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Ambiente

Discariche sature, emergenza rifiuti e Covid: per la Campania nessun piano sostenibile

La regione Campania non è purtroppo nuova a questioni di inquinamento ambientale e di emergenza rifiuti. La problematica della collocazione di discariche e di impianti di smaltimento dei rifiuti, in prossimità di zone abitative, è una storia tristemente nota. Questo lo sa bene il popolo campano, il quale ha sperimentato sulla propria pelle gli effetti negativi della vicinanza di tali strutture, come accadde nel cosiddetto “Triangolo della morte”, la zona compresa tra i comuni di Acerra, Nola e Marigliano, che presentava il più alto tasso di morti per cancro, a causa dello smaltimento e interramento di rifiuti tossici, provenienti da industrie del Nord Italia, gestito dalla Camorra. Fu un vero e proprio traffico, che si protrasse per quasi un decennio, durante il quale i rifiuti venivano “smaltiti” solo sulla carta, quando, in realtà, questi erano scaricati in siti non adatti o nei corsi d’acqua e nei sistemi di fognatura, interrati in aree coltivabili e cantieri in costruzione o aggiunti alla produzione di cemento, metalli e asfalto. In questi anni si assiste all’impressionante moltiplicazione di siti di abbandono di rifiuti abusivi, gestiti da criminalità organizzata attraverso sistemi di smaltimento illegali, al fine di abbattere i costi.

La differenza tra una discarica a norma di legge ed una abusiva risiede nel fatto che siano presenti o meno dei presidi tecnologici specifici e adeguati allo smaltimento e all’interramento dei rifiuti, come la presenza di sottofondi e pareti rivestiti di materiali impermeabili e sistemi di captazione e smaltimento di percolato e di biogas. Questi ultimi sono sostanze altamente nocive e pericolose. Il percolato, ossia i residui solidificati formatisi da materia colata dai rifiuti, se non bloccato in tempo, può infiltrarsi nel sottosuolo e contaminare le falde acquifere sotterranee, mentre la formazione di biogas può causare esplosioni.

Ora, secondo il rapporto sui rifiuti urbani dell’Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale (Ispra), nel 2019 i rifiuti urbani prodotti in Italia sono stati circa 30 milioni di tonnellate, di cui 9,1 milioni al Sud. La regione Campania ha prodotto da sola circa 2,5 milioni di tonnellate di rifiuti, di cui solo poco più della metà sono stati differenziati.

Più delicata è invece la questione riguardante lo smaltimento dei rifiuti radioattivi. Secondo le stime dell’Inventario nazionale dei rifiuti radioattivi, emesso nel 2019, dall’Ispettorato per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin), i rifiuti radioattivi stoccati in Campania presentano un lieve aumento (da 2.965 mc a 2.968 mc). L’unico impianto di smaltimento di rifiuti radioattivi, presente nella regione, risulta non idoneo. Si tratta dell’ex centrale di Garigliano, uno dei quattro siti nucleari, ancora presenti in Italia, chiusi a seguito del referendum abrogativo del 1987 sulla questione del nucleare. Questo impianto si trova in provincia di Caserta ed è costruito a ridosso del fiume Garigliano, dunque in un’area ad elevato rischio idrogeologico.

Attualmente, dei 658 impianti di gestione dei rifiuti urbani operativi in Italia, 355 sono al Nord, 121 al Centro e 182 al Sud. Più della metà si trova quindi al Nord del Paese.

La Campania, come altre regioni del Sud, presenta strutture e misure non idonee alla gestione del quantitativo di rifiuti prodotto. Il sistema di smaltimento rifiuti risulta ancora debole. La città di Napoli presenta un tasso di raccolta di rifiuti differenziati che si aggira attorno al 42%, un indice piuttosto basso rispetto alla media nazionale. Inoltre, le ultime due discariche, attive sul territorio, a Savignano Irpino e San Tammaro sono prossime alla saturazione, tanto più che la problematica relativa all’invasione di un’ingombrante mole di rifiuti nelle strade di Napoli, e non solo, non accenna a scemare. A causa di ciò, secondo i dati dell’Ispra, la Campania si configura come la regione italiana che, assieme alla Lombardia, esporta più rifiuti.

Nel corso dell’ultimo anno, ad aggravare ulteriormente la situazione rifiuti è intervenuto il Covid-19. Con l’ordinanza 38/2020 del 23 aprile, in vista delle condizioni dettate dallo stato di emergenza, la Campania ha attuato forme straordinarie di gestione dei rifiuti: la possibilità di aumentare la capacità annua di stoccaggio dei rifiuti del 20% e il permesso di depositare 60 metri cubi, di cui massimo 20 destinati a rifiuti pericolosi, per un limite massimo non superiore a sei mesi. Tutto questo, unito alla temporanea chiusura delle cartiere, delle aziende che lavorano plastica riciclata e vetro e delle industrie metallurgiche, ad eccezione dell’Ilva, ha incrementato le giacenze di plastica, carta, vetro e metalli sino al limite, al punto da rischiare di bloccare la raccolta di tali materiali. Dall’emergenza sanitaria ad una nuova emergenza rifiuti il passo potrebbe essere breve.

Un appello a favore della causa contro l’inquinamento ambientale è stato mosso anche dai vescovi della Campania, riunitisi a Pompei il 10 marzo 2021. In seguito alla supervisione dello studio epidemiologico e sanitario, realizzato dall’Istituto superiore di sanità per la Procura della Repubblica di Napoli Nord, i vescovi hanno chiesto di estendere il monitoraggio a tutti i territori interessati dall’inquinamento ambientale con un’attenzione particolare alla necessità di “bloccare qualsiasi attività illecita e non controllata di smaltimento di rifiuti; bonificare i siti; incentivare un ciclo virtuoso della gestione dei rifiuti; attivare un piano di sorveglianza epidemiologica permanente per le popolazioni; sviluppare attività educative alla corresponsabilità”.