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CronacaPolitica

Nuovo focolaio di coronavirus a Pechino, si teme un duro lockdown come a Shanghai

Una bambina cinese mentre effettua un tampone molecolare

Un nuovo focolaio di coronavirus a Pechino sta provocando forti timori nei residenti di un lockdown simile a quello imposto a Shanghai.

Il focolaio è scoppiato nel distretto di Chaoyang, il più popoloso della megalopoli cinese con i suoi 3.5 milioni di abitanti, che è anche sede di diverse ambasciate straniere e multinazionali. Il governo municipale ha ordinato, domenica 24 aprile, un primo round di test a tappeto a Chaoyang, imponendo ai residenti di sottoporsi a tre test molecolari nelle giornate di lunedì, mercoledì e venerdì. L’ordine è stato poi esteso lunedì mattina ad altri dieci distretti, con test previsti per martedì, giovedì e sabato, coprendo più del 90% della popolazione di Pechino, con l’eccezione di alcuni distretti rurali.

Residenti in fila in attesa di entrare in un supermercato nel distretto di Chaoyang, a Pechino (Reuters)

Le autorità sanitarie di Pechino hanno annunciato oggi la scoperta di ulteriori 50 casi, portando il totale delle infezioni di questa nuova ondata di coronavirus a 150. Gli studenti costituiscono circa il 30% dei casi, i focolai sono in gran parte legati a sei scuole e due asili del distretto di Chaoyang. Stamattina, come riportato da Associated Press, le lezioni di molti studenti sono state spostate online, nel tentativo di prevenire ulteriori focolai nelle scuole.

Il governo nazionale cinese, guidato dal leader del partito comunista Xi Jinping, sta perseguendo dall’inizio della pandemia di coronavirus la discussa strategia “zero covid” che, come suggerisce il nome, prevede il completo annullamento delle infezioni da coronavirus. Il diffondersi della variante Omicron, e della sua sottovariante BA.2, in tutto il mondo ha però complicato i piani cinesi, gettando ulteriori ombre sui metodi di contenimento cinese e esacerbando le frustrazioni dei cittadini in seguito ai duri lockdown imposti dal governo.

La situazione di Shanghai è emblematica in tal senso. Nella città cinese, fulcro dell’economia dello stato asiatico, è in corso un lockdown da ormai un mese, nonostante le iniziali promesse da parte della leadership del partito comunista di un breve periodo di restrizioni. Le abitazioni dei cittadini di Shanghai sono state addirittura recintate nei giorni scorsi, e risulta impresa ardua anche solo procurarsi da mangiare, non essendo possibile uscire nemmeno per fare la spesa. Sono i funzionari locali a distribuire il cibo che, secondo diverse testimonianze pubblicate online dai residenti, pare essere avariato in alcuni casi, costringendo i cittadini di Shanghai alla fame.

Residenti a Shanghai recintati all’interno del proprio blocco condominiale (EPA)

I cittadini di Shanghai hanno condiviso i propri racconti del lockdown in rete, pubblicando immagini, video e post delle proprie esperienze. Un video di alcuni residenti in preda al panico in un quartiere della megalopoli ha avuto particolare risonanza. Nel video si sentono i cittadini urlare dai balconi di un blocco residenziale, in preda alla fame.

Un’ulteriore testimonianza di grande opposizione alle policy governative cinesi è il video “Le voci di aprile“, una raccolta di conversazioni tra i cittadini di Shanghai e i funzionari. Il video è stato rimosso più volte dalle autorità cinesi come effetto della censura imposta dal partito comunista, ciononostante i cittadini si sono organizzati per fare in modo da pubblicarlo ogni qual volta venga rimosso dalla rete, dando vita a quella che è sta definita una sorta di caccia al topo. La prima parte si apre con l’annuncio di alcuni ufficiali di Shanghai, che all’inizio del mese di marzo avevano detto che un lockdown non sarebbe stato necessario, per poi affermare che sarebbe durato solo alcuni giorni. Il video prosegue con un montaggio di voci: un camionista, addetto al trasporto di cibo ai residenti in lockdown, che dice che la sua spedizione rischia di andare a male perché nessuno è andato a riceverla; un ragazzo che dice che suo padre, anziano e malato, non è stato accettato in un ospedale; un residente messo in quarantena in un ospedale la cui costruzione non è ancora ultimata; un ufficiale locale che chiede comprensione ad un uomo che si lamentava del fatto che le sue richieste di supporto medico fossero state ignorate.

L’esperienza di Shanghai ha scatenato il panico nei cittadini di Pechino, da quando c’è stato l’annuncio dei test a tappeto nella capitale cinese. I supermercati sono stati rapidamente presi d’assedio e i cittadini che ne hanno la possibilità hanno immediatamente lasciato la città, dopo aver effettuato un test molecolare, come richiesto dal governo.

Xi Jinping aveva annunciato, nelle prime fasi della pandemia, che la capitale cinese avrebbe dovuto essere un modello per il mondo, e che sarebbe stata un baluardo della lotta al coronavirus, rimanendo per sempre libera dalle infezioni. Con il centesimo anniversario del Partito Comunista Cinese celebrato lo scorso anno e l’imminente terza rielezione, senza precedenti, di Xi Jinping, un eventuale lockdown a Pechino, ed eventuali immagini nella capitale cinese simili a quelle viste a Shanghai, sarebbero un duro colpo per la propaganda del Dragone, ed è soprattutto per questo che le autorità hanno immediatamente ordinato questo round di test di massa. Nonostante ciò pare che il lockdown imposto a Shanghai e ai suoi cittadini abbia minato fortemente la credibilità del governo cinese.

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