sabato, Luglio 18, 2026
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Per il PM fu pestato dagli agenti e abbandonato: il caso di Hakimi Lamine morto nel carcere di santa maria di capua vetere

“Un caso terribile, unico e spaventoso nella sua dinamica”. Così, il pubblico ministero Alessandro Milita, ha definito la vicenda di Hakimi Lamine, detenuto algerino morto dopo i pestaggi commessi dagli agenti penitenziari al carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) il 6 aprile del 2020.

L’attuale procuratore aggiunto di NAPOLI ha discusso del caso nel corso della requisitoria del maxi-processo che vede 105 imputati.

Lamine morì il 4 maggio 2020, quasi un mese dopo i fatti, in una cella di isolamento del reparto Danubio.

Era affetto da psicosi e schizofrenia e aveva un’esperienza molto lunga di abuso di droga e secondo il magistrato morì per le colpe e le negligenze dei diversi pubblici funzionari che lavoravano in quel periodo nel carcere, perché sostanzialmente abbandonato dopo le torture subite nonostante il bisogno di cure esplicitate da continue richieste di aiuto, rimaste però inascoltate.

Condotte che potrebbero anche aver portato Hakimi ad assumere farmaci oltre il dovuto per suicidarsi, circostanza che il pm non esclude, ma resta a suo dire il nesso causale tra la morte e il pessimo stato psicofisico in cui Hakimi si trovava per il pestaggio e il successo abbandono.

Tra l’altro Hakimi si “autogestiva” con i farmaci, secondo un infermiere gestiva autonomamente i farmaci, “non li assumeva immediatamente, talvolta li metteva da parte, li accumulava, li prendeva in momenti successivi, anche mescolandoli al caffè o assumendoli una parte per volta”.

Della morte di Hakimi rispondono circa trenta imputati, accusati a vario titolo dei reati di morte come conseguenza del reato di tortura, contestato soprattutto ad ufficiali ed agenti della penitenziaria (tra questi Pasquale Colucci, Gaetano Manganelli, Annarita Costanzo e Roberta Maietta), e di omicidio colposo (contestato agli stessi poliziotti nonché all’ex direttore regionale delle carceri Antonio Fullone, agli ex dirigenti del carcere Maria Parenti e Arturo Rubino, colui che firmò la sospensione del regime aperto in carcere, ai medici in servizio nell’istituto di pena Giovanni Capuano e Francesco Andreozzi).

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