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Ci sono eventi nella storia che sono epocali. Arrivano apparentemente inattesi e disarticolano il mondo così come lo si era vissuto fino al quel momento. Rispetto a certe faglie del divenire storico c’è un prima e un dopo e ciò che era non sarà più allo stesso modo. La comune percezione ci fa credere che il periodo che ci è toccato di vivere sia l’unico possibile e che esso possieda una sua natura rassicurante proprio nell’essere noto, statico, consueto, apparentemente immutabile. I grandi cambiamenti delle vicende umane sembrano essere solo materia da libri di storia: accaduti di rado e sempre in un passato lontano. Raramente ci si trova a vivere mentre la storia si fa. Quello che sta accadendo in questi giorni ha invece le stimmate dell’evento inaudito, che non si poteva immaginare, né ipotizzare e che, mentre accade, lascia attoniti e disorientati, proprio perché accade. Un’epidemia globale, misteriosa e inarrestabile, sta travolgendo tutto: fragili certezze, stili di vita, economia globalizzata e vite, soprattutto, vite umane. L’emergenza è innanzitutto sanitaria ma la portata è tale che essa tracima nella dimensione dell’esistenza tout court, il Coronavirus non è solo una patologia mondiale ma anche un banco di prova per la civiltà come l’abbiamo intesa fino ad ora. L’isolamento a cui siamo costretti per arginare il contagio difatti non è solo una necessaria quarantena medica ma un fatto storico-sociale che ci impone la riflessione forzata, la sopportazione morale, la resistenza mentale e, inevitabilmente, delle domande.

Cosa abbiamo imparato nell’immediato da questa crisi?

Sicuramente la paura di morire e la volontà di vivere e di essere sani. Abbiamo imparato che la vita è fragile. La fine, nonostante ci assediasse in molteplici forme, sembrava rimossa dalla cultura dello stordimento e della distrazione di massa, che intonava il canto stonato di un vitalismo triste. Nella prassi, questa necessità di salvezza ha assunto le sembianze della sanità pubblica che, attraverso il lavoro epico del suo personale (medici, infermieri, personale paramedico), è il vero baluardo al virus. Per cui l’inganno politico sulla necessità di privatizzare la sanità si è svelato nei fatti. Il saccheggio della sanità pubblica a favore di quella privata, avvenuto negli ultimi decenni a causa della miopia complice dei vertici europei e nazionali e della voracità rapace del liberismo capitalistico, deve aver fine, subito. Qualsiasi futuro governo non potrà vendere ai cittadini la favola del privato efficiente e buono e del pubblico fannullone e cattivo. Non potrà più. E per esteso, vale anche per la Pubblica Istruzione, bistrattata, massacrata, smantellata quanto la sanità. Basterà ricordare che il personale che oggi ci sta salvando la vita è stato formato dalle scuole e dalle università pubbliche. Si potrà aggiungere inoltre il lavoro silenzioso e tenace dei docenti italiani per tenere in piedi una scuola senza scuola. Investimenti, immediati e adeguati, in Sanità e Scuola: questo lo abbiamo imparato, si.

La menzogna del “Prima gli italiani” è un altro insegnamento dell’immediato: il virus ostinato non ha avuto alcun rispetto per geografie e etnie da quanto si vede. Anzi ha colpito duro ovunque e particolarmente gli Italiani, con una sorta di lugubre ironia. E non è arrivato dall’Africa sui barconi, bensì in business class dai manager rampanti del ricco Nord. La Natura si fa beffe dei buffoni, tragicamente.

Abbiamo appreso anche che il sistema economico che domina il mondo è molto più friabile di quanto volesse farci credere, è bastato un microscopico fattore imprevedibile che si è arenato, incagliato, mostrandosi inerme insieme al delirio di onnipotenza che lo reggeva. Produrre e consumare, i comandamenti biblici del capitalismo contemporaneo, si sono rivelati debolissimi e del tutto inutili di fronte alla possibilità di una catastrofe sanitaria. Inefficaci praticamente e eticamente: cosa ce ne facciamo adesso di tutti i nostri oggetti?

Infine abbiamo imparato l’importanza della comunicazione informatica: grazie alla Rete stiamo scambiando informazioni in tempo reale, lenendo il nostro isolamento, diventando comunità virtuale. A causa dell’emergenza, i social si sono scrostati dalla dimensione effimera della banalità per evidenziare la loro natura di formidabile veicolo di relazione e di scambio. La rivoluzione digitale si compie, il senso appare nel suo utilizzo e non più nella sua insignificanza orwelliana.

A margine abbiamo anche imparato, ma questo di fatto è stato un ripasso, il livello scadente dell’informazione in Italia, che ha saputo trasformare anche un’emergenza seria in un chiacchiericcio da riunione condominiale, spettacolarizzando ciò che meritava sobrietà, spargendo dosi massicce di panico non solo tra le casalinghe di Voghera ma nello stivale tutto, con il solito inutile ospite di turno che gira a contratto pontificando sui massimi e minimi sistemi.

Abbiamo imparato che l’Italia ha risorse civili ormai ritenute defunte, che c’è uno spirito della Resistenza ancora vivo, che ci sono persone perbene che svolgono il loro dovere eticamente, come i medici, gli infermieri, le cassiere dei supermercati, gli operai, gli impiegati delle Poste, i docenti, gli alunni martoriati dalla didattica a distanza e ci sono i farabutti che continuano a fare propaganda politica, che speculano sulle mascherine, che sfruttano l’informazione, che si sentono immortali.

Cosa potremmo imparare?

Quando tutto questo sarà passato, dovrebbe sopravvivere l’eco delle domande che ci stiamo ponendo in questi giorni, solo così potremmo trasformare un baratro in un’opportunità. La parola greca “krisis” deriva dal verbo “krino” che significa “discernere, giudicare, valutare”. Verrà il tempo del giudizio, delle scelte, che inevitabilmente le fratture della storia richiedono. Potrebbe essere un’opportunità questo tempo angoscioso del Corona. Alle pulsioni irrazionali dovrebbe seguire la volontà di darsi un progetto nuovo, una nuova visione del mondo e degli uomini, una rivoluzione.

La generazione di mia madre è figlia della guerra mondiale eppure, a sua memoria, non c’è mai stata una quarantena, una reclusione di massa, un isolamento imposto e necessario come oggi. La mia generazione ha vissuto la paura della guerra atomica e il terremoto dell’80 ma mai ha dovuto rifugiarsi in casa e restarci per sopravvivere. Il virus è anche questo isolamento senza precedenti.

Per imparare qualcosa di duraturo, che non passi insieme al terrore del momento, dovremmo appunto interrogarci, chiedere qualcosa a noi stessi e farlo diventare poi volontà sociale.

Quale è il reale valore del tempo? Esso sta nel consumarsi frenetico e vuoto dei ritmi produttivi del capitalismo che diventano ritmi di esistenza? Adesso che ci costringono a riempirlo di noi stessi, adesso che temiamo di perderlo definitivamente, non ci appare come il bene più prezioso che assume un significato solo se noi sappiamo darglielo?

Quale è il valore della solidarietà? Per costrizione stiamo comprendendo che nessuno salva se stesso e nessuno si salva da solo. Domani potrà ancora essere un valore l’egoismo ferino a cui ci condanna la società capitalistica? E quale è il valore della socialità? Nel mondo dell’ognuno per sé, si sta svelando drammaticamente il bisogno assoluto dell’altro, praticamente e spiritualmente. Da soli non siamo. La solitudine social a cui ci eravamo condannati appare in tutta la sua miseria adesso che siamo costretti all’isolamento nello spazio vero. Vorremmo tornare ad annegarci in schermi fluidi?

Cosa ci sta mancando in queste ore di segregazione? Cosa desideriamo intimamente? Quale è la vera piramide dei nostri bisogni? Quali i beni più preziosi nell’età del superfluo smascherato?

Credo che particolarmente i giovani siano chiamati a raccogliere questa ineludibile scelta, la generazione che va dai 15 ai 30 anni è stata martoriata in questi anni da ogni tipo di nefandezza: crisi economica, assenza di prospettive, esempi di corruzione e nepotismi, crisi ecologica e adesso reclusione coatta. Tocca a loro, quando l’ennesima bufera sarà passata, reclamare un altro mondo, battersi, imporlo. Chiedere cultura, ricostruire un rapporto armonico con la Natura, riprendersi i desideri.

Il cinismo imperante dice che invece si tornerà al solito carnevale grottesco e vuoto, al solito homo homini lupus, alle solite sirene assassine del capitale, al solito girone dantesco che danza sul nulla. Che, come per il reduce Eduardo De Filippo in Napoli milionaria, nessuno vorrà ascoltare il racconto del pericolo scampato, dell’orrore superato, perché ‘a nuttata è passata. Ma siamo sicuri che la nottata da passare non sia questo mondo storto a cui siamo smaniosi di tornare?

Sperando che non avremo imparato solo a lavarci le mani.

Michele Salomone.

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