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“Apologia” al Mercadante di Napoli: Commovente e divertente storia di una famiglia

“Apologia” con Elisabetta Pozzi, andrà in scena al Teatro Mercadante di Napoli dal 28 gennaio al 2 febbraio.

(COMUNICATO STAMPA)

Dal 28 gennaio al 2 febbraio al Teatro Mercadante
Elisabetta Pozzi protagonista dello spettacolo
APOLOGIA
testo di Alexi Kaye Campbell
messo in scena dal regista Andrea Chiodi
che lo ha definito come “un Čhecov contemporaneo”

Tra incomprensioni, antiche ruggini e dialoghi taglienti pieni di humour britannico si dipana la storia di una famiglia, fatta di scomode verità domestiche, di grandi speranze e altrettanto cocenti disillusioni, fino a una sorprendente, emozionante conclusione. Si tratta di Apologia, commedia profonda e divertente firmata da Alexi Kaye Campbell, tra gli autori più originali e importanti della scena anlgosassone, che nella traduzione di Monica Capuani e la regia di Andrea Chiodi lo Stabile propone al Teatro Mercadante da martedì 28 gennaio a domenica 2 febbraio.
Nelle scene di Matteo Patrucco, i costumi di Ilaria Ariemme, le musiche di Daniele d’Angelo e le luci di Cesare Agoni, una straordinaria compagnia di interpreti capitanata da Elisabetta Pozzi nel ruolo di Kristin Miller, con Alberto Fasoli (Hugh, amico di Kristin), Christian La Rosa (Peter, figlio di Kristin), Emiliano Masala (Simon, figlio di Kristin), Francesca Porrini (Trudi, fidanzata di Peter), Martina Sammarco (Claire, fidanzata di Simon).
La produzione dello spettacolo è del Centro Teatrale Bresciano, Teatro Stabile di Catania.

Note di regia

«Trovarsi davanti a questa serata in famiglia che si trasforma in una sorta di resa dei conti della vita di tutti è stato come trovarsi davanti a un Čhecov contemporaneo. Per tematiche, ma soprattutto per la costruzione dei rapporti tra i personaggi e delle scene tra di essi.
Ho voluto immaginarmi una casa come luogo privilegiato ed esclusivo, chiuso e nascosto, dentro cui si muovono i pensieri, gli sguardi, le difese e gli scontri di tutti. Il testo di Campbell, cosi perfettamente orchestrato, con un ritmo serratissimo e un plot molto chiaro, ci ha permesso di cercare di lavorare sui ritmi e sui silenzi quali momenti privilegiati per la riflessione e il pensiero.
In una serata succede tutto, si riaprono ferite, si rivivono ricordi. Si spalancano le grandi domande che ci hanno interrogato per tutto il lavoro: il possibile fallimento delle rivolte studentesche e del ‘68, l’imborghesimento di chi ne faceva parte e poi ancora domande sul consumismo e sulla fede, sui rapporti umani, sul coltivare i propri talenti e sulla relazione tra genitori e figli, cosa si è lasciato loro in eredità di quel periodo. Peter e Simon sono le due facce di una stessa medaglia: è così che la figura del figlio prende valore nello spettacolo, interpretata a sere alterne dai due attori o dallo stesso attore in un vero gioco teatrale, non fine a se stesso, ma capace di raccontare in maniera sorprendente diversità e similitudini dei due ragazzi, feriti in modo diverso e uguale. Dentro queste grandi tematiche abbiamo dovuto muoverci e dar vita a una situazione privata, con il desiderio di renderla universale, senza dare delle risposte ma raccontando l’eccezionalità che è l’umano quando si mette in ricerca. Tutto questo passando da Giotto, quale vero artista rivoluzionario, che offre a noi l’occasione di riguardare ai grandi del passato per capire meglio come essere artisti oggi, ripartendo dalle esigenze reali e importanti che ci muovono».

Andrea Chiodi

Durata spettacolo:
1h e 15’ primo atto, 50’ secondo atto

Info e orario rappresentazioni su www. teatrostabilenapoli.it
Biglietteria tel. 081.5513396 | biglietteria@ teatrostabilenapoli.it

Apologia
di Alexi Kaye Campbell
traduzione di Monica Capuani

regia di Andrea Chiodi

con
Elisabetta Pozzi Kristin Miller
e con
Alberto Fasoli Hugh, amico di Kristin
Christian La Rosa Peter, figlio di Kristin
Emiliano Masala Simon, figlio di Kristin
Francesca Porrini Trudi, fidanzata di Peter
Martina Sammarco Claire, fidanzata di Simon

scene Matteo Patrucco
costumi Ilaria Ariemme
musiche Daniele d’Angelo
luci Cesare Agoni

produzione Centro Teatrale Bresciano, Teatro Stabile di Catania

Alexi Kaye Campbell
Nato ad Atene nel 1966, figlio di madre britannica e padre greco, Alexi Kaye Campbell studia letteratura inglese e americana all’Università di Boston, prima di studiare recitazione alla Webber Douglas Academy of Dramatic Art.
Debutta nel mondo del teatro come attore, recitando in prestigiose compagnie e importanti teatri londinesi. Sempre come attore partecipa a molte serie televisive britanniche.
Nel 2008 esordisce come drammaturgo con Death in Whitbridge, mentre nel 2009 ottiene un grande successo con la sua pièce The Pride, che si aggiudica il Laurence Olivier Award, rappresentata anche in Italia nel 2010. Da allora ha scritto altre quattro opere teatrali: Apologia nel 2009, The Faith Machine nel 2011, Bracken Moor nel 2013 e Sunset at the Villa Thalia nel 2016.
Nel 2015 debutta al cinema come sceneggiatore scrivendo il film Woman in Gold con Helen Mirren.
È dichiaratamente omosessuale ed è impegnato in una relazione con il regista Dominic Cooke dal 1997.

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“Riccardo 3 – L’avversario” in scena al Teatro Nuovo Napoli

Al Teatro Nuovo Napoli andrà in scena “Riccardo 3 – L’avversario” di Francesco Niccolini: un libero adattamento dell’autore aretino ispirato a una delle più note e complicate tragedie del Bardo in chiave contemporanea e ai crimini di Jean-Claude Romand.

(COMUNICATO STAMPA)

In un luogo pieno di fantasmi, rivive la vicenda del malvagio più malvagio, ma, al tempo stesso, più terribilmente simpatico mai creato dal genio umano, e dei suoi omicidi seriali in Riccardo 3 – L’avversario di Francesco Niccolini, che debutterà mercoledì 22 gennaio 2020 alle ore 21.00 (repliche fino a domenica 26) al Teatro Nuovo di Napoli, per la regia di Enzo Vetrano e Stefano Randisi.

In scena Enzo Vetrano, nel ruolo di Riccardo, Stefano Randisi è Lady Anna, ma anche un sicario, Giorgio di Clarence, Buckingham, Edoardo e Richmond, e Giovanni Moschella è tutti gli altri personaggi: un altro sicario, Hastings, Elisabetta, il principino, Margherita, il sindaco di Londra, Stanley.
Il testo rilegge in chiave contemporanea un grande classico di Shakespeare, Riccardo III, oggi demone recluso e indomito, che è qui sottratto al medioevo inglese, e diventa abitante del presente, dando vita a una messa in scena che non è una pura variazione sul tema ma qualcosa di “meno rassi¬curante”.

La seconda parte del titolo, L’avversario, è un esplicito riferimento al romanzo verità di Emmanuel Carrère che racconta un’altra vicenda, a noi contemporanea, di “male assoluto”, quella del pluriomicida Jean-Claude Romand.
L’ambientazione non è quella di una sala da palazzo reale quattrocentesca, ma sul palcoscenico tutto ricorda molto da vicino la stanza di un ospedale.

Forse ci troviamo all’interno di un ospedale psichiatrico o un manicomio criminale e forse stiamo per assistere a una terapia sperimentale che porterà un paziente ad affrontare gli orrori di cui si è macchiato. O forse, siamo proprio dentro la sua mente, abitata da incubi e fantasmi.

Uno spazio algido dove tutto è fatto della stessa sostanza de¬gli incubi, in cui i “forse” sono più delle certezze e governano la messa in scena, gli scambi di ruoli, le ambiguità dei personaggi.
Come nell’originale shakespeariano il male si ammanta del fascino più irresistibile, qui il gioco è rendere quel male invisibile, scambiabile per il bene e viceversa: nell’epoca delle false identità e dei travestimenti (digitali, analogici, teatrali o domestici che siano) il crimine, anche il più efferato, non è mai facile da riconoscere né da confessare. L’allestimento, presentato da Arca Azzurra Produzioni e Emilia Romagna Teatro in collaborazione con Le tre corde/Compagnia Vetrano Randisi, si avvale delle scene e costumi a cura di Mela Dell’Erba e le luci di Max Mugnai.

Riccardo 3 – L’avversario di Francesco Niccolini
Mercoledì 22>domenica 26 gennaio 2020 @ Teatro Nuovo Napoli
Inizio spettacoli ore 21.00 (mercoledì e giovedì), ore 18.30 (venerdì e domenica), ore 19.00 (sabato)
info 0814976267 email botteghino@teatronuovonapoli.it
Da mercoledì 22 a domenica 26 gennaio 2020
Teatro Nuovo Napoli

Arca Azzurra Produzioni, Emilia Romagna Teatro
in collaborazione con Le tre corde/Compagnia Vetrano Randisi
presentano

Riccardo 3
L’avversario
di Francesco Niccolini
liberamente ispirato al Riccardo III di William Shakespeare
e ai crimini di Jean-Claude Romand

con
Enzo Vetrano, Stefano Randisi, Giovanni Moschella

scene e costumi Mela Dell’Erba
luci Max Mugnai

regia Enzo Vetrano e Stefano Randisi

durata 90’ circa

Enzo è Riccardo. Stefano è Lady Anna, ma è anche un sicario, Giorgio di Clarence, Buckingham, Edoardo e Richmond. Giovanni è tutti gli altri personaggi: un altro sicario, Hastings, Elisabetta, il principino, Margherita, il sindaco di Londra, Stanley.
Pochi attori e molti forse. In questa messa in scena i forse sono più delle certezze: perché in questo spazio algido tutto è fatto della stessa sostanza di cui sono fatti gli incubi, le sbiadite e le apparizioni.
Quando lo spettacolo inizia, Enzo si sveglia da un lungo sonno iniziato prima dell’ingresso del pubblico.
È seduto su quello che dovrebbe essere un trono. Ma intorno tutto è bianco e verde acido, ricorda molto da vicino la stanza di un ospedale: un letto, una sedia a rotelle, un grande specchio. Forse addirittura siamo all’interno di un ospedale psichiatrico. Peggio: un manicomio criminale. O forse il manicomio è dentro la testa di Enzo.
Due uomini parlano sottovoce. Forse sono dei sicari. Forse. O forse sono due incubi venuti per tormentare Riccardo. O Enzo.

Il dramma ha inizio: la corona passa da una testa a un’altra, la ghigliottina si abbatte feroce, le campane suonano a festa o a morto, mentre un corvo si aggira, come se quel luogo gli appartenesse. Un luogo pieno di spettri e fantasmi.
Mentre rivive la vicenda di Riccardo di Gloucester – il malvagio più malvagio ma al tempo stesso più terribilmente simpatico mai creato dal genio umano – e dei suoi omicidi seriali, di tanto in tanto, la vita ospedaliera si mescola alla finzione. Da fuori si sentono tuoni e fulmini, ci sono inattesi silenzi, una cartella clinica da leggere, aggiornare o firmare. E soprattutto, c’è un’iniezione che incombe, come una spada di Damocle. O piuttosto di Richmond, in questo caso.
Tra un omicidio, una risata, un funerale e una pausa, la commedia va avanti fino alla sua conclusione naturale. O quasi.

Perché al momento del gran finale – giusto un istante prima della morte («Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo!») – Enzo risorge dai suoi peccati, e con il suo ultimo monologo visionario si congeda, accoglie la liberazione che gli giunge non dalla spada di Richmond ma dall’iniezione che gli viene somministrata: sedato, ridotto alla passività, rinchiuso in una camicia di forza, che assume le fattezze di un costume di scena da tiranno assassino. Forse morto.
Parafrasando Macbeth e il suo «Tomorrow and Tomorrow and Tomorrow», a noi resta soltanto un «Forse e Forse e ancora Forse».
Parafrasando Amleto, tutto il mondo non è solo una prigione, ma un manicomio. E la via d’uscita, una sola.

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“MisStake” al Teatro Elicantropo di Napoli: L’amore e le sue (im)possibilità

Al Teatro Elicantropo di Napoli andrà in scena “NapoliMisStake” di e con Fabiana Fazio: un monologo di parole e canzoni che, partendo dalla più famosa tragedia di Shakespeare, affronta il tema dell’amore e delle sue infinite (im)possibilità.

(COMUNICATO STAMPA)

Sarà in scena al Teatro Elicantropo di Napoli, giovedì 23 gennaio 2020 alle ore 21.00 (repliche fino a domenica 26) lo spettacolo MisStake originale monologo/soliloquio di e con Fabiana Fazio, che, attraverso parole e canzoni e partendo dalla tragedia più famosa di Shakespeare, Romeo e Giulietta, affronta il tema dell’amore e delle sue infinite (im)possibilità.

L’allestimento, che si avvale della collaborazione ai movimenti scenici di Maura Tarantino e il disegno luci di Marco Perrella, prende in “prestito” la celeberrima frase del balcone “Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo…” e prova ad analizzarla in tutte le sue declinazioni e le sfumature.
Se la storia non fosse andata così, in che altro modo sarebbe andata? La tragedia è tragedia, comunque, perché non può andare altrimenti, qualsiasi cosa si faccia.

Prendono vita, così, appassionate riflessioni sull’amore, quello con la A maiuscola, sempre ammesso che esista. E’ l’amore impossibile e perciò tanto voluto (“volere è potere, ma potere è volere?”), quello ostinato (“che amore non è, che cos’è?”), quello illusorio, quello ideale, quello sempre sognato (“Il mio Romeo”), quello smarrito, l’amor perduto nel tempo e nello spazio (“Romeo, Romeo… perché sei tu Romeo?”, “Io non so più come chiamarti per farti tornare, Amore. Mio”).

MisStake è anche un originale gioco di parole, che prendono vita dalle suggestive crasi, declinazioni e incastri lessicali mutuati dalle parole anglosassoni miss e take, considerando e percorrendo i loro molteplici sensi e significati, secondo il contesto.
Fabiana Fazio conduce lo spettatore nella sua idea di Giulietta e Romeo, senza Verona a fare da scenario: Giulietta e Romeo, una Giulietta e un Romeo.

E così, dopo la primordiale storia, ecco dipanarsi le storie di tanti Giulietta e Romeo qualsiasi, quasi compulsivi nel loro personale desiderio del raggiungimento del ‘per sempre’ e del ‘vissero felici e contenti’.
Essi rappresentano l’essere in un “non luogo” a ripetersi sempre la stessa frase, continuare nelle stesse azioni, gli stessi discorsi, perpetuamente. O anche, tornare indietro, riformulare le domande, porsi la domanda giusta, se la si trova, provare con altre risposte, magari, fino a non trovarne più e continuare in eterno, sempre uguale nel tempo.
Per una serie di sventurate coincidenze tutto finisce, l’amore, la vita, il conflitto. Per una serie di stupidi errori (What a mistake!, appunto) tutto va come deve andare, affinché sia, comunque, la tragedia che deve essere.

MisStake di e con Fabiana Fazio
23˃26 gennaio 2020 @Teatro Elicantropo Napoli
Inizio spettacoli ore 21.00 (da giovedì a sabato), ore 18.00 (domenica)
Info e prenotazioni al 3491925942 (mattina), 081296640 (pomeriggio)

Giovedì 23˃domenica 26 gennaio 2020
Teatro Elicantropo Napoli
(repliche da giovedì al sabato ore 21.00, domenica ore 18.00)

MisStake
scritto, diretto e interpretato da Fabiana Fazio

disegno luci Marco Perrella
collaborazione ai movimenti di scena Maura Tarantino
assistenti alla regia Angela Carrano e Giulia Musciacco
foto di scena Loredana Carannante

durata della rappresentazione 80’

MisStake è anche un modo per giocare con le parole, cominciando dal titolo dello spettacolo, come mistake (sbaglio), oppure to mistake (scambiare, confondere, travisare, fraintendere).
MisStake è anche miss (reginetta, signorina), o ancorta mistress (padrona, signora, del proprio destino?).
MisStake, è ancora miss-take: to miss (mancare il bersaglio, non riuscire, fallire, mancare e sentire la mancanza, non comprendere, perdere, non prendere), ma anche to take (prendere, accettare, portare, portare via, catturare, sopportare).
Take come “attenzione!”, take care. Take come smontare, separare, take apart. Take come opinione, punto di vista. Take come registrazione, ripresa. Take come presa.

Fabiana Fazio

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Il festival Vo’ on the Folks compie 25 anni: il programma della rassegna

Vo’ on the Folks compie 25 anni. La storica rassegna veneta dedicate alla world music e al folk, diretta da Paolo Sgevano, giunge alla XXV edizione e presenta come da tradizione un programma di quattro appuntamenti tra musiche e danze popolari, con artisti provenienti da Turchia, Irlanda, Scozia, Zambia e Moldavia. Dall’8 febbraio al 21 marzo 2020 la Sala della Comunità di Brendola, in provincia di Vicenza, accoglie alcune tra le più interessanti realtà della musica etnica contemporanea presentando un cartellone che coniuga tradizione e innovazione. Tra gli ospiti di questa edizione gli originali Dervisci rotanti del Galata Mevlevi Ensemble, la band irlandese The Outside Track, l’artista cosmopolita Namvula Rennie, la cantante e polistrumentista moldava Violeta Grecu.

Ad inaugurare l’edizione 2020 del Vo’ on the Folks, sabato 8 febbraio alle 21, sarà il suggestivo spettacolo del Galata Mevlevi Ensemble del maestro Sheik Nail Kesova. Dichiarati dall’UNESCO patrimonio culturale dell’umanità, i dervisci rotanti rappresentano il simbolo del misticismo orientale, che prende origine nel tredicesimo secolo.  In scena portano un rituale antico 700 anni che rappresenta l’essenza della natura umana: lo spirito (mente e pensiero), l’amore (emozioni, poesia e musica) e l’anima (vita, movimento e Sema). Uno spettacolo inteso, emotivamente e spiritualmente, che cattura il pubblico lasciandolo senza fiato.

Sabato 22 febbraio il secondo appuntamento della rassegna con l’unica data in Italia di The Outside Track, quintetto internazionale di musicisti celtici (quattro donne e un uomo, da Irlanda, Scozia e Canada), premiati come miglior band nei Live Ireland Award e Tradition In Review Award.

Sempre in esclusiva nazionale anche i due eventi in programma a marzo. Sabato 7 tocca alla cantautrice, chitarrista e fotografa Namvula (già al fianco di Hugh Masekela e Anoushka Shankar) Dal vivo presenta un melting pot che fonde sonorità africane con elementi della tradizione folk scozzese, del jazz e della Latin music. Il 21, invece, per la serata conclusiva è la volta di Violeta Grecu, una delle più importanti e riconosciute artiste moldave, con all’attivo diverse collaborazioni con l’Orchestra Nazionale, in scena con Luca Nardon (percussioni) e Ionel Guzun (fisarmonica).

Organizzato dalla Sala della Comunità di Vo’ di Brendola e Frame Evolution, in collaborazione con l’assessorato comunale alla Cultura e la Cassa Rurale e Artigiana di Brendola, il “Vo’ on the Folks” rappresenta uno spazio privilegiato per la riscoperta e la tutela di preziose tradizioni da conservare e tramandare, rilette in chiave contemporanea. Come testimoniano gli ospiti che si sono esibiti a Brendola in questi anni: Hevia, Enzo Avitabile, Kocani Orkestar, Joana Amendoeira, Antonella Ruggiero, Jim Hurst, Carmen Souza, Mick O’Brien, Riccardo Tesi & Banditaliana, Tannahill Weavers, Djamel Laroussi, Fiamma Fumana, Phamie Gow, Mercedes Peon, Motion Trio, Vincenzo Zitello, Mariel Martinez, Mairtin O’Connor, John McSherry, Pierre Bensusan, Hamid Ajbar, Söndörgő, La Dame Blanche, solo per citarne alcuni. Fin dal 1996, Brendola – la porta dei Berici – ha accolto musiche, colori, storie e culture diverse unite in nome della massima libertà espressiva.

Ingresso singolo spettacolo: INTERO 15 euro – RIDOTTO (soci Sala e ragazzi fino a 14 anni) 14 euro.

Info e prenotazioni: Sala della Comunità – via Carbonara,28  – Brendola (Vicenza) – tel. 0444 401132. www.saladellacomunita.com – info@saladellacomunita.com.

 

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Cultura

Scoperto a Napoli un testo inedito di Leopardi

Leopardi autografo

Alla Biblioteca Nazionale di Napoli, la scoperta del professor Christian Genetelli: una recensione inedita di Leopardi su un’opera su Dante.

Giacomo Leopardi (1798-1837) continua a sorprendere! Tra le carte autografe custodite nella Biblioteca Nazionale di Napoli, tra cui il fondamentale manoscritto dell’Infinito (1819), ne emerge una inedita: una recensione mai pubblicata su uno sconosciuto volumetto in terzine “L’ombra di Dante”.

Autore della scoperta è Christian Genetelli, professore ordinario di letteratura e filologia italiane all’Università di Friburgo e membro del comitato scientifico del Centro Nazionale di Studi Leopardiani di Recanati.

Lo studioso ne ha dato notizia  in un volumetto in uscita in questi giorni a Milano, dal titolo “Un’inedita e ignota recensione di Giacomo Leopardi”. In esso, il professor Genetelli fornisce informazioni specifiche sull’inedito manoscritto leopardiano. Si tratta dunque di un testo autografo e completo, firmato e datato 1816, ma mai pubblicato. Nell’articolo Leopardi recensisce L’ombra di Dante” di Giuliano Anniballi, volumetto in terzine e stampato a Loreto nello stesso anno.

Ecco  una dichiarazione del professor Genetelli:

«La scoperta di questo breve articolo arricchisce il corpus delle opere leopardiane non sul versante dell’incompiuto, dell’appunto o dell’abbozzo, ma su quello dei testi finiti, pronti per la stampa, anche se poi rimasti inediti e tuttavia conservati e portati con sè dall’autore fino a Napoli, fino alla sua ultima dimora».

Il legame secolare tra Napoli e Leopardi

È noto a molti, ma forse non a tutti, il particolare legame tra Napoli e Giacomo Leopardi. Il poeta recanatese infatti ha trascorso gli ultimi suoi anni di vita in Campania, tanto che la sua tomba è nel parco Vergiliano a Piedigrotta a Napoli (da non confondere con il parco Virgiliano di Posillipo).

La Biblioteca Nazionale di Napoli è senza dubbio uno dei punti di riferimento per il legame speciale tra Napoli e Leopardi, come ha recentemente ricordato il direttore Francesco Mercurio:

«La Biblioteca da tempo è impegnata, con il sostegno della Direzione generale Biblioteche e Istituti culturali, in un’intensa azione di valorizzazione dell’opera del poeta e di tutela della memoria attraverso una costante attività di ricerca e studio del patrimonio leopardiano. Intento della Biblioteca è, infatti, avvicinare il pubblico al pensiero di Giacomo Leopardi in grado di fornire risposte attuali ai grandi temi della società contemporanea».

Non si può far altro che essere orgogliosi per tale interesse al poeta recanatese. La nuova scoperta del professor Genetelli arricchisce il patrimonio leopardiano che Napoli custodisce.

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Cultura

Run Baby Run: la corsa di una giovane madre al teatro Tram

Titti Nuzzolese al Teatro Tram

Uguale, uguale a me. È con queste parole che si apre lo spettacolo dal titolo “Run Baby Run”, scritto e diretto da Mirko Di Martino (vincitore del Premio Tragos alla drammaturgia, Milano 2019), in scena al Teatro Tram da venerdì 17 a domenica 19 gennaio.

L’intenso monologo della protagonista, interpretata da Titti Nuzzolese, una delle fondatrici del Teatro Tram, è la riscrittura teatrale di un fatto di cronaca accaduto negli ultimi anni: la fuga di una giovane madre “tossica” disposta a tutto pur di proteggere la figlia appena nata.

Nel corso di un racconto episodico, ognuno con un proprio titolo proiettato sul fondo nero di una scenografia povera e minimale, si sviluppano gli eventi che, da Milano verso il Sud, innescano una serie di azioni rocambolesche e tragiche che la portano a toccare il fondo. Un tentato aborto, un furto di un’automobile, un mancato arresto: scelte sbagliate, tutte giustificate dal desiderio di una nuova vita.

Marta, personaggio al limite, vive una vita di incomprensioni e di tormenti: il rapporto conflittuale con la madre Giuditta, un padre assente, una relazione tossica con un pusher che le suggerisce persino di abortire. In un tale contesto, la fuga rappresenta per lei l’unica vera forma di riscatto.

Il suo essere madre, nonostante rappresenti per lei una novità, la spinge ad affrontare con forza i suoi fantasmi e a fare i conti con la maternità e le difficoltà che essa comporta. Sarà, infatti, catartico l’ultimo incontro, quello con la nonna materna, l’unica persona della quale conserva un buon ricordo. Nonna, madre e figlia si sovrappongono sul finale e si riconoscono come madri, ciascuna con le proprie mancanze e le reciproche incomprensioni, lasciando a Marta la consapevolezza che non esiste il modo giusto per crescere un figlio.

Lo spettatore, nonostante guardi con distacco alla protagonista, è rapito dalla potenza emotiva di un monologo che lo porta a riflettere sulla legittimità delle sue azioni. Ancora di più, colpisce il dialogo delle tre voci femminili che, in un susseguirsi di aggressività e incomprensione, non lasciano spazio al perdono.

L’opera si conclude con una resa che è anche l’ultimo gesto che la identifica come madre: anteporre il bene della figlia al proprio.

 

Articolo a cura di Roberta Sanguedolce

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“Don Giovanni” in scena la Tram: Le parole di Molière su Mozart a tempo di flamenco

“Don Giovanni”, le parole di Molière sulla musica di Mozart a tempo di flamenco, da giovedì 23 gennaio in scena al Tram.

(COMUNICATO STAMPA)

“DON GIOVANNI”, LE PAROLE DI MOLIÈRE SULLA MUSICA DI MOZART
A TEMPO DI FLAMENCO
GIOVEDÌ 23 GENNAIO IL DEBUTTO AL TEATRO TRAM
CON DANILO ROVANI E ENZO ATTANASIO, DIRETTI DA GIANMARCO CESARIO
Due settimane di programmazione per il secondo capitolo del progetto PopOpera

È pronto a debuttare, giovedì 23, al Teatro Tram, “Don Giovanni”, secondo capitolo del progetto PopOpera, nato da un’idea di Gianmarco Cesario per avvicinare i giovani all’opera lirica attraverso testi resi più attuali e arrangiamenti musicali contemporanei.

Dopo il Barbiere di Siviglia, si arriva così al secondo capitolo di un’ideale Trilogia Sivigliana con un testo che riassume con misura i tre aspetti delle tre principali versioni di questo mito moderno: se Mozart, grazie al libretto di Lorenzo Da Ponte, lo rappresenta come un gaudente “sciupafemmine”, lo spessore che la penna caustica ed anarchica di Moliere ci offre, restituisce il ritratto di un uomo libero e senza freni, un anticipatore della filosofia illuminista, che riesce a sfidare società e benpensanti con provocazioni che vanno ben oltre l’ars amandi del suo prototipo, già raccontato da Tirso de Molina nella sua farsa. A lui si contrappone il suo servitore, Sganarello, maschera utilizzata da Moliere, il cui nome, in questa versione, è però sostituito con quello utilizzato da Da Ponte nel suo libretto, Leporello, che, nella sua similitudine con la lepre, simboleggia la natura vigliacca di quest’uomo, che, più di tutti i personaggi che abitano la storia, incarna una società bigotta e corrotta, che, come dice il protagonista ha reso “l’ipocrisia un vizio alla moda, e tutti i vizi alla moda sono considerati virtù.”

Due le settimane di programmazione al Teatro Tram (da giovedì 23 gennaio a domenica 2 febbraio): Don Giovanni è Danilo Rovani, autore, regista e attore che collabora in teatro, cinema e TV con registi e attori di fama nazionale e internazionale: tra questi, Carlo Battistoni, Gigi Proietti, Gabriele Lavia, Alessandro D’Alatri, Ahmad Douchan, Enrico Oldoini, Mario Martone; accanto a lui, un Leporello interpretato da Enzo Attanasio, anche lui impegnato su set televisivi e cinematografici di respiro internazionale (sarà Arnaldo Vezzi ne “Il Commissario Ricciardi” di Alessandro D’Alatri, in uscita nel 2020). A completare la presenza sul palco Diletta Acampora, Denise Capuano e Luca Lombardi.

Le musiche di Mozart sono arrangiate in sonorità flamenco da Pasquale Ruocco, concertista e compositore diplomato all’accademia Taller Flamenco di Siviglia, con specializzazione al Conservatorio de Musica de Cordoba e un diploma in composizione e direzione d’orchestra al Conservatorio di Siviglia.
Regia e drammaturgia sono di Gianmarco Cesario, ideatore e direttore artistico di numerose rassegna tra cui “I corti della formica”; tra le sue regie più recenti “Edipo Re_O”, “Il barbiere di Siviglia – Pop Opera”, “Sogno di una notte di Metà Estate”, “La Morte e la Fanciulla”.

orari spettacoli:
da giovedì 23 a domenica 26 gennaio 2020
da giovedì 30 gennaio a domenica 2 febbraio 2020
gio e ven: ore 21.00 | sabato: ore 19.00 | domenica: ore 18.00

prezzi
intero: € 12,00 | under 26 e Web: € 10,00

Danilo Rovani in
DON GIOVANNI
da Tirso de Molina, Moliere e Lorenzo Da Ponte
con Diletta Acampora, Denise Capuano, Luca Lombardi e con la partecipazione di Enzo Attanasio
Musiche di Wolfgang Amadeus Mozart arrangiate ed eseguite dal vivo da Pasquale Ruocco
Scene e costumi Melissa Di Vincenzo Riprese video Antonio Lombardi Foto Nina Borrelli
Aiuto Regia Luca Lombardi
Regia e Drammaturgia Gianmarco Cesario

BIOGRAFIE
Danilo Rovani (Don Giovanni) nato a Napoli classe 1979, inizia la sua carriera di attore nel 1995 da allora lavora e collabora in teatro, cinema e TV con registi e attori di fama nazionale e internazionale come: Walter Manfè, Carlo Battistoni, Gigi Proietti, Gabriele Lavia, Alessandro D’Alatri, Ahmad Douchan, Enrico Oldoini, Mario Martone e tanti altri. Dopo aver lavorato al Piccolo di Milano nell’ormai storico spettacolo “Arlecchino servitore di due padroni” di Carlo Goldoni, per la regia di Giorgio Strehler, ripresa da Battistoni, inaugura con Gigi Proietti il Globe Theater di Roma. È autore e regista, ha scritto e diretto per il teatro e realizzato numerosi cortometraggi, uno dei quali edito dal canale del cinema studio Universal. Da circa cinque anni è anche vocalist dei gruppi musicali Mantrika e Maday.

Enzo Attanasio (Leporello) “Napoletano di Portici”, lavora in cinema, tv e teatro come attore brillante e non solo. Lo dirige il maestro Sir Ridley Scott sul set internazionale di “Tutti i soldi del mondo”; è a Venezia75 (in concorso) con “Un giorno all’improvviso” con Anna Foglietta. Antonio Capuano lo vuole in “Achille Tarallo” con Biagio Izzo e Ascanio Celestini; Alessandro D’Alatri lo sceglie per il ruolo di Arnaldo Vezzi ne “Il Commissario Ricciardi” e ancora ne “I Bastardi di Pizzofalcone” con Alessandro Gassman e in “Sotto copertura 2”, tutte fiction di Rai1. Sempre al cinema in “Babbo Natale non viene da nord” di e con Maurizio Casagrande e Gianpaolo Morelli. Alessandro Siani lo sceglie in “Troppo napoletano” con Serena Rossi; “La verità sta in cielo” del maestro Roberto Faenza con Maya Sansa. In teatro tanti spettacoli: è nel musical “C’era una volta Scugnizzi” di Claudio Mattone con Sal Da Vinci, è primo attore con Giacomo Rizzo, in compagnia con Gianfranco e Massimiliano Gallo e poi con Marisa Laurito e Giuseppe Zeno. È regista e interprete di “Baccalà” poemetto di Eduardo, autorizzato da Luca De Filippo; è “l’omino di burro” in “L’anima buona di Lucignolo” di Claudio Lauri e Luca Saccoia, vincitore FringeFestival Napoli. È diretto da Aldo Giuffrè, Bruno Garofalo, Gino Landi e altri.

Pasquale Ruocco (Concertista e compositore) inizia lo studio della chitarra classica all’età di nove anni formandosi sotto la guida de M° Antonio De Innocentis e concludendo gli studi al Conservatorio di Avellino. Partecipa a numerosi seminari con concertisti del calibro di Eliot Fisk, Aniello Desiderio, David Russell e Maurizio Colonna. A soli 16 anni è componente del John Duarte Guitar Quintet con il quale intraprendere una intensa attività concertistica in Italia, Francia ed Inghilterra. Trasferitosi in Spagna, si diploma nel 2007 all’accademia Taller Flamenco di Siviglia e poi si specializza al Conservatorio de Musica de Cordoba, quindi si diploma nel 2010 in composizione e direzione d’orchestra de Conservatorio di Siviglia, con specializzazione in musica per immagini. Inizia quindi una intensa attività compositiva, curando le colonne sonore di diversi docufilm e cortometraggi, e scrivendo musiche originali per numerosi spettacoli teatrali.

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Cultura

BussoLaLingua // Da dove viene l’espressione “O ciuccio ‘e Fechella”?

L’avrete sentito dire almeno una volta:  me pare ‘o ciuccio ‘e Fechella: novantanove chiaje e ‘a coda fraceta! (ovvero: mi sembri l’asino di Fechella, con novantanove piaghe e la coda marcia).

Talvolta lo sfortunato asino di questo detto di piaghe ne ha trentatré, altre novantanove: l’unica cosa certa è che non se la passa mai troppo bene. E, infatti, questa espressione viene utilizzata per parlare di qualcuno che sta spesso male e che per questo si lamenta spesso e tanto, senza riuscire a portare a termine i propri doveri.

Ma sapete che questo povero e malandatissimo asino è esistito davvero, come anche il suo padrone Fichella? E che la dolorante bestiola ha a che fare con la squadra calcistica del Napoli?

Questa settimana, #BussoLaLingua vi svela tutti i segreti di questa celebre espressione.

Chi era Fechella?

Tra il 1920 ed il 1930 divenne assai celebre, a Torre del Greco, un certo don Mimì, all’anagrafe Domenico Ascione, detto da tutti Fechella.

Pare che l’asino del modo di dire appartenesse proprio a lui: Fechella si occupava infatti di trasportare delle merci alimentari all’interno del Rione Luttazzi, e pareva che lo facesse proprio grazie ad un asinello malconcio e malato.

L’asino, costretto a trasportare carichi sempre più pesanti, aveva la schiena ricoperta di piaghe e la coda decisamente malmessa. Fechella era un uomo povero, e non poteva permettersi né di mettere a riposo l’animale né di curarlo: così continuava a farlo lavorare.

Fichella ed il suo povero asino non passavano certo inosservati – tutti conoscevano ormai il trasportatore ed il suo animale. L’asino era così evidentemente malato da essere paragonato a tutti coloro che avevano una salute cagionevole o che per qualche acciacco si lamentavano: tuttavia, a differenza delle persone a cui si faceva riferimento, la povera bestia andava sempre avanti, senza emettere mai un lamento.

Il simbolo del Napoli

Ma non solo l’asino e il suo padrone sono realmente esistiti: pare che sia proprio lui l’asinello che simboleggia la squadra nel Napoli nell’araldica calcistica.

Inizialmente, in realtà, non era così: quando a Carlin Bergoglio, giornalista e disegnatore, venne in mente di abbinare ad ogni squadra calcistica del campionato un animale, inizialmente sullo stemma del Napoli raffigurò un cavallino nero – lo stesso presente sulla bandiera della città sin dal medioevo.

Tuttavia, al suo primo campionato, nel 1926, la squadra arrivò ultima. Si racconta allora che al “Bar Brasiliano”, luogo di ritrovo per i tifosi, uno di questi abbia gridato, tra l’esasperazione e lo sconforto: ‘Sta squadra nostra me pare ‘o ciuccio ‘e Fechella: trentatré piaghe e ‘a coda fraceta!

L’espressione venne riportata su un giornale, e da allora il ciuccio di Fechella sostituì definitivamente il povero cavallino nero, che purtroppo non aveva fatto bene il suo lavoro e non aveva portato fortuna alla squadra.

Carlin Bergoglio provò a sostituire il cavallino con un altro simbolo, uno “Scugnizzo che suona allegro e chiassoso”, ma non ebbe successo.

Da allora, l’asinello malconcio di Fechella continua a rappresentare la squadra – e di certo le ha portato più fortuna di qualsiasi altro simbolo.

Scopri i segreti di altre parole e modi di dire:

Se vuoi approfondire la tua conoscenza sulla nostra cultura regionale o leggere altre storie della Campania, non perderti le nostre rubriche sulle Leggende e sui Sapori della nostra regione : #BussoLaLeggenda e #BussoLaTavola

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CronacaCultura

[FOTO] Napoli, rione Sanità: Nel degrado la casa di Totò

Degrado e incuria per la casa di Totò: Delusi i turisti che scattano foto che fanno il giro del web.

Napoli, Rione Sanità – La casa natale di Totò appare oggi degradata a turisti e non, zero valorizzazione di un posto che potrebbe alimentare e incentivare il turismo partenopeo, volendo pensare solo al valore economico e trascurando il bene storico e culturale che rappresenta.

Circondata da cassonetti della spazzatura, le facciate sono senza intonaco, le pareti imbrattate, i balconi fatiscenti: un degrado segnalato dai turisti sul web con tanto di scatti.

L’appartamento in via Santa Maria Antesaecula apre al pubblico soltanto il 15 febbraio e il 15 aprile di ogni anno, rispettivamente anniversario della nascita e della morte del Principe della risata, ma il palazzo nel quale si trova è sempre evidentemente usurato dal tempo e dall’incuria.

Ne dà notizia Tgcom24 che pubblica anche le foto scattate dai turisti e presenti sul web.

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CulturaFood&Drink

BussoLaTavola // La Pizza tra realtà e leggende

La Pizza è probabilmente uno dei piatti napoletani più imitati al mondo. Proprio per questo, sebbene metta tutti d’accordo perché piace a tutti, contemporaneamente divide: c’è a chi piace più soffice, ad altri croccante; ad alcuni alta ed ad altri bassa.

Mangiamo davvero spesso la Pizza, e ne esistono davvero tantissime varianti, oramai – ne esistono persino alcune alla frutta o ai fiori – ma conosciamo davvero questa deliziosa pietanza? Tra leggende, ghiotte regine e degustatori illustri come Dumas, #BussoLaTavola vi racconta la vera storia della Pizza.

La Leggenda: una Pizza per la Regina

La leggenda sulla nascita della pizza margherita è assai nota: era il 1889, e il re e la regina di Savoia soggiornavano nella reggia di Capodimonte.

La Regina aveva sentito da alcuni artisti della sua corte parlare della pizza, che lei non aveva mai assaggiato; così, particolarmente incuriosita da questo alimento, chiese che gliene fosse fatta assaggiare una.

Fu così chiamato alla reggia di Capodimonte Raffaele Esposito, titolare della Pizzeria “Pietro e…basta così“, fondata nel 1780, che ancora oggi esiste sotto il nome di “Brandi”.

Raffaele Esposito giunse alla reggia con la moglie, donna Rosa, definita dalla cronaca dell’epoca come la vera esperta del forno, e preparò per la regina Margherita tre pizze: la prima era alla sugna, formaggio e basilico; la seconda era con aglio, olio e pomodoro; ed infine una terza, con basilico, pomodoro e mozzarella.

Fu proprio quest’ultima pizza, che aveva gli stessi colori della bandiera italiana, a piacere di più alla regina. Così, la monarca chiese come si chiamasse la pizza che aveva appena gustato e Raffaele Esposito rispose: Margherita!, dedicandola così proprio alla regina.

Da allora, ogni volta che la regina Margherita arrivava a Napoli, Raffaele Esposito e sua moglie Rosa venivano chiamati al cospetto di sua maestà per prepararle ancora una volta la tanto amata pizza.

La popolarità di un Re

Alla pizzeria Brandi è esposto, poco lontano dalla targhetta che ricorda la nascita della pizza Margherita, un documento.

Si tratta di una lettera, che porta la data del 1889, firmata da Camillo Galli, capo dei servizi di tavola della corona: nella missiva, indirizzata a Raffaele Esposito, la regina Margherita ringrazia il pizzaiolo per le tre pizze preparate per lei.

Nel corso del tempo sono state avanzate diverse ipotesi: c’è chi crede all’episodio e chi dice che sia solo una leggenda. Un articolo del 2014 di Zachary Nowak – Harvard University, Umbra Institute – titolato “Folklore, Fakelore, History: Invented Tradition and the Origins of the Pizza Margherita”  ha cercato di far luce su questo racconto orale.

La contestualizzazione è fondamentale: l’unità d’Italia era stata portata a termine nel 1860, e non era stata accettata da tutta la popolazione; pochi anni prima dell’episodio che ci viene raccontato riguardo la nascita della pizza Margherita, inoltre, c’era stata a Napoli un’epidemia di colera. 

I Savoia avrebbero dovuto portare a termine delle opere di risanamento urbanistico della città, dovevano ancora essere accettati da parte del popolo come sovrani e dovevano fare i conti con un certo malcontento popolare: indubbiamente, dice Nowak, avrebbero dovuto cercare di raccogliere consensi ed aumentare la loro popolarità.

Raccontare una simile storia, dunque – dove la regina si presta ad assaggiare un cibo povero e popolare che, coincidenza, ha proprio i colori della bandiera d’Italia – avrebbe portato certo popolarità alla corona. 

Si tratta dunque si una storia inventata dai due sovrani? La lettera esposta nella pizzeria sembrerebbe dimostrare il contrario.

Il sigillo reale

Ma la lettera, continua Nowak, sarebbe un falso: non esistono carteggi compatibili negli archivi, la scrittura e la firma di Galli sarebbero completamente diversi da quelli presenti in altri documenti e, infine, il sigillo impresso sulla lettera non corrisponde a quelli utilizzati durante quel periodo storico.

Anche se la lettera fosse davvero falsa, tuttavia, non è detto che la storia lo sia completamente: la regina Margherita era davvero, nella data segnata sulla lettera, a Capodimonte, senza il re. Esisteva davvero un pizzaiolo chiamato Raffaele Esposito, e si sa per certo che nel 1883 possedeva una pizzeria chiamata “Pizzeria della regina d’Italia“.

Sebbene la lettera sia falsa, dunque, non è detto che l’episodio lo sia del tutto: ma non è finita qui.

La Pizza Margherita: una storia molto più antica

Anche se forse qualcosa di vero c’è sul fondo di questa leggenda profumata di basilico, pare non essere affatto vero che la pizza Margherita sia stata inventata allora. Esisteva, infatti già da molto tempo.

Se vogliamo ascoltare già solo le leggende, esistono decine di storie con i Borbone golosi di pizze – mai chiamate “Margherita”, naturalmente, ma che hanno i suoi stessi ingredienti – ma esistono numerosi documenti che provano che questa pizza sarebbe esistita ben prima dell’episodio raccontato dalla leggenda.

Del 1858 è infatti il libro di Francesco de Bourcard, napoletano di origine svizzera, intitolato “Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti“, dove viene descritta una pizza con mozzarella e basilico:

Prendete un pezzo di pasta, allargatelo, distendetelo, col mattarello e percuotendolo con le palme delle mani conditelo con olio o strutto, cuocetelo al forno, mangiatelo e saprete cosa è la pizza. […]

Altre pizze sono coperte di formaggio grattugiato e condite collo strutto, e vi si pone di sopra qualche foglia di basilico. Si aggiunge delle sottili fette di mozzarella,[…] talora si fa uso del pomodoro, ma come condimento si può usare quel che vi viene in testa.

Talora ripiegando la pasta su se stessa se ne forma quel che chiamasi calzone.

Ben due anni prima dell’unità d’Italia, dunque, la pizza Margherita sarebbe già esistita. 

Nel nome della Pizza

A prescindere dalla Margherita, la storia di tutte le pizze è molto antica. Certo, i primi alimenti da cui questa si sarebbe sviluppata fino a diventare il piatto che tutti amiamo e conosciamo sarebbero stati molto, molto diversi: possiamo infatti leggere di un “piatto di pasta” su cui collocare altri alimenti già nell’Eneide di Virgilio:

Enea, i capi supremi e Iulo si distendono sotto i rami d’un albero altissimo: preparano i cibi, mettendo sull’erba larghe focacce di farro come fossero tavole (consigliati da Giove), e riempiono di frutta i deschi cereali.

Allora, consumati quei poveri cibi, la fame li spinse a addentare le sottili focacce spezzandone l’orlo. “Ahimè – fece Iulo scherzando – noi mangiamo anche le nostre mense.

La prima traccia del nome “pizza”, però, la troviamo 997 d.C. C’è un documento, conservato nell’archivio del duomo di Gaeta, dove si tratta della locazione di un mulino. Qui leggiamo che al proprietario del mulino, oltre all’affitto, il giorno di Natale sarebbero state dovute “dodici pizze“.

Non siamo certi di cosa queste pizze fossero: alcuni studi suggeriscono che fossero ancora ben distanti dalle pizze  che conosciamo oggi, e che fossero semplicemente delle focacce. Sull’origine del termine stesso ci sono due diverse scuole di pensiero: c’è chi sostiene che derivi dalla parola “pita” o “pitta”, di origine greca, che ancora oggi indica un tipo di pane piatto levitato; una piccola minoranza pensa che invece venga da “bizzen”, parola gotico-longobarda che significherebbe “morso”.

L’arrivo della Pizza Napoletana e di un dolce Veneto

Nel 1500, comunque, la pizza è già a Napoli: nel 1535 Benedetto Falco nel suo “Descrizione dei luoghi antichi di Napoli” avrebbe scritto che:

La focaccia, in napoletano, è detta “pizza”.

Nel 1570, invece, Bartolomeo Scappi, cuoco personale di Papa Pio V, nel suo libro “Opera”, parla di una pizza, che però, più che un piatto salato sembra essere un dolce. Infatti per prepararla servivano mandorle, fichi secchi, una passa, pinoli e datteri, che sarebbero poi stati uniti a succo d’uva, rossi d’uovo, cannella e zucchero. Ne sarebbe risultata una sfoglia alta circa tre centimetri. Un dolce simile esiste in Veneto e Friuli Venezia Giulia, dove viene chiamata “pinza”.

Per arrivare alla pizza salata che tutti conosciamo bisogna andare a Sud, e precisamente a Napoli: nel 1600 nel suo “Cunto de li Cunti Giambattista Basile racconta una favola intitolata “Le due Pizzelle“, dove una donna frigge delle pizze di pasta.

Nel 1773 è invece la testimonianza di Vincenzo Corrado, cuoco, filosofo e letterato, che parla dell’usanza di condire i maccheroni e la pizza con il pomodoro.

Come abbiamo anticipato, anche i re Borbone erano ghiotti di pizza, primo fra tutti Ferdinando I, che fece appassionare anche la moglie Maria Carolina a questa pietanza. Il re cominciò a farla cuocere alla reggia di Capodimonte dal pizzaiolo Antonio Monzù, cercando più volte di introdurla nei menù di eventi e ricevimenti regali.

Persino Alexandre Dumas padre parla della pizza, in una serie di racconti su Napoli, dove visse nel 1835, apparsi su “Le Corricolo“:

La pizza è una specie di schiacciata come se ne fanno a Saint Denis: è di forma rotonda e si lavora come la pasta del pane.

Varia nel diametro secondo il prezzo. Una pizza da due centesimi basta a un uomo, una pizza da due soldi deve satollare un’intera famiglia.

A prima vista la pizza sembra un cibo semplice: sottoposta ad esame, apparirà un cibo complicato. La pizza è: All’olio; Al lardo; Alla sugna; Al formaggio; Al pomodoro; Ai pesciolini.

È il termometro gastronomico del mercato: aumenta o diminuisce il prezzo secondo il corso degli ingredienti suddetti, secondo l’abbondanza o la carestia dell’annata. Quando la pizza ai pesciolini costa mezzo grano, vuol dire che la pesca è stata buona; quando la pizza all’olio costa un grano significa che il raccolto è stato cattivo.

Sua maestà la Pizza

Insomma, la pizza ha una storia lunga, complessa e complicata.

Tutti ne vorrebbero rivendicare la paternità e, sebbene abbia origini antiche e declinazioni persino dolci, l’autentica pizza come oggi la intendiamo è, secondo le fonti, indubbiamente napoletana: ad oggi, esiste anche un disciplinare dell’associazione Verace Pizza Napoletana che descrive tutte le regole per preparare un’autentica pizza Napoletana.

Quale che sia la sua vera età, quale che sia la sua autentica storia, comunque, nulla ci impedirà di godere di sua maestà la Pizza, regina dei piatti napoletani ed italiani.

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