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CronacaCultura

Strage di Capaci: dopo 29 anni quella ferita brucia ancora

A volte capita di entrare in dei vortici e non uscirne più. Capita perché guardi dalla parte sbagliata oppure perché la parte sbagliata ti sembra l’unica prospettiva esistente.  Testa bassa, occhi abituati e rassegnati. E con te tutto ciò che ti circonda, tutto assume la forma della convenzione, del guadagno facile, della prevaricazione.

Nel 1992 tutto assumeva la forma della mafia, tutto puzzava di marcio. Quella puzza però la sentivano in pochi, gli altri pensavano fosse aria pulita. Chi la sentiva, però, la sentiva bruciare. Sulla pelle e sull’anima. Come un carbone ardente che senti sempre a due millimetri da te, come le immagini dei morti ammazzati che ogni volta che chiudi gli occhi ti rimbalzano nella mente. Ogni giorno, senza ferie. Perché la mafia non va in ferie, mai.

Così accadeva a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinari.

Servitori della giustizia, uomini comuni divenuti in eroi solo perché non erano dalla parte dove stavano tutti, ma camminavano su terre ruvide e tracciavano per primi sentieri proibiti.

Uccisi quel 23 Maggio 1992 alle 17.58 da 500 kili di tritolo sulla Autostrada A2 verso Palermo. Ad attivare il radiocomando che procurò l’esplosione fu Giovanni Brusca, detto u scannacristiani  per la sua ferocia.

Ad attivare quel telecomando furono tutti coloro che non volevano che Falcone continuasse le sue indagini, con cui indagava su dinamiche e legami criminosi, che dovevano restare intoccabili. Tutti coloro che volevano regnasse il silenzio e l’indifferenza.

Tutti coloro che pur non facenti parti dei sodalizi tacendo, divennero anch’essi uomini di mafia. Come accade oggi, dove ancora vi sono comportamenti omertosi che si annidano non solo più nella vecchia terra di Sicilia, ma in tutta Italia.

Dal Nord al Sud. Non c’è più Palermo città di sangue, ma v’è l’imprenditoria malata e lo sviluppo economico inficiato dalla corruzione.

Oggi quella ferita brucia ancora e brucerà per sempre. Quella ferita chiama tutti a mettere al primo posto non l’odio, ma la rabbia.

Solo sentendosi vivi e dando il proprio contributo con valore ed impegno si riuscirà a combattere questo male estremo: la mafia.

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Giulia Compagnone

The author Giulia Compagnone