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Il successo di Mare Fuori su Netflix conferma che i prodotti Rai sono (ancora) sottovalutati

Mare Fuori, la serie targata Rai che ha debuttato sul piccolo schermo il 23 settembre 2020, ha raggiunto una larga fetta di pubblico, sconfiggendo lo scetticismo che, troppo spesso, si interpone tra gli amanti delle serie tv e i prodotti di Mamma Rai.

Chiariamo un aspetto: Mare Fuori ha ottenuto un grande successo durante la messa in onda in prima serata e su Raiplay. I personaggi della serie hanno conquistato il pubblico e hanno spopolato sui social Network. Abbiamo avuto modo di conoscere giovani attori nostrani che, dopo la serie, si sono fatti strada nel mondo del cinema e delle serie tv con ruoli di grande prestigio. Oltre a goderci, in un prodotto totalmente ambientato a Napoli, attori del calibro di Carmine Recano e Carolina Crescentini.

Quello che stupisce non è il successo ottenuto su Netflix, che abbraccia un pubblico (probabilmente) diverso dagli amanti delle serie tv targate Rai, ma appunto la sorpresa degli spettatori che non conoscevano la potenzialità della serie, probabilmente offuscati e/o prevenuti verso il prodotto. In Italia la serie televisiva si è posizionata al secondo posto nella classifica delle serie Netflix più amate e guardate.

Le avventure dei ragazzi del carcere minorile di Nisida hanno trovato un gradimento tale da piazzarsi davanti ad un colosso della serialità: The Umbrella Academy.

Quello che stupisce ancor di più, riguarda lo scetticismo che, ancora, spopola verso le serie Rai. La Tv di stato negli ultimi anni ha dato prova di grande lungimiranza, e Mare Fuori è solo un esempio.

Doc, ad esempio, ha ottenuto un successo incredibile, convincendo una grande fetta di pubblico, così come un altro prodotto made in naples “L’Amica Geniale”. Altro esempio è “Il cacciatore”, o la più recente “Studio Battaglia”e potremmo andare avanti ancora per diverse battute.

Ma torniamo a Mare Fuori. Una serie che stupisce e racconta una realtà difficile, da un punto di vista diverso: quello dei giovani stanchi, disadattati, traumatizzati, soli e, troppo spesso, lasciati al loro destino.

Nelle loro storie c’è voglia di evadere da realtà familiari già scritte, ma in alcuni casi la ferma volontà di rimanere fedeli ai codici etici tipocamente criminali. Le vite dei ragazzi s’intrecciano con quelle di chi invece il carcere lo vive come lavoro, ma non riesce a non lasciarsi sopraffare dalla voglia di mostrare, sempre e comunque, una strada alternativa, quella giusta.
Una narrazione che, seppur sviluppata in spazi “ristretti” e ripetuti, riesce sempre a tenere col fiato sospeso. Un racconto responsabile e necessario che dovrebbe abbattere ogni scetticismo verso un nuovo tipo di serialità: quella fatta in casa, che andrebbe difesa e diffusa e non solo quando viene mostrata sulle grandi piattaforme.