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Bambini vittime delle mafie: storie che non vanno dimenticate

Le mafie uccidono anche i bambini, i neonati, i ragazzini. Non esiste codice d’onore, non esistono eccezioni per le organizzazioni criminali. Esiste solo la logica del profitto e del disvalore posta in essere ammazzando brutalmente chiunque si opponga ad essa, compreso persone innocenti.

Sono 108 le bare bianche che conta il nostro Paese. Dietro ognuna di loro vi è una storia da conoscere, da comprendere, una storia a cui ridare la dignità estirpatagli dalla malavita. Fare memoria è un’attività necessaria per raccontare la criminalità dalla parte delle vittime e non dei carnefici. Le loro storie rappresentano la vita di persone immerse nella loro semplice quotidianità, che gli è stata portata via.  Quelle vite  strappate via dal crimine organizzati.

Bambini sequestrati, colpiti da proiettili per sbaglio, sciolti nell’acido. Senza pietà.

La vittima più piccola si chiama Caterina Nencioni, di soli 53 giorni, uccisa con la sorella Nadia, di otto anni, nell’esplosione di via dei Georgofili a Firenze del 1993.

Angelica Pirtoli, di soli due anni, era con la madre Paola Rizzello, uccisa perché facente parte del giro malavitoso della Sacra Corona Unita. Il 20 Gennaio 1991 furono portate in un casolare isolato, quando il killer freddò prima la madre e poi la piccola Angelica, per poi seppellirne i corpi, ritrovati molti anni dopo.

Simonetta Lamberti, figlia del magistrato Alfonso, si trovava in macchina con il padre quando  a Cava dei Tirreni il 19 Maggio 1982 furono affiancati da un auto da cui furono esplosi numerosi colpi. Simonetta dormiva e fu colpita alla testa, morendo quasi all’istante.

Mariangela Ansaloni, nove anni ancora da compiere, vittima innocente di sicari mafiosi. Maria Angela fu uccisa da alcuni killer, mentre si trovava in automobile con alcuni suoi parenti, che avevano appena compiuto un agguato in una macelleria. La vettura era passata davanti al negozio proprio in quegli istanti e gli assassini, scambiatala per la stessa dei parenti delle vittime appena uccise che appartenevano a un clan rivale, aprirono il fuoco.

Nicola Campolongo, detto Cocò, ha soli tre anni ed il 16 Gennaio 2014 viene ammazzato. Il suo corpo è stato trovato carbonizzato tre giorni dopo a Cassano Ionio, nel Cosentino, nell’auto del nonno Giuseppe Pannicelli, che lo portava con sé per scongiurare agguati. Gli autori del massacro, Cosimo Donato e Faustino Campilongo, hanno deciso di togliere la vita anche a Cocò perché testimone scomodo.

Anna Prestigiacomo, vittima innocente di Cosa Nostra, aveva 15 anni quando fu uccisa a Palermo mentre giocava nel cortile di casa. Uccisa probabilmente per vendetta nei confronti del padre, ritenuto confidente dei Carabinieri. Pagò con la vita le probabili colpe del padre.

Così come Giuseppe di Matteo che l’11 Gennaio 1996, dopo 779 giorni di prigionia, fu sciolto nell’acido dai mafiosi Enzo Brusca e ed Enzo Chiodo, guidati da Giuseppe Brusca. Lo tennero legato come una larva per due anni e mezzo, solo perché figlio del pentito Mario Santo, per poi adempiere al proprio dovere  strangolandolo ed immergendolo nell’acido in attesa della sua dissoluzione.

Domenico Gabriele, detto Dodò, 11 anni di Crotone. La sera del 25 Giugno 2009 il padre lo porta allo stadio a vedere una partita di calcetto. All’improvviso da dietro la recinzione parte una raffica di proiettili indirizzati al portiere, ma che colpirono Dodò al volto. Lottò tra la vita e la morte, ma il suo cuore smise di battere il 20 settembre. Da quel giorno i genitori, Giovanni e Francesca, hanno dedicato la loro vita alla memoria e all’impegno sociale.

Annalisa Durante abitava a Forcella, quartiere centrale di Napoli, quando sabato 17 Marzo 2004 a 14 anni viene uccisa durante una sparatoria tra camorristi davanti al portone di casa. Stava chiacchierando con un’amica mentre fu raggiunta da due colpi di pistola, indirizzati a Salvatore Giuliano, che le trafissero l’occhio. Dopo tre giorni di coma morì e la famiglia decise di donare gli organi, grazie al quale oggi vivono 7 persone.  Annalisa si trovava al posto giusto, insieme ad i suoi amici per strada.

Annalisa, Domenico, Simonetta, Giuseppe, Anna, Angelica, Mariangela, Nicola, Caterina e tutte le altre piccole vittime innocenti erano al posto giusto al momento giusto. Vivere la propria vita non significa trovarsi al posto sbagliato, non significa avere colpe.

Oggi ed ogni giorno siamo chiamati a riportare al cuore le loro storie per sconfiggere quotidianamente nelle nostre coscienze la violenza delle mafie.

Raccontare le loro storie significa non dimenticarli. 

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Giulia Compagnone

The author Giulia Compagnone