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Politica

Elezioni USA: la lunga notte della politica statunitense

La lunga settimana delle elezioni USA si conclude con la vittoria al photofinish, nonostante il record di voti, di Joe Biden, ex vice di Obama. Storico risultato per Kamala Harris, prima donna di colore a diventare vice presidente.  La first lady è Jill Biden. Ripercorriamo le tappe di una delle elezioni più importanti e in bilico del secolo e scopriamo chi è il neo-eletto 46esimo presidente Biden. Elezioni anche per Camera e Senato.

Nell’ultima settimana gli occhi del mondo sono stati concentrati sugli esisti delle elezioni USA 2020, che hanno visto il candidato dem Joe Biden (vicepresidente Kamala Harris) affrontare il presidente repubblicano Donald Trump (vicepresidente Mike Pence). Biden a caccia di una carica che insegue dal lontano 1988 (ha infatti già provato le primarie dem nel 1988 e nel 2004), Trump in cerca della riconferma nello Studio Ovale.

Le elezioni USA

Quella delle elezioni è la più lunga notte della politica americana, dove i candidati attendono i dati che a mano a mano vengono snocciolati dai vari stati per sapere chi siederà sulla poltrona più importante degli Stati Uniti. Quest’anno tuttavia non è stata solo la notte immediatamente dopo l’election day a essere lunga, ma tutta la settimana. Le votazioni sono infatti iniziate  martedì 3 Novembre, ma il responso sulla vittoria di Biden è arrivata solo sabato 7 novembre (con praticamente ogni stato che non ha ancora terminato al 100% lo spoglio dei voti).

 

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Joe e Jill Biden

 

 Il sistema elettorale americano

Prima di continuare l’argomento è opportuno spendere qualche parola sul sistema elettorale americano, profondamente diverso da quello cui siamo abituati in Italia.

Chiariamolo subito: negli States non vince il candidato con il maggior numero di voti in assoluto, ma quello con il maggior numero di Grandi Elettori (electors, in inglese). Ogni stato ha i propri criteri e meccanismi di voto per decretare i grandi elettori. Ci sono molti esempi di presidenti eletti con voti minori rispetto all’avversario; ma non bisogna tornare troppo indietro con la memoria e basta andare ad appena 4 anni fa, alle elezioni del 2016, dove la candidata Hilary Clinton ottenne complessivamente quasi 2 milioni di voti in più rispetto allo stesso Trump, ma prendendo solo 232 Grandi Elettori contro i 306 del suo avversario.

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Elezioni USA 2016 – Clinton – Trump

Ognuno dei 50 stati ha un numero di Grandi Elettori proporzionato al numero dei suoi abitanti (si va dai 3 Grandi Elettori dell’Alaska, stato meno popoloso dell’Unione, ai 55 della California). Quando un candidato vince in uno stato (ovvero prende la metà dei voti più uno) si porta a casa tutti i grandi elettori di quello stato.  Per mettere piede al 1600 di Pennsylvania Avenue (l’indirizzo formale della White House) servono 270 Grandi Elettori su un totale di 538 assegnabili.

Il voto dei Grandi Elettori

Il presidente viene quindi eletto in maniera indiretta, e a votarlo direttamente  sono appunto i Grandi Elettori. Ma la storia non finisce qui: infatti i grandi elettori hanno l’obbligo morale ma non giuridico di votare per il candidato che ha vinto nel loro Stato.

In realtà ogni stato ha leggi diverse. In alcuni i Grandi Elettori sono obbligati a votare per il vincitore di quello stato (con pene severe in caso contrario), ma in linea di massima avere un numero di Grandi Elettori non si traduce automaticamente nello stesso numero di voti in quanto i grandi elettori potrebbero cambiare il loro voto in favore di uno o dell’altro candidato.

Con questo in mente si capisce come sia importante avere anche un buon margine di vantaggio per evitare brutte sorprese nel momento della conferma. Anche se, ad onor del vero, è molto raro che un elector non voti per il presidente scelto.

Blue, Red e Purple states

L’obiettivo dei candidati alla presidenza non è tanto quello di vincere il voto popolare, ma il voto dei singoli stati. Con il termine blue state si intende uno stato assegnato al candidato democratico, simmetricamente i red states sono quelli in cui vince il candidato repubblicano. Naturalmente il colore di uno stato può cambiare da elezione ad elezione, ma esistono alcuni stati che, per ragioni storiche e culturali, sono più propense a votare democratico o repubblicano.

Qui entrano in gioco i cosiddetti purple state; se infatti è vero che esistono stati che possono essere considerati storicamente blue o red, esistono stati il cui orientamento politico è imprevedibile nella maggior parte dei casi. Questi stati, detti purple state (o anche swing state) sono la chiave di volta per vincere le elezioni; infatti spesso le campagne elettorali si sono fortemente incentrate su questi stati in dubbio.

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I pronostici e “l’onda blu”

I favori dei sondaggi e dei pronostici erano tutti dalla parte del candidato dem, tanto che si stava iniziando a parlare di “onda blu”, ovvero di un numero elevato di stati assegnati a Biden. Ma le elezioni USA sono per loro natura impredicibili e, ancora una volta, i sondaggi, che davano Biden nettamente favorito, si sono scontrati con la difficile realtà elettorale del paese.

Biden ha vinto le elezioni, ma non nella misura anticipata. Dopo la prima notte di spoglio addirittura sembrava si andasse verso una riconferma di Trump che era in vantaggio in molti stati chiave. Poi la rimonta: a mano a mano che lo spoglio elettorale va avanti si profila la cavalcata di Biden verso la Casa Bianca, che si porta in testa in Nevada e Arizona e rimonta in Georgia e Pennsylvania. Ed è proprio la Pennsylvania, stato natale di Biden, che regala al candidato dem altri 20 grandi elettori, sufficienti per superare il magic number di 270. Complice del successo anche i voti per posta, scrutinati solo alla fine, che hanno permesso la rimonta; tali voti provenivano infatti dalle grandi metropoli americane, tendenzialmente di orientamento democratico.

Probabilmente Biden avrebbe avuto la vittoria anche vincendo nel solo Nevada, ma ora rischia di arrivare anche oltre i 300 Grandi Elettori.

A prescindere dal risultato elettorale non c’è stato quindi né la Blue wave democratico né  il Red Wall repubblicano (quello che aveva portato Trump alla Casa Bianca ai danni della Clinton), restituendo l’immagine di un’America molto frammentata alla ricerca di un nuovo leader.

Anche quando i risultati stavano pian piano andando in favore del candidato dem, l’esito finale è sempre stato in bilico, appeso ad un filo sottile e sembrava che, per una manciata di voti, tutto potesse ancora accadere.

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L’elezione dei record

Che le elezioni presidenziali USA 2020 siano state tra le più sentite lo confermano i numeri*.

Joe Biden è già il presidente più votato della storia con oltre 75 milioni di voti ottenuti (e anche il più anziano), superando di oltre 6 milioni la cifra record di 69 milioni ottenuta da Obama (il quale ha anche fatto un suo grande endorsment al candidato). Record anche per Trump, che malgrado una differenza di oltre 4 milioni di voti rispetto allo sfidante può contare sul consenso di oltre 70 milioni di americani.

Oltre ai voti, si registra anche un’affluenza record per le votazioni e per il voto anticipato. Più di 160 milioni di statunitensi hanno votato, pari al 67% degli aventi diritto, il numero più alto dell’ultimo secolo.

100 milioni invece i voti anticipati, di cui solo 60 tramite voto postale (dato sicuramente dovuto alla pandemia in corso).

Risultato storico anche per l’elezione di Kamala Harris, prima donna di colore a ricoprire la carica di vice presidente.

Kamala Harris
Kamala Harris

I voti degli Stati**

Di seguito proponiamo la mappa degli Stati assegnati ad ogni candidato, secondo i dati elaborati dall’Associated Press.

 

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Fonte: Associated Press

 

Come è possibile notare gli stati non ancora assegnati sono 3: Alaska (3 voti elettorali) e North Carolina (15 voti elettorali), nei quali e in vantaggio Trump e la Georgia (16 voti elettorali), dove è in vantaggio Biden.

Quindi, se l’andamento dovesse essere questo anche a spoglio terminato:

Grandi Elettori Biden: 290 (306 in proiezione)

Grandi Elettori Trump: 214 (232 in proiezione)

Ricordiamo che ad oggi lo spoglio dei voti non è ancora concluso in nessuno stato, i quali sono stati assegnati in quanto i margini di vantaggio di un candidato non sono più colmabili dallo sfidante.

La terza volta è quella buona

Joe Biden insegue il sogno delle presidenziali dal 1988, anno in cui si è presento alle primarie democratiche senza però ottenere grande successo. Ci ha poi riprovato nel 2008, ma in tal caso fu Biden stesso a lasciare dopo il risultato deludente ottenuto al termine del caucus in Iowa. Tuttavia nell’agosto dello stesso anno il candidato democratico, Barack Obama, annuncia di aver scelto Joe Biden come suo candidato vice presidente.

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Chi è Joe Biden?

Oltre ad essere stato secondo di Obama, Joseph Robinette Biden è una delle personalità di spicco del panorama politico americano. 77 anni, nato in Pennsylvania, cattolico, laureato in scienze politiche e poi specializzato in giurisprudenza ha iniziato la sua carriera come avvocato. Diventa poi per molti anni senatore per lo stato del Delaware (eletto a soli 29 anni) e nel corso degli anni ha ricoperto molti importanti ruoli istituzionali. Mantiene la carica di senatore fino al 2009, anno in cui ricopre il ruolo di vice presidente sotto l’amministrazione Obama.

Nel 2017 lo stesso Obama lo insignisce della medaglia presidenziale della liberta con lode, massima onorificenza civile del Paese.

La sua vita, oltre che dai successi della sua carriera, è stata segnata da grandi tragedie. Nel 1972 perde sua moglie e una delle sue tre figlie a causa di un incidente d’auto, nel quale anche gli altri due figli restarono feriti.

Nel 2015 perde anche suo figlio Beau, portato via da un tumore al cervello all’età di 46 anni. Questa esperienza ha portato Biden ad intraprendere una campagna contro il cancro e a rinunciare al concorrere per le presidenziali del 2016, nelle quali ha appoggiato la candidata Hilary Clinton.

La sfida è finita?

Ma è veramente conclusa la sfida con Trump? Biden è già considerabile presidente?

Per quanto riguarda la prima domanda, apparentemente no. Trump non avrebbe preso per niente bene il successo dell’avversario, denunciando più volte brogli elettorali. E lo ha fatto anche in modo infondato, tanto da essere stato anche oscurato e smentito dai media statunitensi, anche repubblicani, per le sue gravi insinuazioni.

Al presidente uscente non sarebbe infatti andata giù la rimonta democratica negli stati in bilico e ha più volte detto:

Ho vinto io […] Ci stanno rubando le elezioni!

e ha nominato più volte la presenza di voti legali e voti non legali (a suoi dire usati in favore di Biden).

Malgrado Trump si trovi isolato, o quasi, nella sua rabbia, nel suo delirio e nella sua crociata la questione non sembra essere finita. Trump, raggiunto dalla notizia della vittoria di Biden mentre giocava a golf, minaccia infatti di agire per vie legali. Chiederà, inoltre, il riconteggio dei voti negli Stati dove gli è concesso farlo. La vicenda promette dunque di andare avanti per le lunghe.

Per quanto riguarda la seconda domanda, invece, la risposta, anche in questo caso, è negativa. Biden risulta presidente eletto, ma non in carica (quello in carica attualmente risulta ancora Trump). Affinché Biden diventi presidente a tutti gli effetti bisognerà attendere il 20 gennaio 2021. Per quel giorno è previsto il suo giuramento come presidente e l’insediamento alla Casa Bianca.

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E il Trumpismo?

La sconfitta di Trump non è però da intendersi come la fine del Trumpismo. Al di là dei risultati politici e dalle simpatie che si possono provare o meno per il tycoon, bisogna riconoscere che oltre 70 milioni di americani (circa il 47,7% dei voti) hanno votato per lui; segno del fatto che la corrente trumpista negli States, non solo è molto forte dal punto di vista puramente numerico, ma anche molto apprezzata e condivisa.

Non solo il presidente***

Nel corso delle elezioni non viene eletto solo il presidente ma anche i rappresentanti della Camera e i Senatori.

In senato, sempre secondo l’Associated Press, sono stati assegnati 31 seggi su 35.

Il numero di senatori totali e pari a 100 (2 per stato), quindi per avere la maggioranza in Senato sono necessari 51 senatori. Attualmente i Repubblicani sono i testa con 48 senatori a -3 dalla maggioranza mentre il partito democratico ha 46 senatori.

Due di questi 100 seggi saranno assegnati agli altri partiti.

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Fonte: Associated Press

Alla Camera invece i democratici sembrerebbero in lizza per avere la maggioranza:

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Fonte: Associated Press

 

Le sfide dell’amministrazione Biden

Biden e i suoi sono chiamati ad una sfida non facile. Dovranno prendere le redini del paese in un periodo storico molto complesso non solo per gli USA, ma per il mondo intero.

Sicuramente una delle sfide più grandi sarà quella al coronavirus, uno dei cavalli di battaglia del neo eletto in campagna elettorale; più in generale andrà rivisto il sistema sanitario. Ma sull’America grava anche l’aumentare delle differenza economiche, sociali, e di rappresentanza tra le varie classi sociali, che rischiano di dividere il paese. Biden dovrà quindi davvero essere “il presidente di tutti gli americani”, come lui stesso si è più volte definito, per poter ritrovare il senso di unità in un’America ormai frammentata e divisa.

Sale anche l’attesa per capire come la sua amministrazione gestirà i rapporti internazionali con le altre potenze mondiali, anche se i leader, in particolare quelli europei, hanno già teso la loro mano amichevole e collaborativa.

 

Alcuni media americani hanno tuttavia avanzato l’ipotesi che, vista l’età, Biden potrebbe espletare solo questo mandato e decidere di non ricandidarsi alle presidenziali del 2024.

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* I numeri sono da intendersi relativi al giorno 8/11/2020 e sono in continua evoluzione in quanto lo spoglio non è terminato ancora.
** L’assegnazione degli Stati e dei Grandi Elettori assegnati sono riferiti al giorno 8/11/2020.
*** Sia i dati relativi alla Camera che al Senato sono da intendersi aggiornati al giorno 8/11/2020.

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