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CronacaCultura

Con i Måneskin l’Italia torna a trionfare all’Eurovision dopo 31 anni

‘‘Rock’n’roll never dies, tonight we made history. We love u.’’, ovvero ‘‘Il rock’n’roll non muore mai, stasera abbiamo fatto la storia. Vi vogliamo bene’’: è questo il messaggio che i Måneskin, vincitori della 65ª edizione dell’Eurovision Song Contest (la prima dopo lo scoppio della pandemia causata dal Covid-19) con la loro Zitti e buoni, hanno condiviso con i propri fan sui loro canali social. Una vittoria che non solo sa di riscatto – l’ultimo trionfo dell’Italia risaliva al 1990 – ma che funge altresì da promemoria per un intero paese: se non si sta zitti e buoni, se si è parte attiva del processo di creazione della Storia piuttosto che accettarne passivamente il dispiegamento, le cose possono cambiare.

Che cos’è l’Eurovision Song Contest? Storia e curiosità

L’Eurovison Song Contest (noto anche solo come ‘‘Eurovision’’ o con la sigla ‘‘ESC’’) è un festival musicale nato nel 1956 a Lugano, in Svizzera, e ispirato al nostro Festival di Sanremo (nato nel 1951). Negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, l’Europa aveva bisogno di una distrazione dagli orrori bellici e dalle sue devastanti conseguenze e così il giornalista italiano Sergio Pugliese suggerì all’allora direttore generale dell’Unione europea di radiovisione (UER), lo svizzero Marcel Bezençon, di puntare su una competizione canora. Si partì con un numero esiguo di partecipanti – per la precisione 7: Italia, Germania, Francia (che assieme a Spagna e Regno Unito formano i cosiddetti ‘‘Big Five’’, i ‘‘Grandi Cinque’’, vale a dire le cinque nazioni che per prime hanno sostenuto economicamente l’UER, che tutt’oggi la supportano in misura maggiore rispetto alle altre e che pertanto hanno accesso diretto alla finale), Svizzera, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi. Nel corso degli anni si è assistito a un ampliamento numerico – allo stato attuale si contano 52 stati coinvolti, sebbene ogni anno capitino ritiri o mancate partecipazioni – e geografico – toccando anche paesi non propriamente europei come Russia, Israele o Australia – direttamente proporzionale all’interesse che la manifestazione ha saputo progressivamente attirare su di sé: l’Eurovision, infatti, non è soltanto il concorso canoro internazionale più longevo del mondo ma anche l’evento non sportivo più seguito al mondo, con punte di 600 milioni di spettatori secondo i dati più recenti.

Le regole del concorso sono semplici: eccezion fatta per i Big Five, tutti i partecipanti si sfidano a colpi di canzoni in due semifinali finché la scrematura che ne deriva non stabilisce i concorrenti che si contenderanno il trofeo nella finale. La nazione vincitrice acquisisce di diritto l’onere e l’onore di tenere la manifestazione nel proprio paese l’anno successivo – nel caso in cui ciò non fosse possibile, si chiede al secondo classificato e così via; i concorrenti devono avere tutti almeno 16 anni e sul palco non possono esserci più di 6 persone; le canzoni non devono durare più di 3 minuti, devono essere brani originali, devono essere pubblicate prima di un certo periodo con videoclip annesso e non devono presentare contenuti politici o offensivi; si può cantare in qualsiasi lingua, anche inventata, e le esibizioni sul palco non devono avere scenografie o coreografie controverse.

L’Eurovision e l’Italia: una storia travagliata

Dal 1956 al 1980 l’Italia ha sempre partecipato con regolarità all’Eurovision collezionando tre medaglie di bronzo (nel 1958 con Domenico Modugno e la sua Nel blu dipinto di blu (Volare), nel 1963 con Emilio Pericoli e la sua Uno per tutte e nel 1975 con il duo Wess-Dori Ghezzi e la loro Era) e una medaglia d’oro nel 1964 con Gigliola Cinquetti e la sua Non ho l’età (per amarti), facendo sì che l’edizione del 1965 si tenga presso l’auditorium Rai di Napoli.

Dopo aver saltato l’81 e l’82, non avendo ottenuto risultati da top 3 per gli anni ’83, ’84 e ’85 ed essendo mancati nuovamente nell’86, è nel ‘87 che ci aggiudichiamo un altro terzo posto in classifica grazie a Umberto Tozzi e Raf e la loro Gente di mare.

Il 1990 è l’anno della seconda vittoria dell’Italia grazie a Toto Cutugno e la sua Insieme:1992, che fa sbarcare l’Eurovision a Roma presso lo studio 15 di Cinecittà nel 1991. Anche in questa decade ci sono delle assenze da parte del Bel Paese al contest (in particolare dal ’94 al ’96), finché non avviene lo stop definitivo con i Jalisse nel 1997: la loro Fiumi di parole sarà l’ultima canzone in gara al festival per l’Italia prima di una pausa che durerà ben 12 anni, dal 1998 al 2010. Sul ‘‘caso Jalisse’’ si è parlato a lungo e più di un ‘‘addetto ai lavori’’ ha fatto intendere che il duo abbia subito ostruzionismo da parte dei dirigenti RAI – la quale si occupa tutt’oggi di selezionare i cantanti da mandare in gara, tanto attraverso il Festival di Sanremo quanto attraverso una selezione interna – per ostacolarne la vittoria, in modo da scongiurare il rischio di dover ospitare la manifestazione e farsi carico delle spese ingenti che il concorso inevitabilmente comporta. Si crea dunque una discrepanza tra RAI e UER.

Nel 2011 scende in campo a Düsseldorf, in Germania, Raphael Gualazzi, vincitore della categoria ‘‘Giovani’’ di quell’anno a Sanremo, con la sua Follia d’amore in una versione bilingue (inglese e italiano) dal titolo Madness of Love. È un ritorno con il botto: l’Italia si classifica seconda alle spalle dell’Azerbaigian. Da allora i piazzamenti sono sempre stati ottimi – tranne per il 2014, dove ci siamo fermati al 21° posto con Emma e la sua La mia città, e il 2016 dove ci siamo classificati al 16° con Francesca Michielin e la sua Nessun grado di separazione, diventata per l’occasione No degree of separation: noni nel 2012 con Nina Zilli e la sua L’amore è femmina (Out of love), settimi nel 2013 con Marco Mengoni e la sua L’essenziale, terzi nel 2015 con Il Volo e la loro Grande Amore, sesti nel 2017 con Francesco Gabbani e la sua Occidentali’s Karma, quinti con Ermal Meta e Fabrizio Moro e la loro Non mi avete fatto niente, secondi nel 2019 con Mahmood e la sua Soldi e primi nel 2021 con i Måneskin (l’edizione del 2020, che ci vedeva rappresentati da Diodato e la sua Fai rumore, è stata cancellata a causa dello stato di emergenza causato dalla pandemia).

Un’ultima chicca sull’Eurovision e i Måneskin: nonostante in gara abbiano cantato un adattamento rivisitato del testo (senza parolacce), al momento di far riascoltare Zitti e buoni in qualità di canzone vincitrice del concorso i quattro hanno ben pensato di ripristinare la versione originale. Rock’n’roll fino alla fine.

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