponibilità dei posti di diritto al termine della mobilità dei docenti e nell’effettiva capacità delle graduatorie ad esaurimento e di quelle di merito concorsuali. A questo proposito, la CGIL sottolinea che “il problema della decrescita demografica è un problema che interessa l’intero Paese e del quale non può farsi carico la sola Scuola”.

Personale ATA

Per il momento le assunzioni riguardano esclusivamente il personale docente, ma le assegnazioni per la stabilizzazione del personale ATA (8.408 posti), anch’esse attese ma subordinate all’autorizzazione del contingente da parte del MEF, potrebbero arrivare nel breve periodo.

 

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CulturaEventi

Settembre surrealista: per la prima volta arriva Mirò a Napoli

mirò a napoli

Dalla Spagna, passando per il Portogallo, Joan Mirò arriva a Napoli. E con ben 80 opere, che saranno in mostra al Pan dal 25 settembre 2019 al 23 febbraio 2020 con l’esposizione “Joan Mirò. Il linguaggio dei segni”. 

La mostra di Mirò a Napoli

Ancora una volta, le sale del PAN si arricchiscono di opere straordinarie. Si tratta dell’evento culturale più importante della stagione autunnale, e non solo per il calibro dell’artista. Nel 2014, infatti, la collezione, allora del Banco Português de Negoció, rischiava di essere messa all’asta per un valore potenziale di 85-130 milioni, per recuperare l’istituto bancario dalla bancarotta. Ma dopo numerose proteste, il popolo portoghese riuscì a salvare la collezione dalla vendita all’asta, preservando così il patrimonio inestimabile dell’artista spagnolo. Solo nel 2017, le opere sono state presentata al Museo di Prevalles a Porto, in un’esposizione che ha ottenuto oltre 300.000 visitatori.

Ora, la mostra giunge a Napoli, e ci racconta l’evoluzione artistica di colui che è stato definito da Andrè Breton “il più surrealista dei surrealisti”. In circa 80 opere, tra quadri, disegni, sculture, arazzi, sarà possibile compiere un viaggio che è durato più di 50 anni, dal 1927 al 1986, e che mostra lo straordinario genio di Mirò, tanto nelle prime opere dadaiste, quanto in quelle surrealiste più mature.

A cura di Robert Lubar Messeri, professore di Storia dell’arte all’Institute of Fine Arts della New York University, e sotto la guida di Francesca Villanti, direttore scientifico Cor, la mostra sarà inaugurata il 24 settembre dal Ministro della Cultura Graça Fonseca e dal sindaco Luigi De Magistris.

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Cultura

Leggende della Campania: la storia di Castel dell’Ovo

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Il segreto di Castel dell’Ovo

Castel dell’Ovo è il castello più antico di Napoli e le sue mura fanno da teatro ad una delle più antiche leggende della città partenopea.

Si dice, infatti, che nelle sue stanza sia custodito un tesoro segreto, conservato dal Mago Virgilio; si dice anche che, se a questo tesoro mai scovato accadesse qualcosa, Napoli ed i suoi abitanti incorrerebbero in terribili sventure…

Breve storia sulle sponde di Megaride

Castel dell’Ovo sorge su un isolotto, oggi collegato alla terraferma da un istmo di terra, il cui nome è Megaride. I greci, che già nel nono secolo a.C. avevano colonizzato Ischia e Cuma, su questo isolotto di tufo fondarono nell’ottavo secolo a.C. il primo insediamento che sarebbe poi cresciuto fino a toccare la terraferma e diventare una grande, nuova città – Neapolis.

Licinio Lucullo, che vi allevava murene, nel primo secolo a.C. vi costruì una splendida villa. Oltre ad un allevamento di murene, la villa possedeva una vastissima biblioteca ed un giardino con alberi all’epoca esotici come il pesco (importato dalla Persia) ed il ciliegio (importato invece dalla Turchia). La villa, prima nota come Castrum Lucullianum e poi come Castello Marino,  venne successivamente fortificata. Qui morì l’ultimo imperatore romano, Romolo Augustolo, nel 476.

Un Castello Indistruttibile

Il Castello dell’isolotto di Megaride attraversò poi una storia abbastanza travagliata: trasformato in monastero venne quasi raso al suolo dai duchi di Napoli per evitare che diventasse una base per i Saraceni. 

Ricostruito dai re Normanni, cambiò forma per mano di tutti coloro che nei secoli conquistarono Napoli – Svevi, Angioini, Aragonesi, Borbone – diventando infine il castello che noi tutti oggi conosciamo. Ma tutto questo ci importa poco, perché la più famosa leggenda riguardante questo luogo antico e mutevole inizia a circolare già dal 300 d.C.

Forse la fortuna di questo castello praticamente indistruttibile deriva proprio dagli eventi leggendari che ci appropinquiamo a raccontare: sembra, infatti, che vi sia un oggetto magico nascosto nelle sue segrete che impedisce al castello di cadere.

La Sirena Parthenope, l’Uovo e Virgilio

Si racconta che la Sirena Parthenope, disperata per non essere riuscita a sedurre Ulisse, si sia lasciata morire. Trascinata dalle correnti fino all’isolotto di Megaride, prima di spirare avrebbe deposto un uovo.

Quest’uovo venne trovato dal poeta e Mago Virgilio (che abbiamo già incontrato quando abbiamo parlato, sempre in questa rubrica, della maledizione della Gaiola). Virgilio, riconosciuto il valore magico dell’uovo, decise di conservarlo in un luogo sicuro, e la sua attenzione ricadde sul Castello Marino.

Il Mago pose dunque l’uovo all’interno di una caraffa d’acqua circondata da una pesante gabbia di ferro, attaccata a sua volta ad una trave di quercia in una stanza segreta nei sotterranei. Virgilio disse che, fintanto che l’uovo fosse rimasto integro il castello e Napoli non sarebbero perite; ma, in caso contrario la città ed il castello sarebbero stati colti da sventura e sarebbero crollati. 

Da uell’ovo pendevano tutti li facti e la fortuna del Castel Marino

La popolazione credeva fermamente alla veridicità della leggenda. Erano davvero convinti che “da uell’ovo pendevano tutti li facti e la fortuna del Castel Marino”, al punto che la regina Giovanna I, a seguito di un terremoto, dovette giurare di aver sostituito l’uovo e di aver preservato l’originale.

Nel corso dei secoli in molti hanno cercato l’uovo, ma senza alcun successo: se davvero è esistito, Virgilio deve averlo nascosto davvero bene. E forse la leggenda ha un fondo di verità: ben protetto, l’uovo ha fatto in modo che il castello e Napoli non crollassero mai.

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