lunedì, Aprile 27, 2026
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Secondo la Procura di Milano nelle sale Var sarebbe stato utilizzato un sistema di segnali non verbali

Dalle carte dell’inchiesta della Procura di Milano sul mondo arbitrale emerge un quadro inedito: all’interno della sala VAR sarebbe stato utilizzato un sistema di segnali non verbali, una sorta di linguaggio muto per indicare ai colleghi la possibile necessità di rivedere un’azione.

Un metodo molto più discreto delle celebri “bussate” finite al centro del caso e che qualcuno, con ironia ma anche con malizia, ha ribattezzato “Gioca Jouer”, richiamando il tormentone di Claudio Cecchetto.

Secondo quanto riportato da La Repubblica, prima di decidere se richiamare l’arbitro al monitor, i varisti presenti nella sala di Lissone si sarebbero scambiati segnali codificati noti solo agli addetti ai lavori. Una mano alzata avrebbe significato “non intervenire”, mentre il pugno chiuso avrebbe indicato l’opposto: “intervieni”.
Se questi gesti rappresentino uno dei pilastri dell’indagine lo si capirà solo quando i pm renderanno note tutte le contestazioni che, al momento, hanno portato all’iscrizione nel registro degli indagati per concorso in frode sportiva dell’ex designatore Gianluca Rocchi e dell’ex supervisore VAR Andrea Gervasoni.

Uno dei capi d’accusa rivolti a Rocchi riguarda la partita Udinese–Parma del 1° marzo 2025. In quell’occasione, secondo la Procura, l’allora designatore – presente come supervisore VAR – avrebbe influenzato il varista Daniele Paterna, oggi indagato per falsa testimonianza. Le immagini mostrano Paterna inizialmente convinto che non ci fossero gli estremi per assegnare un rigore ai friulani. Poi si volta di scatto, pronuncia la frase «È rigore?» e cambia valutazione, invitando l’arbitro in campo, Fabio Maresca, a rivedere l’episodio al monitor.

A quel punto, secondo gli inquirenti, sarebbe intervenuto proprio Rocchi con la famosa “bussata”, un comportamento vietato dal protocollo. La sala VAR, trasferita nel 2021 a Lissone per garantire maggiore trasparenza e indipendenza rispetto allo stadio, dovrebbe infatti essere un ambiente in cui i varisti operano senza pressioni esterne. Un principio che, alla luce delle indagini, appare sempre più incrinato.

Il presunto sistema di segnali, spiegano gli investigatori, potrebbe essere stato utilizzato per uniformare le decisioni nel corso della stagione. Ma, per come è strutturato il protocollo VAR, quel confine rischia di sconfinare nell’ingerenza e nella frode sportiva.
Che certe dinamiche fossero note nell’ambiente arbitrale lo conferma anche l’ex arbitro Daniele Minelli, che all’agenzia Agi ha dichiarato: «Delle “bussate” si parlava da tempo e si sapeva che il protocollo non le consentiva. Da quando Rocchi e i suoi vice non si presentano più a Lissone, dopo l’ingresso della procura federale nella sala VAR, gli errori sono aumentati in modo evidente».

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