domenica, Novembre 27, 2022
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La carestia in arrivo: come il conflitto in Ucraina sta affamando milioni di persone nel mondo

Il 18 febbraio di quest’anno David Beasley, il direttore esecutivo del WFP, il World Food Programme, ha lanciato un allarme dalla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera. Secondo Beasley, il 2022 sarebbe stato un anno particolarmente difficile che avrebbe potuto portare sull’orlo della catastrofe umanitaria intere regioni e paesi del mondo: dal Sahel al Sudan, dallo Yemen all’Afghanistan, da Haiti all’America Centrale.

Una serie di concause, alimentate dalla pandemia da coronavirus, aveva generato, secondo Beasley, “un cerchio di fuoco” che, se favorito dall’inazione dei governi globali, avrebbe potuto a sua volta determinare la destabilizzazione di intere nazioni, con conseguenti enormi ondate migratorie e la minaccia della carestia per decine di milioni di persone.

Mancavano sei giorni al 24 febbraio, quando un altro evento dal catastrofico impatto geopolitico avrebbe sconvolto ancor di più il già terribile scenario delineato da David Beasley: l’invasione non giustificata della Russia ai danni dell’Ucraina.

Tre giorni dopo, il 27 febbraio, la Russia avrebbe bloccato tutti i porti ucraini sul Mar Nero, da Odessa a Mariupol.

Ancora oggi in quei porti ci sono ottanta navi cargo cariche di grano. Una parte di queste navi è ancora carica del grano con cui erano pronte a partire in quei giorni di febbraio e Antonio Guterrès, segretario generale dell’ONU, vorrebbe organizzare un corridoio per fare in modo che possano partire dal porto di Odessa.

In Ucraina in questo momento ci sono 22 milioni di tonnellate di grano stipate nei silos e secondo Andrey Stavnites, il proprietario della TIS, la TransInvestService, la più grande compagnia privata ucraina nel settore dei terminali navali, una parte di questo grano potrebbe andare perduto.

“Se non possiamo immagazzinarlo, comincerà a marcire. Sbloccare il porto di Odessa è importante tanto quanto fornire armi all’Ucraina.”

Russia e Ucraina sono enormi produttori di grano. La Russia ne produce il 10% della quota mondiale, l’Ucraina il 4%. Una parte significativa del grano che producono viene utilizzata per il consumo domestico, mentre la parte rimanente viene impiegata nell’export. I due paesi, congiuntamente, rappresentano circa il 25% dell’export mondiale di grano.

Infographic: Ukraine Crisis Likely to Push Up Wheat Prices | Statista

Secondo i dati forniti dalla FAO, Food and Agriculture Organization of the United Nations, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, la Russia ha prodotto 86 milioni di tonnellate di grano nel 2020, dietro solo Cina e India, il cui consumo è però destinato per gran parte alla propria popolazione.

Prima dell’invasione, l’Ucraina era considerata il granaio del mondo. Esportava 4.5 milioni di tonnellate di prodotti agricoli ogni mese dai suoi porti: il 12% del grano mondiale, il 15% del mais e il 50% circa dell’olio di semi di girasole.

È così, dunque, che il cerchio fuoco descritto da Beasley inizia a stringersi.

Come sottolineato dal segretario Guterrès, sbloccare il porto di Odessa e permettere l’export del grano ucraino è di vitale importanza. Il problema, attualmente, è capire in che modo debba avvenire.

L’Unione Europea sta tentando di espandere i percorsi alternativi per il trasporto del grano su strada o su rotaia. Purtroppo, però, il trasporto non navale richiede tempi e costi eccessivi, e potrebbe coprire solo una frazione dell’export di grano ucraino. E si torna al punto di partenza.

L’Ucraina, in virtù dell’ingiustificata e non provocata invasione della Russia, ha dovuto minare le acque del porto di Odessa, per prevenire un assalto anfibio. Le spiagge di Odessa sono chiuse e presidiate da soldati in tute mimetiche che le controllano durante l’intero arco della giornata.

Una delle possibili soluzioni, così come suggerito da James Stavridis, comandante supremo delle forze alleate della NATO in Europa dal 2009 al 2013, in un’intervista all’Economist, potrebbe essere quella di prendere spunto dall’operazione a protezione delle petroliere che gli Stati Uniti e alcuni alleati avevano condotto nel Golfo Persico durante la guerra tra Iran e Iraq negli anni ’80.

L’Iran, tuttavia, non era una potenza nucleare, mentre la Russia è la più grande potenza nucleare del mondo e dunque un qualsiasi incidente in cui potrebbe trovarsi coinvolto un convoglio NATO provocherebbe quasi certamente una rapida escalation.

D’altra parte, in questo momento l’accesso al Mar Nero è bloccato dalla Turchia in virtù della Convenzione di Montreux del 1936, che regolamenta l’accesso al mare dallo Stretto dei Dardanelli e dal Bosforo. La Turchia ha invocato l’articolo 19 della convenzione, impendendo l’accesso alle navi di stati belligeranti in tempo di guerra e invitando formalmente gli stati a non dispiegare navi da guerra nel Mar Nero.

Servirebbe, dunque, una missione in cui le navi mercantili della Turchia stessa scortino le 80 navi presenti nel porto di Odessa fino in mare aperto. Resta, però, il problema delle mine. E qui un ruolo di primaria importanza potrebbe svolgerlo l’Italia. Il Primo Ministro italiano Mario Draghi e il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini hanno riferito agli alleati della NATO che l’Italia sarebbe pronta a farsi carico dell’operazione di sminamento del porto di Odessa. Il nostro paese ha messo a disposizione due navi cacciamine, della classe Gaeta e Lerici, già preallestite in vista di una possibile missione.

Se le operazioni per permettere la partenza delle navi dal porto di Odessa dovessero andare a buon fine, una consistente percentuale del grano stipato andrebbe ai paesi dell’Africa.

Alcuni dei paesi dell’Africa sono particolarmente dipendenti dalle importazioni di grano dalla Federazione Russa e dall’Ucraina. Nel periodo tra il 2018 e il 2020, l’Africa ha importato grano per un equivalente di 3.7 miliardi di dollari dalla Russia, il 32% del totale del grano importato dal continente africano, mentre ne ha importati 1.4 miliardi di dollari dall’Ucraina, il 12% del totale.

Sono venticinque i paesi africani che importano più di un terzo del proprio grano da Russia e Ucraina, mentre quindici ne importano addirittura la metà.

Grafico della UNCTAD che mostra le percentuali di grano importate da alcuni paesi dell’Africa da Russia e Ucraina

Attualmente, circa 250 milioni di persone in tutto il mondo sono sull’orlo della carestia. L’attuale crisi, innescata dall’aumento dei prezzi e ulteriormente alimentata dal conflitto in Ucraina, potrebbe portare altre centinaia di milioni di persone sotto la soglia di povertà.

La guerra tra Russia e Ucraina, comunque, non è l’unica causa, sebbene rappresenti un evento ampiamente destabillizante.

Le parole pronunciate il 18 febbraio da David Beasley erano dovute ad un altro fattore di importanza cruciale: all’inizio del 2022 la Cina, il più grande produttore di grano al mondo, aveva annunciato che il raccolto di grano quest’anno sarebbe stato il peggiore di sempre, a causa delle forti piogge che avevano rimandato la semina nel 2021.

A questo si aggiunge la determinazione del partito comunista cinese e del suo leader Xi Jinping nel perseguire la politica zero covid del completo annullamento dei contagi da coronavirus, che come conseguenza diretta ha avuto il blocco delle importazioni nei porti cinesi che ha provocato un enorme aumento dei prezzi delle materie prime, incluso il grano.

In aggiunta, pochi giorni fa, l’India, il secondo produttore di grano al mondo, ha annunciato il blocco dell’export del grano a causa della grave ondata di caldo che ha colpito il paese e dell’aumento dei prezzi a causa dell’inflazione. L’India ha citato il rischio di rimanere senza per il proprio uso interno, nonostante in precedenza avesse annunciato un aumento delle quote esportate in seguito al calo della produzione di grano in Ucraina a causa della guerra.

Secondo diversi analisti, l’aumento dei prezzi del cibo, unito alla scarsità, costituiscono fattori chiave per l’emergere di gravi crisi politiche, come le rivolte del pane tra il 2007 e il 2008 e la successiva Primavera Araba, entrambe coincise con l’incastrarsi delle circostanze che in questo momento storico sono ai massimi da decenni.

La speranza, dunque, resta nella pressione della comunità internazionale, in particolare dai paesi non occidentali, nei confronti del presidente russo Vladimir Putin, per fare in modo che il grano ucraino, quantomeno, possa uscire dal porto di Odessa. La situazione è estremamente critica, il mondo in questo momento, e l’Africa in particolare, sta affrontando una situazione di incertezza alimentare e malnutrizione. 43 milioni di persone in Africa sono ad un passo dalla fame, e il momento di agire non può essere ulteriormente rimandato.

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