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Cultura

Sweet Swan Sway: cigni tra psiche ed erotismo apparentemente gratuito

Ieri sera, al teatro Piccolo Bellini è andato in scena lo spettacolo di danza “Sweet Swan Sway“.

Con la coreografia di Nyko Piscopo (Domenico Piscopo), lo spettacolo si presenta come una rielaborazione in chiave moderna del celeberrimo balletto classico “Il Lago dei cigni“.

Le intenzioni sono quelle di presentare uno spettacolo di danza che attualizzi  Tchaikovsky anche attraverso tecniche di ballo che si distanziano molto dal classico, ma non solo: va infatti in scena la metamorfosi del femminile all’interno del paradigma d’un rapporto violento.

Lo spettacolo inizia

Il palco si presenta, all’inizio dello spettacolo, quasi del tutto vuoto. Sono presenti solo due ballerini, un uomo ed una donna vestiti di bianco, che s’avvicinano lentamente l’uno all’altra. Sullo sfondo, misteriose tubature, attrezzi poco illuminati e tre fagotti indistinti.

I due ballerini entrano in contatto, si toccano ed iniziano a danzare, dando inizio alla rappresentazione – che scorre, in verità, inizialmente in modo assai lento e quasi senza accompagnamento musicale.

Cala il buio e dopo poco si riaccendono le luci: compaiono altre tre ballerine, candide anch’esse nei loro costumi, che rappresentano gli altri cigni. Si alzano dal pavimento e si muovono in maniera esagerata, simulando gesti e versi che sono decisamente più facilmente riconducibili ad uccelli reali che a delle ballerine.

Lo spettacolo inizia.

Storia di un Tchaikovsky postmoderno ed assenteista

Come abbiamo già accennato, sin dall’inizio della rappresentazione la musica è stata poco presente, sostituita da un battito ritmico e monotono e da lunghissimi silenzi.

In verità, per tutta la durata dello spettacolo Tchaikovsky è quasi del tutto assente, a lui ed alle sue note preferiti vistosi e chiassosi mutismi musicali; quando è stata presente, la musica de “Il Lago dei Cigni” è stata eseguita in una versione remixata, tagliata e modificata; un accompagnamento che per alcune orecchie sarebbe potuto essere percepito come particolarmente disturbante. 

Tuttavia, a prescindere dalle sensazioni che la musica in sé ha potuto scatenare, i momenti in cui è stata presente la musica ed in cui contempo il balletto è stato eseguito coralmente sono stati sicuramente i migliori, i più emozionanti: sono state in effetti le uniche occasioni in cui i ballerini hanno potuto dimostrare appieno la loro bravura ed in cui la coreografia ha dato il suo meglio.

Musicalmente parlando, Tchaikovsky è dunque risultato per la gran parte della messa in scena come non pervenuto.

L’efficace rappresentazione della violenza

Il punto principale dello spettacolo è indubbiamente la rappresentazione della relazione violenta vissuta dalla protagonista.

Nei primi momenti dello spettacolo, la donna si avvicina infatti al ballerino – unico uomo della rappresentazione – e si stringe a lui in un abbraccio che però si conclude crudelmente con la caduta della protagonista, scagliata a terra letteralmente dall’uomo a cui era appoggiata.

La ballerina si alza, s’avvicina e stringe di nuovo a lui solo per essere di nuovo gettata in terra con forza e violenza; la scena si ripete più e più volte, proprio come tristemente accade nella realtà di un rapporto violento, fin quando, caduta in terra, la donna non si rialza più da sola e lì viene abbandonata dal suo carnefice.

Metamorfosi oscure

Recuperata dalle altre donne-cigno, si alzerà un’ultima volta, quella decisiva, anche se perderà le nuove amiche in un ultimo abbraccio soffocante che la nasconderà alle sue simili ed al pubblico – fin quando qualcosa non scatterà in lei e nelle sue compagne. Coalizzandosi, le donne-cigno riusciranno a sconfiggere (ed uccidere, almeno metaforicamente) l’uomo fonte della sofferenza della protagonista, la cui metamorfosi si completa attraverso la vestizione di un abito nero e di lunghi tacchi a spillo bordati di rosso – un’immagine ben lontana dal placido candore con cui inizialmente s’era presentata.

La giovane donna vittima di violenza cambia la propria immagine, la rappresentazione che ha di se stessa – non più preda ma forse predatrice, e la sua immagine un po’ oscura, nell’estetica e nel significato, conclude lo spettacolo: passatasi un rossetto rosso sulle labbra inizia a camminare, illuminata da un faro, fin quando non svanisce nel buio.

Autoerotismo ed eccessi

Ci sono elementi, nello spettacolo, che possono suscitare alcune perplessità – come, ad esempio, le due scene che sembrerebbero del tutto gratuite rappresentanti due momenti di autoerotismo da parte dei protagonisti.

Dopo il loro ultimo contatto amoroso, durante il quale la nostra donna-cigno ha spogliato il ballerino della sua maglietta, quest’ultimo si volta di spalle al pubblico e mette in atto una serie di movimenti che possono essere facilmente interpretati come una masturbazione simulata. Concluso l’atto, il ballerino lancia via la camicia, che giace in un angolo per il resto della rappresentazione.

Momento analogo è destinato alla protagonista che, accompagnata dalla musica, si tocca il ventre e si agita in una serie di movimenti che difficilmente possono essere fraintesi. Ad accompagnare questa fantasia masturbatoria ci sono anche le altre donne-cigno, che utilizzano le tubature della scenografia per montare un macchina misteriosa che rivela il suo scopo alla fine dell’azione della nostra Venere solitaria: al momento del culmine dell’atto, la ballerina si trova sotto una delle tubature che la inonda d’acqua – acqua nella quale sguazzeranno le donne-cigno e, per qualche ragione oscura, il cadavere da queste trascinato, dell’ormai defunto violento.

Ci sarebbero molte considerazioni da fare riguardo questa scelta stilistica, ma una è la domanda che prima fra tutte ha premura d’esser posta: ci si chiede, semplicemente, quale contributo diano questi due momenti di erotismo apparentemente gratuito all’economia della storia, senso che sfugge e scivola come le donne-cigno sull’acqua del palco. Assolutamente scevra da qualsiasi moralismo o bigottismo, la domanda si fonda sull’assunto che qualsiasi cosa sia presente all’interno di un’opera – teatrale o di danza, che si tratti d’un romanzo, un racconto o un film – debba essere inerente all’avanzare della storia e che aiuti al progredire o alla comprensione di questa.

I due momenti masturbatori presenti all’interno del ballo non paiono aggiungere niente alla narrazione. Si tratta forse d’un eccesso messo in scena per assicurarsi un effetto sorpresa da parte dello spettatore? 

Ironie grottesche

Il secondo elemento che rischia di perplimere lo spettatore riguarda l’interpretazione delle donne-cigno presenti in scena. Dalla loro comparsa sul palcoscenico le ballerine mimano, come anticipato, i cigni veri, gli uccelli nelle movenze ed anche nei versi: accompagnati da smorfie buffe starnazzavano senza sosta.

Se inizialmente la scelta è parsa anche divertente, strappando qualche risata, alla lunga potrebbe diventare stancante ed anche grottesca. L’ironia tirata per le lunghe rischia di gelare un po’ l’ilarità che può scatenare all’inizio.

Un’ora di cigni starnazzanti e smorfiosi risulta probabilmente eccessiva per la maggior parte degli spettatori.

A chi è consigliato lo spettacolo

Lo spettacolo è consigliato a coloro che desiderano vedere una versione de “Il lago dei cigni” che non solo si allontana dall’originale ma che demolisce l’icona di Tchaikovsky in una serie di ironie e atti dissacranti;

consigliato ad un pubblico adulto che non desidera sentire le musiche del balletto ma che ha interesse nel guardare qualcosa di completamente diverso e nuovo anche se a tratti sconcertante;

consigliato a coloro che hanno a cuore il tema della violenza sulle donne, perché lo spettacolo ha il merito di rappresentare efficacemente l’emotività di chi subisce un rapporto malato e morboso;

consigliato, infine, a chi non ha paura di bagnarsi, perché nello scivolare e schizzare sul palco, le donne-cigno rischiano di far arrivare l’acqua sul capo di coloro seduti nelle prime file.

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