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AmbientePolitica

Unione Europea: accordo raggiunto sulla riduzione dei consumi di gas del 15%

Il Consiglio dell'Unione Europea a Bruxelles

Martedì, i ministri dell’Energia dell’Unione Europea hanno raggiunto un accordo riguardo la riduzione dei consumi di gas naturale durante una riunione straordinaria del Consiglio dell’Unione Europea, tenutasi a Bruxelles.

L’accordo prevede la possibilità per i paesi firmatari di ridurre volontariamente il consumo di gas naturale del 15% nel periodo che va dal primo agosto 2022 al 31 marzo 2023. La riduzione del 15% è stata calcolata sulla base della media del consumo di gas negli ultimi cinque anni.

Tra le altre cose, l’accordo garantisce delle esenzioni ai paesi che stanno affrontando situazioni problematiche dal punto di vista delle forniture energetiche e a quelli che hanno diligentemente risparmiato più gas del necessario a partire dai primi mesi del 2022, quando l’invasione in Ucraina da parte della Russia ha radicalmente cambiato le strategie dell’Unione in campo energetico.

Inoltre, nell’accordo è prevista una riduzione dei consumi più lieve per i paesi i cui livelli di riempimento degli stoccaggi di gas siano in linea con gli obiettivi europei. L’Italia, come sottolineato dal ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani, è tra questi, e dovrà ridurre i propri consumi del 7%, dato che i livelli di riempimento degli stoccaggi sono vicini al 71%.

Una riunione del Consiglio dell’Unione Europea a Bruxelles

Perché la riduzione dei consumi diventi obbligatoria, la Commissione Europea o almeno cinque paesi membri, dovranno proporre lo stato di allerta europea. La novità introdotta nell’accordo odierno è che il Consiglio Europeo dovrà poi approvare questa proposta. Secondo quanto scritto dall’ISPI, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, i capi di Stato o di governo dei 27 Stati membri dell’Unione Europea, che compongono il Consiglio Europeo, «prenderanno una decisione così politicamente difficile solo quando sarà assolutamente inevitabile».

L’intesa è arrivata il giorno successivo all’annuncio di una nuova riduzione delle forniture di gas naturale alla Germania tramite il gasdotto Nord Stream 1, da parte dell’azienda energetica statale russa Gazprom. Così come è accaduto per i precedenti annunci, anche stavolta Gazprom ha giustificato la riduzione delle forniture al 20% della capacità massima del gasdotto citando una necessaria manutenzione di una turbina. La settimana scorsa, in seguito alla completa interruzione dei flussi di gas, i governi europei avevano temuto uno stop definitivo alle forniture, che erano però riprese, sebbene ad un volume inferiore del 40% rispetto alla capacità massima.

Grafico di ISPI, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale: da domani, mercoledì 27 luglio, i flussi di gas nel gasdotto Nord Stream 1 saranno al 20% della capacità massima

Il compromesso trovato dai ministri dell’Energia dei paesi dell’Unione Europea, sebbene più morbido rispetto alla proposta iniziale della Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, rappresenta un’importante tappa nella gestione della dipendenza dal gas russo dei paesi dell’Unione. Finora, infatti, la Russia ha utilizzato le forniture di gas naturale come arma di ricatto nei confronti dell’Unione Europea, nel tentativo di ammorbidire le posizioni dei governi dei paesi maggiormente vulnerabili ad un’interruzione definitiva dei flussi di gas.

L’unico paese a votare contro la proposta è stato l’Ungheria, che dall’inizio del conflitto ucraino ha assunto posizioni particolarmente equivoche, spesso determinando ritardi nell’approvazione dei pacchetti sanzionatori europei. Affinché la proposta venisse approvata, tuttavia, non era necessario raggiungere l’unanimità dei voti.

La motivazione che ha guidato l’iniziale proposta della Commissione Europea oltre che l’accordo odierno raggiunto dai ministri dell’Energia riuniti nel Consiglio dell’Unione Europea è il forte livello di integrazione delle economie europee: un colpo all’economia di uno degli stati membri potrebbe danneggiare tutti. In questo caso, per di più, il paese maggiormente vulnerabile per via della sua grande dipendenza dal gas russo è la Germania, la più grossa economia dell’Unione Europea.

In un editoriale sul magazine POLITICO.eu, Simone Tagliapietra, senior fellow del think tank politico-economico Bruegel, aveva sottolineato come il concetto di solidarietà tra i paesi europei, sebbene spesso abusato, sia, in questo caso, particolarmente appropriato. Per evitare, infatti, che il presidente russo Vladimir Putin utilizzi il gas naturale come arma di ricatto, secondo Tagliapietra è necessario che l’Unione Europea utilizzi ogni strumento possibile sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta, e che gli stati membri li condividano. Per enfatizzare questo concetto, Tagliapietra ha citato le parole del filosofo greco Aristotele, secondo il quale «il tutto è maggiore della somma delle sue parti».

La Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen

Raggiungere un accordo, comunque, non è stato affatto semplice, e la Commissione Europea ha dovuto mettere per iscritto un impegno a proporre un tetto al prezzo del gas in autunno. La proposta di un tetto al prezzo del gas per mitigarne l’aumento incontrollato del prezzo era arrivata per la prima volta dal Presidente del Consiglio dimissionario Mario Draghi.

I paesi maggiormente critici riguardo l’iniziale proposta della Presidente von der Leyen erano stati Spagna e Portogallo, le cui infrastrutture per il trasporto del gas verso l’europa continentale non sarebbero abbastanza sviluppate da giustificare una riduzione dei consumi in solidarietà con i paesi maggiormente in difficoltà. D’altra parte, i livelli di riempimento delle riserve di gas dei due paesi della penisola iberica attualmente sono in linea con gli obiettivi posti dall’Unione Europea, che aveva imposto un riempimento delle riserve dell’80% alla luce di una possibile interruzione delle forniture da parte della Russia.

Inoltre, sono stati esonerati dall’accordo Irlanda, Cipro e Malta – paesi insulari che hanno poca flessibilità per quanto riguarda la ricerca di fonti di energia alternativa – oltre che i paesi baltici – Estonia, Lettonia e Lituania, le cui reti elettriche non sono sincronizzate con il sistema elettrico europeo.

 

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