martedì, Maggio 12, 2026
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Sant’Antimo, tentato omicidio tiktoker Luca Di Stefano: Condanne ridotte per il commando del clan Pezzella

SANT’ANTIMO – Le sentenze emesse ieri pomeriggio per l’agguato contro Luca Di Stefano, il pescivendolo diventato popolare su TikTok e finito nel mirino del clan Pezzella, lasciano l’amaro in bocca agli inquirenti.

Pur riconoscendo la responsabilità dei tre imputati, il giudice per le indagini preliminari ha ridimensionato il quadro accusatorio, escludendo la premeditazione e riqualificando il reato in lesioni personali. Una scelta che ha inciso in modo significativo sulle pene inflitte.

La condanna più bassa è toccata a Michele Orefice, figura di riferimento della criminalità dell’area nord di Napoli, che ha ricevuto 4 anni di reclusione. Suo figlio Luigi Orefice è stato condannato a 5 anni e 8 mesi, mentre Pietro D’Angelo, indicato come l’esecutore materiale del raid, ha ottenuto 5 anni e 6 mesi. Un risultato ben lontano dalle richieste della Procura: 7 anni e 6 mesi per Orefice padre e 8 anni per gli altri due imputati. Decisiva, in aula, la strategia difensiva portata avanti dagli avvocati Leopoldo Perone, Domenico Dello Iacono, Antonio Rizzo e Valentina Alfieri.

L’inchiesta della Squadra Mobile e del Commissariato di Frattamaggiore ha ricostruito una vicenda che affonda le radici non in dinamiche criminali tradizionali, ma in una storia di gelosia e rancori personali. Secondo gli investigatori, il raid sarebbe stato una punizione orchestrata da Michele Orefice per colpire Di Stefano, colpevole – ai suoi occhi – di aver intrapreso una relazione con una donna a lui legata in passato.

Le intercettazioni hanno rivelato un clima di odio profondo: Orefice non voleva colpire solo il tiktoker. Aveva infatti commissionato anche un pestaggio contro la donna, affidandolo a un gruppo di altre donne. In una telefonata inquietante, l’uomo chiede alla moglie se l’aggressione fosse stata ripresa in un video; la donna conferma di aver filmato la scena, mostrando la vittima a terra circondata dai soccorritori.

L’agguato si consumò la sera del 13 maggio 2025 all’interno del ristorante-pescheria Il Sole di Notte a Sant’Antimo. Il locale era affollato e l’irruzione armata scatenò il panico tra i clienti, costretti a fuggire per evitare il peggio.

Secondo la ricostruzione, su ordine di Michele Orefice, il figlio Luigi avrebbe curato la logistica dell’azione, mentre Pietro D’Angelo avrebbe eseguito materialmente l’attacco. Con il volto coperto, D’Angelo entrò nel locale, intimò ai presenti di allontanarsi e raggiunse la cucina, dove esplose due colpi contro Di Stefano, ferendolo alla mano. Quella che doveva essere una spedizione punitiva mortale si trasformò, per circostanze fortuite, in un’aggressione non letale.

La mancata premeditazione riconosciuta dal giudice e l’esito non fatale dell’attacco hanno pesato sulla decisione finale, consentendo ai tre imputati di evitare condanne più severe.

Resta un dato rilevante: Michele Orefice, suo figlio Luigi e Pietro D’Angelo sono coinvolti anche in altri procedimenti penali, tuttora pendenti. Le vicende giudiziarie dei tre, dunque, non si esauriscono con il verdetto di ieri.

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