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Cultura

South working: un’alternativa per rilanciare il Sud?

Foto di Vlada Karpovich da Pexels

Lavorare al Nord dal Sud con il south working: il lavoro in modalità smart che ripopola le regioni meridionali e potrebbe ridurre il divario territoriale.

Se siamo costretti a studiare e a lavorare da casa, perché restare in una città che non è ‘la nostra’? È stata questa probabilmente la domanda che si sono posti centinaia o migliaia di studenti e lavoratori al tempo del Covid-19. E così il south working, una soluzione idealmente emergenziale, sta assumendo i contorni di una reale nuova possibilità di lavoro. Ma di cosa parliamo?

Già diffuso in altri Paesi, lo smart working è diventato pane quotidiano per molti lavoratori anche in Italia, in seguito allo scoppio della pandemia. Questo periodo di emergenza, infatti, ci ha insegnato i benefici del lavoro a distanza e di quello agile, ci ha costretti a rivalutare le nostre priorità, a fare un po’ i conti con schemi economico-sociali che sembrano non essere più adeguati alla società post-coronavirus.

Sì, perché la pandemia è stata un po’ come l’anno zero dell’epoca contemporanea. Come una guerra mondiale. O come Internet: c’è un prima e un dopo. Anche l’Economist, in un articolo dal titolo “Working life has entered a new era”, ha dato un nome a questa epoca, attualizzando gli acronimi B.C. and A.D. – i nostri avanti e dopo Cristo, per intenderci – che, secondo il noto settimanale britannico, significherebbero ora Before Coronavirus and After Domestication.

In questo contesto, il south working non è che una variante dello smart working, figlio dell’era del Covid-19. In poche parole, si tratta di una modalità lavorativa per la quale il lavoratore, non essendo obbligato a recarsi sul posto di lavoro, non solo lavora da casa, ma, se originario di una regione del Sud, decide di ritornare nel proprio luogo d’origine, per associare il lavoro ai benefici dell’azzeramento delle distanze dagli affetti.

Il progetto South Working

Ma il south working non è solo un fenomeno causale, è diventato un progetto dal grande potenziale. South Working – Lavorare dal Sud nasce da un’idea di Elena Militello, ricercatrice siciliana con un contratto presso l’università del Lussemburgo. Anche Elena, come migliaia di altri expat, aveva lasciato la sua Sicilia per trovare condizioni di studio e di lavoro più promettenti, prima al Nord, poi all’estero. Ritornata nella sua Sicilia a causa della pandemia, Elena ha rivalutato i benefici del vivere in un contesto familiare, pur continuando a svolgere il proprio lavoro da remoto. E qui l’idea. Insieme a un gruppo di altri otto giovani expat, Elena ha deciso di dare il via a questo innovativo progetto che si basa sulla possibilità di lavorare da remoto.

Gli obiettivi

L’obiettivo è quello di dialogare con le aziende, cercando di trovare i giusti compromessi affinché gli italiani che, per motivi di lavoro, si sono spostati al Nord o all’estero, restino nelle regioni meridionali. Tutto ciò permetterebbe di instaurare delle vere e proprie reti territoriali, con un potenziale rilancio per l’economia del Sud e conseguente riduzione delle disparità economico-sociali tra le regioni del Nord e il Mezzogiorno. E questo non solo all’interno dei confini italiani ma, perché no, anche a livello europeo.

«Il south working è l’occasione per ridimensionare il divario territoriale, economico e sociale che viviamo in Italia», afferma Elena Militello, come riporta Linkiesta. «Il nostro obiettivo è ridurre il divario tra le varie regioni, ma al rialzo, in modo da stimolare l’attrattività dell’intero sistema Paese. Dopo lo stravolgimento della pandemia, si può ripensare la geografia lavorativa».

«L’obiettivo di lungo termine – si legge sulla pagina Facebook del progetto – è quello di stimolare l’economia del Sud, aumentare la coesione territoriale tra le varie regioni d’Italia e d’Europa e creare un terreno fertile per le innovazioni e la crescita al Sud».

South working – Lavorare al Sud. Update Pagina Facebook.

South Working sembra aver preso già piede. Sono più di 4600 i follower digitali su Facebook, e questo numero è destinato ad aumentare. Il progetto ha attirato anche l’attenzione dello Svimez che, come riporta Linkiesta, ha già chiesto di poter aggiungere ai propri dati i risultati del questionario che i potenziali south workers – già più di 800 secondo Linkiesta – devono compilare. L’obiettivo sarebbe quello di poter creare un vero e proprio osservatorio su questo fenomeno.

La fuga dei cervelli

L’idea di poter lavorare con il beneficio di ritornare al Sud sembrerebbe paradossale per molti. Ma, potenzialmente, potrebbe avere delle conseguenze molto positive per le regioni meridionali che, negli ultimi anni, sono state interessate da fortissimi fenomeni di emigrazione.

D’altronde, la ‘fuga dei cervelli’ non è di certo un fenomeno recente. Al contrario, l’Italia e, in particolare, il meridione fanno i conti con questo problema da decenni. Secondo l’ultimo rapporto SVIMEZ (2019) il Mezzogiorno continua a perdere i suoi giovani a causa dell’emigrazione al Nord e all’estero, che interessa soprattutto i laureati e, in generale, giovani con alto livello di istruzione.

«Dall’inizio del nuovo secolo», si legge nel rapporto, «hanno lasciato il Mezzogiorno 2 milioni e 15 mila residenti: la metà sono giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati». Di questi il 16% si sono trasferiti all’estero e più di 850 mila non ritornano più nelle regioni meridionali abbandonate. Una migrazione definita da SVIMEZ come figlia di una società incapace di offrire opportunità interessanti ai giovani tra i 25 e i 34 anni, sia con alti livelli di formazione sia orientati alle arti e ai mestieri.*

E dunque se, in generale, il Nord potrebbe soffrire il fenomeno del south working, il Sud potrebbe giovarne, riscoprendo quei cervelli che sono stati costretti alla fuga, ma che sarebbero felici di poter riabbracciare i propri territori.

Una nuova concezione di lavoro

Insomma, tra tutte le debolezze della società che la pandemia ha messo a nudo, il modo di concepire il lavoro è sicuramente una di queste.

La prospettiva di considerare il lavoro in un’ottica completamente nuova è a dir poco allettante. Una prospettiva che scardinerebbe le logiche socio-economiche che hanno caratterizzato negli anni i processi di migrazione interna e definito poli urbani accentratori di occupazione e potere economico. E, di conseguenza, di reddito.

L’idea di poter lavorare senza limiti geografici anche al di là dell’emergenza – diciamocelo – è tanto rivoluzionaria quanto, di fatto, difficile da attuare e da accettare nell’Italia che conosciamo. Eppure, è pur sempre un’idea diversa di intendere una parte di occupazione in un Paese da molto tempo succube di staticità e stagnazione. Forse il Covid-19 ci costringe realmente a ripensare l’idea di lavoro al quale siamo stati abituati.

In questo senso, il south working potrebbe essere davvero un’opportunità per rilanciare i territori del Sud? Forse. Ci avvieremo verso uno spopolamento delle città? Verso un’invesione di tendenza migratoria, con tutti gli annessi e connessi? Piuttosto improbabile. E come reagirà la tecnologia, se tanti problemi di connessione, essenziale per lo smart working, erano emersi già con la didattica a distanza? Difficile a dirsi ora, poiché troppe sono le incognite e tanti gli interessi economici in ballo. Lo scopriremo solo vivendo. Sarà una scommessa, come tutto, d’altronde, durante l’A.D. (after domestication).

* Qui i dati 2019 pubblicati da SVIMEZ.

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Tags : lavoroSouth Workingsud
Anna Gallo

The author Anna Gallo

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