martedì, Settembre 1, 2026
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Napoli, così non basta: mercato povero, squadra logora e troppe scelte conservative. Il rischio è restare indietro

Pochi rinforzi veri, una rosa che avrebbe avuto bisogno di un ricambio molto più profondo e diverse scelte difficili da comprendere. Allegri appare troppo aziendalista, mentre sul mercato pesano anche la gestione delle cessioni e la decisione di De Laurentiis di affidare un ruolo così delicato a un direttore sportivo giovane come Giovanni Manna. E fuori dal campo resta il problema più grande: un ritardo strutturale che rischia di allontanare il Napoli dai club che stanno costruendo il futuro.

Mi auguro sinceramente di sbagliare.

Mi auguro che tra qualche mese questo pessimismo venga smentito dal campo, magari da un Napoli competitivo in Italia e capace di fare strada in Champions League.

Ma oggi nascondere le perplessità sarebbe impossibile.

Questo Napoli mi preoccupa.

E non soltanto per ciò che non è arrivato dal mercato. Mi preoccupa soprattutto perché sembra essere mancato il coraggio di comprendere che questa squadra aveva bisogno di essere profondamente rinnovata.

Non necessariamente demolita. Ma rigenerata sì.

Una squadra non solo vecchia, ma logora

Il problema non è esclusivamente quello riportato sulla carta d’identità.

Una squadra può diventare vecchia anche mentalmente.

Accade quando per troppe stagioni gli stessi calciatori portano sulle proprie spalle pressioni, vittorie, sconfitte, cambi di allenatore, aspettative enormi e responsabilità sempre maggiori.

Molti uomini di questo Napoli hanno scritto pagine importanti della storia recente del club e meritano rispetto per quello che hanno dato.

Ma proprio rispettando ciò che hanno fatto bisognerebbe avere il coraggio di domandarsi se alcuni di loro abbiano ancora la stessa fame, la stessa brillantezza e soprattutto la stessa energia mentale necessaria per aprire un nuovo ciclo.

Il Napoli avrebbe avuto bisogno di nuovi leader, nuove gambe e nuove ambizioni interne.

Di giocatori capaci non semplicemente di completare la rosa, ma di mettere realmente in discussione le gerarchie.

Questo ricambio, almeno fino a questo momento, si è visto troppo poco.

Pochi acquisti veri e tante operazioni che sembrano ritorni al passato

Anche numericamente il mercato racconta una situazione particolare.

Diversi calciatori presentati come nuove alternative sono in realtà giocatori rientrati dai rispettivi prestiti. Lang, Rafa Marin, Lucca e Marianucci erano già patrimonio del Napoli. Ma sono davvero i giocatori che servivano alla squadra?

Inoltre gli innesti realmente nuovi sono stati decisamente meno numerosi rispetto a quanto ci si sarebbe potuti attendere da una squadra che necessitava di una profonda rigenerazione.

Non servivano necessariamente dieci acquisti.

Servivano però quattro o cinque calciatori pronti, forti e affamati, capaci di aumentare immediatamente atletismo, velocità e qualità della squadra.

Oggi non ho la sensazione che questo sia accaduto.

Gutiérrez, cessione comprensibile. Molto meno ciò che resta sulla fascia sinistra

Anche sulle cessioni bisogna distinguere.

Quella di Miguel Gutiérrez, per esempio, può essere compresa.

Il Napoli lo ha ceduto definitivamente al Bayer Leverkusen dopo appena una stagione, realizzando un’operazione economicamente importante. In un mercato nel quale il club aveva bisogno di liberare spazio e generare risorse, sacrificare un giocatore con mercato può rientrare nella logica delle cose.

La domanda, però, è un’altra.

Se vendi Gutiérrez, perché scegli di affrontare una stagione nella quale vuoi competere per lo Scudetto affidandoti ancora a Leonardo Spinazzola e Mathías Olivera?

Con tutto il rispetto per entrambi, a mio giudizio la coppia Spinazzola-Olivera rappresenta oggi uno dei punti più deboli del Napoli rispetto alle altre squadre che ambiscono realmente al titolo.

Spinazzola ha esperienza e qualità tecniche che nessuno discute, ma l’età e una carriera segnata da diversi problemi fisici impongono inevitabilmente interrogativi sulla continuità.

Olivera garantisce applicazione e fisicità, ma difficilmente può essere considerato un elemento capace di spostare gli equilibri ad altissimo livello.

Se l’obiettivo dichiarato è lo Scudetto, bisogna confrontarsi con le alternative delle dirette concorrenti.

Ed è proprio facendo questo confronto che la fascia sinistra del Napoli appare tutt’altro che rassicurante.

Paradossalmente è stato ceduto il terzino più giovane, quello che avrebbe potuto rappresentare anche un investimento per il futuro, mantenendo invece due soluzioni che sembrano rappresentare soprattutto la continuità con il passato.

È una scelta legittima. Ma personalmente faccio molta fatica a condividerla.

Ancora prestiti: gli esuberi non vengono realmente risolti

C’è poi un altro problema che si ripresenta ormai quasi ogni estate.

Il Napoli continua ad accumulare calciatori che successivamente fatica a cedere definitivamente.

E così si torna alla soluzione più semplice: il prestito.

Cajuste, Lindstrom, Obaretin e Folorunsho sono soltanto alcuni dei giocatori usciti attraverso questa formula durante l’estate, mentre anche Mazzocchi è stato trasferito al Venezia in prestito con obbligo di riscatto legato al verificarsi di determinate condizioni.

Non è una questione puramente formale.

Cedere continuamente in prestito significa spesso rimandare il problema di dodici mesi.

Il calciatore resta patrimonialmente legato al Napoli, può tornare l’estate successiva e bisogna ricominciare da capo: trovare una squadra, liberare spazio nella lista, discutere dell’ingaggio e provare nuovamente a piazzarlo.

È una spirale che il Napoli conosce fin troppo bene.

Ogni estate ritornano giocatori che sembravano essere stati salutati definitivamente e ogni estate una parte considerevole del lavoro del direttore sportivo consiste nel cercare nuovamente una sistemazione per gli stessi elementi.

Una grande società dovrebbe essere capace non soltanto di comprare bene.

Dovrebbe soprattutto comprare giocatori funzionali e riuscire a vendere definitivamente quelli che non fanno più parte del progetto.

Quando una rosa arriva ad avere decine di calciatori sotto contratto e una quantità enorme di esuberi da sistemare, significa che qualcosa nella programmazione precedente non ha funzionato.

Il nodo Manna: forse De Laurentiis aveva bisogno di un direttore più esperto e più forte

E qui bisogna affrontare anche un tema probabilmente scomodo: Giovanni Manna.

Manna è un dirigente giovane, classe 1988, con un percorso interessante alle spalle e con competenze che sarebbe ingeneroso negare.

Ma proprio la sua giovane età dirigenziale porta inevitabilmente ad una domanda.

Era davvero il profilo giusto per assumere la responsabilità dell’area sportiva di un Napoli ormai stabilmente chiamato a competere ai massimi livelli?

Personalmente qualche dubbio ce l’ho.

Non perché essere giovani rappresenti un difetto. Sarebbe una considerazione superficiale.

Il problema è il contesto nel quale un direttore sportivo deve operare.

A Napoli il presidente Aurelio De Laurentiis accentra da sempre moltissime decisioni. In una struttura di questo tipo, probabilmente sarebbe servito un direttore sportivo dotato non soltanto di competenza, ma anche di enorme esperienza, autorevolezza e forza contrattuale.

Un dirigente capace eventualmente anche di dire no.

Di presentarsi dal presidente e sostenere che una determinata operazione debba essere fatta, che un calciatore debba essere ceduto definitivamente anziché nuovamente prestato o che una rosa abbia bisogno di essere rivoluzionata anche quando ciò comporta investimenti importanti.

Manna sta crescendo insieme al Napoli.

Ma il Napoli, per dimensione sportiva, economica e ambientale, forse non aveva bisogno di un direttore che dovesse ancora crescere.

Aveva bisogno di uno già pronto per gestire una società da Champions League.

È stata una scelta precisa di De Laurentiis e sarà il tempo a stabilire se sia stata quella corretta.

Oggi, però, davanti ad una rosa ancora piena di situazioni irrisolte e ad un mercato che non sembra aver prodotto quella rivoluzione necessaria, è legittimo interrogarsi anche sulla costruzione dell’area sportiva.

Allegri troppo aziendalista

Lo stesso discorso riguarda Massimiliano Allegri.

La sensazione dall’esterno è quella di un allenatore fin troppo aziendalista.

Non possiamo sapere cosa sia realmente accaduto nelle stanze di Castel Volturno e sarebbe scorretto sostenere il contrario.

Ma ciò che arriva all’esterno è l’immagine di un tecnico che sembra aver accettato senza particolari scossoni la strategia societaria.

Da un allenatore del peso, dell’esperienza e del curriculum di Allegri mi sarei aspettato probabilmente qualcosa di diverso.

Mi sarei aspettato che diventasse anche la voce forte attraverso cui chiedere al presidente una trasformazione più profonda della rosa.

Perché allenare il Napoli oggi significa gestire una squadra che vuole vincere lo Scudetto e competere in Champions League.

Non basta adattarsi.

Bisogna anche pretendere.

Antonio Conte, nel bene e nel male, aveva abituato l’ambiente ad un’esposizione completamente diversa delle proprie esigenze.

Allegri appare molto più istituzionale. Molto più diplomatico. Forse troppo.

Essere aziendalisti può essere una qualità nella gestione quotidiana.

Diventa un limite quando rischia di trasformarsi nell’accettazione di qualsiasi decisione proveniente dall’alto.

McTominay non può permettersi di essere normale

Poi esiste il campo.

E uno dei principali motivi di preoccupazione riguarda Scott McTominay.

Lo scozzese è diventato uno degli uomini dai quali questo Napoli dipende maggiormente.

Fisicità, inserimenti, aggressività, gol, capacità di rompere gli equilibri: quando McTominay gira, l’intero centrocampo acquista una dimensione differente.

Proprio per questo ogni suo calo diventa immediatamente un problema collettivo.

Il Napoli non può permettersi un McTominay normale.

Ha bisogno del miglior McTominay.

E quando una squadra dipende così tanto dalla condizione di uno dei propri uomini significa anche che il mercato avrebbe dovuto costruire alternative capaci di assorbirne eventuali periodi negativi.

Non sono certo che oggi queste alternative ci siano.

Badiashile è un’incognita, non ancora una certezza

Poi c’è Benoît Badiashile.

Il valore potenziale del giocatore non è in discussione.

Parliamo di un difensore che possiede mezzi fisici e tecnici importanti e che, se recuperato completamente, può rappresentare un elemento di livello per il Napoli.

Il problema è quel “se”.

È arrivato in ritardo nella preparazione e deve ancora costruire la condizione necessaria per diventare immediatamente una certezza.

Il Napoli aveva bisogno di un difensore pronto da inserire subito nelle rotazioni di Allegri.

Badiashile potrebbe diventarlo.

Ma oggi rappresenta ancora inevitabilmente un’incognita.

E una squadra con ambizioni elevatissime avrebbe bisogno, soprattutto nei propri punti deboli, di qualche incognita in meno.

Il problema più grave resta fuori dal campo

Eppure mercato, Manna, Allegri e rosa potrebbero essere soltanto la superficie.

Il problema più profondo del Napoli continua ad essere un altro.

Le strutture.

Da anni il club compete ad altissimi livelli senza aver costruito un patrimonio infrastrutturale proporzionato ai risultati ottenuti sul campo.

Non è più possibile pensare che una società moderna cresca esclusivamente acquistando calciatori.

Servono centri sportivi di proprietà.

Servono strutture per il settore giovanile.

Servono academy.

Servono impianti moderni per performance, recupero atletico, scouting e formazione.

Serve soprattutto una casa che appartenga realmente al club e rappresenti il punto di partenza della sua crescita futura.

Ed è qui che il confronto con alcune realtà italiane diventa preoccupante.

Il Como sta costruendo e programmando una dimensione societaria internazionale anche attraverso investimenti infrastrutturali.

La Fiorentina dispone del Viola Park, un patrimonio straordinario che racchiude prima squadra, settore giovanile e futuro del club.

Il Venezia sta sviluppando attraverso Ca’ Venezia un progetto nel quale prima squadra e vivaio trovano una dimensione strutturata e riconoscibile.

Questo non significa sostenere che Como, Fiorentina o Venezia abbiano oggi una dimensione calcistica superiore al Napoli.

Sarebbe evidentemente falso.

Il problema è un altro.

Stanno costruendo oggi ciò che il Napoli avrebbe dovuto iniziare a costruire molti anni fa.

E il calcio non aspetta nessuno.

Il Como è ormai una nuova realtà consolidata e ambiziosa.

La Fiorentina possiede una struttura societaria e infrastrutturale pronta a sostenere un’eventuale ulteriore crescita.

Il Venezia rappresenta un esempio di club che cerca di costruire basi moderne per il proprio futuro.

Se queste società continueranno ad avanzare mentre il Napoli resterà sostanzialmente fermo dal punto di vista delle strutture, prima o poi il vantaggio sportivo conquistato sul campo rischierà inevitabilmente di diminuire.

Una grande squadra non è necessariamente un grande club

Il Napoli ha ottenuto risultati enormi.

Ha vinto, è cresciuto economicamente, ha disputato la Champions e si è imposto come una delle principali realtà calcistiche italiane.

De Laurentiis ha meriti che sarebbe intellettualmente disonesto negare.

Ma proprio perché il Napoli è arrivato così in alto, adesso bisogna pretendere di più.

Non può più bastare essere bravi nella gestione ordinaria.

Non può bastare chiudere i bilanci.

Non può bastare sperare ogni estate di trovare il grande calciatore prima degli altri.

Bisogna costruire.

Io oggi vedo una squadra che avrebbe avuto bisogno di un rinnovamento molto più profondo.

Vedo una fascia sinistra che, con Spinazzola e Olivera, considero inferiore a quella delle principali concorrenti per il titolo.

Vedo troppi giocatori che continuano ad essere ceduti in prestito invece di chiudere definitivamente cicli ormai terminati.

Vedo una scelta dirigenziale, quella di affidarsi a Giovanni Manna, sulla quale continuo ad avere dubbi per esperienza e peso all’interno di una società fortemente presidenzialista.

Vedo un Allegri che avrei voluto molto più esigente nei confronti della proprietà.

Vedo McTominay come un calciatore dal quale questa squadra continua a dipendere eccessivamente.

Vedo Badiashile come un potenziale grande acquisto, ma ancora tutto da verificare nella condizione.

E soprattutto continuo a vedere un Napoli privo di quelle strutture che una società di questa dimensione avrebbe dovuto possedere già da molti anni.

Mi auguro di essere troppo pessimista.

Davvero.

Mi auguro che Allegri riesca a rigenerare questo gruppo, che McTominay torni ad essere dominante, che Badiashile diventi una certezza, che Spinazzola e Olivera smentiscano ogni dubbio e che Manna dimostri con i risultati che la fiducia riposta in lui sia stata corretta.

Sarei felicissimo di essermi sbagliato.

Ma oggi la domanda resta.

Il Napoli vuole continuare ad essere una grande squadra oppure vuole finalmente diventare un grande club?

Perché non sono la stessa cosa.

E mentre Napoli continua giustamente a celebrare ciò che ha conquistato, altre società stanno già costruendo ciò che servirà per vincere domani.

Il vero rischio non è soltanto aver fatto un mercato insufficiente.

Il vero rischio è accorgersi troppo tardi che il calcio italiano è andato avanti mentre il Napoli è rimasto fermo.

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