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A Barra nasce il murale per Francesca Albanese di Jorit, accompagnato dai versi di Enzo Avitabile “Tutt’ egual song’ ‘e criature”

Nel quartiere di Barra, alla periferia orientale di Napoli, un nuovo murale sta attirando sguardi e riflessioni: il volto di Francesca Albanese, giurista italiana e Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati. Non è soltanto un’opera d’arte urbana: è un intervento che si inserisce nel dibattito globale sui diritti, sul potere e sui limiti della libertà di parola. A firmarlo è Jorit Agoch, noto per i suoi ritratti monumentali che mescolano identità, impegno civile e memoria collettiva.

Lo sguardo è frontale, diretto, segnato dalle tipiche strisce rosse sulle guance: un tratto distintivo dell’artista che richiama simbolicamente l’appartenenza a una comune umanità.

Accanto al ritratto, una frase in dialetto napoletano: “Tutt’ egual song’ ’e criature”. Sono versi di Enzo Avitabile, già utilizzati dallo stesso Jorit anni fa in un’opera dedicata a una bambina rom dopo un incendio in un campo nomadi. Il richiamo non è casuale: stabilisce un filo tra contesti diversi, ma uniti da una stessa tensione etica.

La figura di Albanese è al centro di un caso internazionale complesso. Dal 2022, nel suo ruolo alle Nazioni Unite, ha prodotto rapporti critici sulla situazione nei territori palestinesi, arrivando a parlare di gravi violazioni dei diritti umani. Le sue posizioni hanno suscitato forti reazioni, fino alla decisione, nel luglio 2025, da parte dell’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump, di imporre sanzioni personali nei suoi confronti.

Si tratta di misure estremamente dure: restrizioni finanziarie, limitazioni nei movimenti e conseguenze che si estendono ben oltre i confini americani. Un provvedimento che ha aperto interrogativi profondi, non solo sul piano giuridico ma anche su quello politico e simbolico.

Da una parte, Washington ha difeso la scelta parlando di iniziative ritenute inaccettabili sul piano internazionale. Dall’altra, organizzazioni per i diritti umani e ambienti istituzionali hanno sollevato dubbi sulla legittimità e sull’opportunità di colpire in questo modo una funzionaria delle Nazioni Unite.

In questo scenario, il murale non offre risposte né slogan espliciti. Non entra nel merito delle accuse o delle difese. Piuttosto, si limita a rendere visibile un volto e a evocare una domanda: quali sono i confini entro cui il potere può agire per contrastare una voce critica?

È proprio questa sospensione di giudizio a rendere l’opera potente. In un’epoca in cui il dibattito pubblico tende alla polarizzazione, l’arte di strada si conferma uno spazio capace di rallentare il tempo e riaprire il pensiero. Un palazzo di periferia diventa così una tribuna silenziosa, che invita a riflettere su principi fondamentali: giustizia, responsabilità, libertà.

E forse è questo il punto più rilevante. Non tanto stabilire chi abbia ragione, ma interrogarsi sul metodo. Perché la credibilità delle democrazie non si misura solo nella forza delle loro decisioni, ma nella capacità di confrontarsi con il dissenso senza soffocarlo.

A Barra, tra cemento e quotidianità, quella domanda resta impressa su un muro. E da lì, continua a parlare ben oltre i confini della città.

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