martedì, Settembre 8, 2026
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Cassazione, stop definitivo ai Polese: confermata la confisca del Grand Hotel La Sonrisa

La Corte di Cassazione chiude definitivamente la lunga vicenda giudiziaria del Grand Hotel La Sonrisa.

Come riporta “FanPage.it” con una sentenza di venti pagine, la n. 32290/2026, gli ermellini hanno respinto in modo netto i ricorsi presentati da Agostino e Concetta Polese, escludendo ogni possibilità di recuperare il complesso confiscato e ormai assegnato al Comune di Sant’Antonio Abate.

Finisce così, senza ribaltoni, la storia pluridecennale del celebre “Castello delle Cerimonie”, per anni simbolo dei matrimoni in stile napoletano e set di un popolare reality televisivo.

La difesa puntava tutto sulla presunta prescrizione del reato di lottizzazione abusiva, fondamento della confisca urbanistica. Secondo i Polese, le opere realizzate nel vano seminterrato e nel torrino ascensore sarebbero state completate tra il 2005 e il 2006, molto prima della data individuata dai giudici di merito. Per sostenere questa ricostruzione erano state depositate nuove perizie, fatture e documenti tecnici, con l’obiettivo di retrodatare gli interventi e far cadere il presupposto stesso della confisca.

I giudici, però, avevano collocato quelle opere nel periodo 2010-2011, cioè a ridosso della prescrizione. Una differenza decisiva: se la tesi dei Polese fosse stata accolta, l’intero impianto della confisca sarebbe crollato.

La Suprema Corte ha demolito l’argomentazione della difesa partendo da un principio cardine: la revisione processuale non serve a proporre una diversa lettura di fatti già valutati, ma a introdurre fatti storici realmente nuovi, mai esaminati prima.

Nel caso della Sonrisa, spiegano i giudici, le cosiddette “nuove prove” non erano affatto nuove. Perizie, fatture e dichiarazioni tecniche riguardavano esattamente gli stessi elementi già affrontati e bocciati in una precedente istanza di revisione, respinta pochi mesi fa dalla stessa Cassazione. La sentenza parla di una “riproposizione di prove sostanzialmente equipollenti a quelle già scrutinate”, dunque inammissibili.

La Corte ha respinto anche l’accusa più aggressiva avanzata dalla difesa: il presunto falso ideologico nel verbale di accertamento del 19 aprile 2011. Secondo i Polese, i tecnici avrebbero interpretato come “ferri predisposti per nuovi pilastri” ciò che invece sarebbero stati semplici residui di lavori del 2006.

La Cassazione liquida la contestazione: si tratta di una valutazione tecnica degli operanti, non di un’attestazione di fatti falsi. Inoltre, quella ricostruzione era stata confermata anche dalla deposizione autonoma di un architetto, mai accusato di falsa testimonianza.

In conclusione, per la Corte non esiste alcun fatto nuovo che possa riaprire il processo. Le prove presentate dai Polese miravano solo a far rivalutare, con argomenti già respinti, una vicenda definita in tre gradi di giudizio più una precedente revisione. Da qui il rigetto definitivo dei ricorsi e la condanna alle spese.

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