“La città di Napoli è investita da un’ondata di violenza che continua ad uccidere giovani innocenti e a distruggere le loro famiglie: la nostra è una città dolente, profondamente ferita dalla ‘strage degli innocenti’, una storia assai triste che racconta una lunga scia di degrado, di orrore e di sangue“.
A parlare sono Antonio e Tina Maimone, genitori di Francesco Pio Maimone, i cui sogni di diventare un affermato pizzaiolo sono stati infranti da un colpo di pistola che gli ha trapassato il cuore esploso da un baby boss durante una lite scoppiata per il più futile dei motivi: le scarpa sporcate con un pestone o con delle gocce di un drink. Oggi è attesa in Cassazione la decisione sull’ergastolo inflitto in primo e secondo grado a Francesco Pio Valda, solo qualche anno in più della sua vittima.
“La sparatoria a Montesanto è inquietante – dicono affranti Antonio e Tina – e tutto questo dolore, noi genitori di Francesco Pio Maimone, lo portiamo addosso ogni giorno. È proprio questo dolore che ci presenta una domanda: cosa si può fare per Napoli? Cosa fare per fermare questa spirale di disperazione? Ci vuole lavoro? Sì, di sicuro il lavoro salva tante vite: è il diritto attraverso cui affermare la propria identità e libertà di scelta, contro la condizione di precarietà che alimenta malessere e sfiducia. Ci vuole cultura? Di sicuro la cultura è consapevolezza e bellezza. Ci vuole presenza dello Stato? Il rapporto tra istituzioni e cittadini deve essere costante: il dialogo, il rispetto, la partecipazione, sono aspetti che qualificano la vita di una comunità”.
“Noi genitori di Francesco Pio Maimone abbiamo sempre cercato il confronto con le istituzioni e sperimentato solidarietà – proseguono – e alla vigilia della sentenza di terzo grado, dopo la condanna all’ergastolo nei primi due gradi di giudizio, continuiamo a confidare nelle istituzioni. La certezza della pena è garanzia di giustizia a difesa del Valore assoluto della Vita, monito al rispetto dell’ordinamento e delle regole del vivere civile, impegno e speranza nella storia del tempo presente“.
“Nessuno ci restituirà il nostro amatissimo figlio, – concludono Antonio e Tina – ma la condanna a una pena giusta conferisce dignità e giustizia alle vittime innocenti, alle loro famiglie e alla Comunità Civile“.
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