ROMA – Una bambina di cinque anni, sua madre, suo padre e perfino il cane di famiglia morti nella stessa stanza. Dietro la porta di una casa di via dell’Antracite, nel quartiere romano di Pietralata, si è consumata una tragedia sulla quale, a distanza di pochi giorni, restano ancora interrogativi decisivi.
Luca Abbasciano e Valentina Pambianco sono stati trovati senza vita insieme alla loro figlia Bianca nel primo pomeriggio di lunedì 31 agosto. A dare l’allarme erano stati alcuni familiari, preoccupati perché da tempo non riuscivano più a mettersi in contatto con loro. Quando i vigili del fuoco sono entrati nell’abitazione, hanno trovato i corpi nella camera da letto, tutti raggiunti da colpi di arma da fuoco. Accanto a loro anche il cane Teo, ucciso a sua volta. Nell’abitazione è stata recuperata una pistola Glock regolarmente detenuta.
La pista seguita dagli investigatori è quella del duplice omicidio seguito da suicidio, ma un punto fondamentale non è stato ancora definitivamente chiarito: chi ha materialmente premuto il grilletto?
Le autopsie e lo stub: gli accertamenti decisivi
Gli ultimi sviluppi arrivano proprio su questo fronte. Per giovedì 3 settembre sono previste le autopsie sui corpi di Luca, Valentina e Bianca presso l’Istituto di medicina legale del Verano. Gli esami dovranno contribuire a ricostruire la sequenza degli spari, le distanze e le traiettorie dei proiettili.
Accanto agli accertamenti medico-legali ci sono quelli balistici e la prova dello stub, utilizzata per verificare la presenza di residui dello sparo sulle mani. Gli investigatori vogliono così arrivare a una ricostruzione il più possibile precisa delle ultime ore trascorse all’interno della casa.
La presenza di numerose lettere lasciate nell’abitazione rafforza l’ipotesi di un gesto programmato. Diversi messaggi sarebbero stati indirizzati a parenti e persone vicine alla famiglia e molti risulterebbero firmati da entrambi i coniugi. Il senso di quelle parole sarebbe quello di una coppia arrivata a ritenere di non poter più andare avanti.
Ma le lettere, per quanto drammatiche, non bastano a spiegare tutto.
Bianca e una vita interamente costruita attorno alle cure
Al centro della vita di Luca e Valentina c’era Bianca.
La bambina era nata prematura e presentava un quadro neurologico estremamente grave, con paralisi cerebrale, problemi motori e cognitivi ed epilessia. Aveva bisogno di assistenza continua e non era autonoma nelle attività quotidiane. Per seguirla, Valentina aveva lasciato il lavoro mentre Luca, tecnico informatico, aveva organizzato anche la propria attività professionale in modo da poter essere maggiormente presente.
Visite, terapie, ricoveri e centri specializzati avevano progressivamente scandito l’intera esistenza della famiglia.
Ed è qui che emerge uno degli aspetti più delicati dell’inchiesta: la ricerca di una terapia che potesse migliorare le condizioni di Bianca aveva condotto i genitori molto lontano dall’Italia.
I viaggi in Messico e i 300mila euro spesi
Secondo quanto ricostruito nelle ultime ore, Luca e Valentina avrebbero effettuato almeno tre viaggi a Monterrey, in Messico, per sottoporre Bianca a un trattamento sperimentale promosso nell’ambito dell’attività del neuroscienziato José Roberto Trujillo.
Il trattamento utilizza radiofrequenze e campi elettromagnetici ed è stato proposto anche in relazione a patologie neurologiche come la paralisi cerebrale. Sulla sua efficacia sono però stati espressi dubbi in ambito scientifico e il trattamento non risulta approvato dalla Food and Drug Administration statunitense.
Le cifre sostenute dalla famiglia sarebbero state enormi: complessivamente si parla di almeno 300mila euro, considerando trattamenti, viaggi e permanenze all’estero. Una parte sarebbe arrivata dai risparmi della coppia e un’altra dall’aiuto di parenti e conoscenti. La famiglia, secondo le testimonianze raccolte dai quotidiani, non avrebbe voluto organizzare grandi raccolte fondi pubbliche.
I genitori avrebbero avuto la percezione di alcuni miglioramenti dopo i trattamenti, ma le condizioni di Bianca rimanevano gravissime. E proprio su questo passaggio gli investigatori intendono ora approfondire.
Saranno infatti analizzati anche telefoni, messaggi, chiamate e contatti della coppia, per capire con chi Luca e Valentina fossero in comunicazione e soprattutto se le aspettative riposte nei trattamenti fossero state in qualche modo alimentate nonostante una situazione clinica estremamente complessa.
È un terreno sul quale è indispensabile mantenere prudenza: allo stato attuale non risultano accertate responsabilità di terzi nella tragedia.
La famiglia era davvero sola?
È forse questa la domanda più difficile lasciata dal caso di Pietralata.
Nelle lettere della coppia emerge la sensazione di non riuscire più a sostenere quella vita. E la tragedia ha immediatamente riaperto il dibattito sulla condizione dei caregiver familiari, cioè di coloro che dedicano gran parte della propria esistenza all’assistenza di una persona non autosufficiente.
Ma la situazione di Luca e Valentina appare più complessa della semplice immagine di una famiglia completamente abbandonata dalle istituzioni.
Il presidente del IV Municipio di Roma, Massimiliano Umberti, ha infatti spiegato che il nucleo era conosciuto dai servizi e riceveva forme di sostegno pubblico. In particolare sarebbe stata riconosciuta un’assistenza indiretta attraverso il SAISH, il Servizio per l’autonomia e l’integrazione sociale della persona con disabilità, con un contributo economico mensile di circa mille euro. A questo si sarebbero aggiunti gli interventi della Asl e le visite periodiche dei servizi sociali.
Ed è proprio questo uno degli elementi che rendono Pietralata ancora più difficile da interpretare.
Perché una famiglia può essere formalmente inserita in un sistema di assistenza e, contemporaneamente, sentirsi comunque sola.
Il sostegno economico, sanitario e amministrativo non coincide necessariamente con la possibilità di reggere psicologicamente anni di assistenza continuativa, notti difficili, emergenze, terapie, paura per il futuro e progressiva riduzione degli spazi personali e familiari.
È però altrettanto importante evitare che la disabilità di Bianca venga trasformata nella “causa” della sua morte.
A sottolinearlo è stato anche Francesco Vaia, componente vicario dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, che ha richiamato l’attenzione sulla necessità di comprendere quali sostegni fossero concretamente garantiti alla famiglia, con quale continuità e se fossero realmente adeguati alla complessità della situazione.
Pietralata oltre la cronaca: la questione dei caregiver
Ed è qui che il fatto di cronaca diventa inevitabilmente un problema sociale.
In Italia la disciplina organica della figura del caregiver familiare resta ancora oggetto di discussione parlamentare. Diverse proposte di legge per il riconoscimento e la tutela di chi presta assistenza continuativa risultano ancora all’esame della Commissione parlamentare competente.
Il problema non riguarda soltanto il denaro.
Riguarda il diritto al riposo, la possibilità di continuare a lavorare, l’assistenza domiciliare, il sostegno psicologico, i servizi di sollievo temporaneo, la possibilità di affidare per alcune ore il proprio familiare a strutture e professionisti qualificati e, soprattutto, la paura di ciò che accadrà quando il caregiver non sarà più in grado di occuparsi della persona assistita.
Pietralata pone quindi due questioni che non devono essere confuse.
La prima è giudiziaria e riguarda ciò che è accaduto nella casa di via dell’Antracite: chi ha sparato, in quale ordine, quando è maturata la decisione e se esistano altri elementi che abbiano contribuito al precipitare degli eventi.
La seconda riguarda invece la società e le istituzioni: quanto deve diventare grande il peso sostenuto da una famiglia prima che l’aiuto offerto non sia soltanto formalmente presente, ma realmente sufficiente?
Le autopsie e gli esami balistici potranno forse chiarire la dinamica degli ultimi minuti di quella casa.
Più difficile sarà spiegare gli anni che li hanno preceduti.
Perché dietro la morte di Bianca, di sua madre e di suo padre non c’è una risposta semplice. Ci sono una grave disabilità, anni di cure, una speranza inseguita fino in Messico, centinaia di migliaia di euro spesi, un sistema di assistenza che risulta essere intervenuto e, nello stesso tempo, una coppia che nelle proprie ultime parole descriveva una condizione ormai divenuta insostenibile.
Ed è proprio in questa contraddizione che il caso di Pietralata smette di essere soltanto una terribile storia di cronaca e diventa una domanda rivolta a tutti.
Continua a seguire il nostro sito e la pagina Facebook La Bussola TV per orientarti e informarti in Campania. Siamo anche su Tik Tok e Instagram! Entra nel canale TikTok per seguire i nostri eventi live!


