sabato, Febbraio 4, 2023
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Il “blocco navale” di Fratelli d’Italia è realizzabile?

Una delle proposte maggiormente controverse e discusse del programma di Fratelli d’Italia, il partito di cui Giorgia Meloni è presidente, è senz’altro quella del cosiddetto “blocco navale“.

Nella brochure diffusa da Fratelli d’Italia, che contiene il programma elettorale per le prossime elezioni politiche del 25 settembre, si legge a pagina 32, nella sezione “Fermare l’immigrazione illegale e restituire sicurezza ai cittadini”, una proposta riguardante la «creazione di hot-spot nei territori extra-europei, gestiti dall’Ue, per valutare le richieste d’asilo e distribuzione equa solo degli aventi diritto nei 27 Paesi membri (c.d. blocco navale)».

Giorgia Meloni rilancia la proposta di un blocco navale da diversi anni, e in particolar modo in corrispondenza di un qualsiasi evento legato all’immigrazione irregolare che la leader di Fratelli d’Italia possa utilizzare per dare ulteriore risalto alla sua idea. La definizione stessa di “blocco navale” offerta da Meloni, comunque, appare piuttosto controversa e soggetta ad interpretazioni non propriamente chiare.

Copertina della brochure contenente il programma di Fratelli d’Italia per le elezioni politiche del 25 settembre

Il Glossario del diritto del mare, scritto da Fabio Caffio, ufficiale della marina militare in congedo, definisce il “blocco navale” come «una classica misura contemplata dal diritto bellico marittimo, volta a impedire l’entrata o l’uscita di qualsiasi nave dai porti di un belligerante». Il blocco deve essere «formalmente dichiarato e notificato» ai Paesi coinvolti e una volta attivato questo permette di catturare le navi che non rispettano la misura, e di attaccarle nel caso in cui resistano alla cattura. Il Glossario specifica anche che generalmente vengono esclusi dal blocco i «traffici relativi ai beni di prima necessità, come viveri, medicinali e altri aiuti umanitari». In sostanza, quindi, il blocco navale è un atto ostile con cui uno Stato aggredito (in questo caso, l’Italia) impedisce l’entrata e l’uscita delle navi dai porti di un altro Paese (in questo caso la Libia).

L’ex magistrato Carlo Nordio, candidato con Fratelli d’Italia come capolista alla Camera nel collegio Veneto 1 – P01, è stato interrogato sulla questione durante la trasmissione La corsa al voto in onda su La 7 e condotta dai giornalisti Paolo Celata e Alessandro De Angelis. Secondo Nordio «blocco navale è un’espressione politica», utilizzata dalla leader di Fratelli d’Italia perché «impattante», ed è chiaro, per quanto affermato dall’ex magistrato «che il blocco navale inteso come cintura di navi da guerra nel mediterraneo è impraticabile».

L’ex magistrato Carlo Nordio, candidato alla Camera con Fratelli d’Italia, durante la trasmissione “La corsa al voto” in onda su La7

Secondo Irini Papanicolopulu, professoressa associata di diritto internazionale all’università di Milano Bicocca, intervistata dall’agenzia di stampa Redattore Sociale, «il blocco navale è un istituto preciso, regolato dal diritto di guerra e  in questo momento c’è una guerra interna in Libia ma non c’è una guerra internazionale né contro l’Italia  né contro l’Unione europea, quindi non ci sono i presupposti per evocare questa misura. Inoltre, non esiste un blocco navale concordato con il paese contro cui si fa.  Ci sono casi specifici in cui può essere attuato, come nel caso di un conflitto armato, ma questo presuppone la perdita di neutralità da parte di chi lo opera. È a tutti gli effetti un atto ostile contro lo Stato verso cui si fa. È, dunque, attualmente irrealizzabile». Inoltre, secondo Papanicolopulu, c’è probabilmente una confusione terminologica, si parla di “blocco navale” intendendo però “un’operazione di interdizione”.

In un documento pubblicato lo scorso anno da Fratelli d’Italia viene chiarito che la definizione di “blocco navale” presentata dal partito non è legata a scopi bellici, ma si riferisce più semplicemente a una «interdizione alle partenze fatta in accordo e collaborazione con i libici». Secondo il partito di Giorgia Meloni, dunque, la proposta di blocco navale consisterebbe in «una missione militare europea, realizzata in accordo con le autorità libiche, per impedire ai barconi di immigrati di partire in direzione dell’Italia».

È da sottolineare, comunque, che la Libia si trova in una situazione di fortissima instabilità. Da febbraio, infatti, ci sono due primi ministri: Fathi Bashagha, primo ministro di Tobruk, nella parte orientale del paese (la cosiddetta Cirenaica), dove ha sede il parlamento libico, e Abdul Hamid Dbeibah, che è a capo di un governo ad interim che opera da Tripoli, la capitale libica e principale città nell’ovest del paese. Appare, quindi, estremamente improbabile che il futuro governo possa trovare intelocutori affidabili per realizzare la proposta di Fratelli d’Italia riguardante gli hotspot sul territorio libico.

Mappa della Libia di ISPI: le zone controllate dalle milizie libiche rivali

Secondo Luca Masera, docente di Diritto penale all’Università di Brescia e membro del Consiglio direttivo dell’Asgi, l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, sentito da Pagella Politica, sito dedicato al fact-checking delle dichiarazioni dei politici italiani, «la Costituzione italiana prevede che tutti coloro che non hanno accesso alle libertà democratiche possano richiedere asilo in Italia. L’idea di trasferire queste pratiche al di fuori dei nostri confini significa far venir meno il diritto d’asilo, come riconosciuto nella nostra tradizione costituzionale». Dunque, secondo Masera, trasferire la valutazione delle pratiche al di fuori del nostro paese determinerebbe la mancanza delle garanzie legate al diritto d’asilo, che diventerebbe una concessione.

La misura proposta di Fratelli d’Italia, insomma, sebbene maggiormente articolata di quanto riportata nel programma elettorale del partito in vista delle elezioni del 25 settembre, sembra che abbia diversi limiti di fattibilità.

 

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