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Ambiente

Sfatiamo un mito: la soia e il suo impatto ambientale e sociale

Di soia, in tutto il mondo, se ne fa largo uso. Questo legume dalle numerose proprietà benefiche viene adoperato sia per l’alimentazione umana che per quella animale, ma anche nell’industria cosmetica e per la produzione di biodiesel. La soia è però conosciuta soprattutto per l’ampio uso – almeno, questo è ciò che si crede – che ne viene fatto nelle diete vegane e vegetariane. Quello che viene ignorato da molti è il fatto che, per il suo alto contenuto proteico, circa l’80 della produzione mondiale di soia viene adoperata per l’alimentazione animale, soprattutto negli allevamenti intensivi di polli, galline, suini e bovini, mentre solo il 7% è destinato all’alimentazione umana. Il restante 13% è impiegato per la produzione di biocarburanti, i quali contribuiscono purtroppo all’uso massiccio di pesticidi, a loro volta adoperati nelle colture di soia e non solo.

Con l’aumentare della popolazione mondiale, sta aumentando anche il consumo di carne e, con esso, anche la produzione di soia che, negli ultimi 20 anni, è quasi raddoppiata sino a raggiungere i 210 milioni di tonnellate. Il motivo per cui il consumo di soia interessa principalmente la filiera avicola sono i numeri elevatissimi: 534 milioni di polli da carne macellati ogni anno e altri 100 milioni di volatili, tra galline ovaiole e tacchini. In definitiva, per rendere conto di quanto la produzione di soia e il consumo di carne siano strettamente intrecciati, secondo un dossier stilato dal WWF, per ogni chilo di prodotto animale, si usano dai 150 ai 500 grammi di soia. Inoltre, secondo il professor Tony Weis, autore del libro “The Ecological Hoofprint. The Global Burden of Industrial Livestock”, per rispondere alla domanda di mercato nel 2050 saranno necessari circa 120 miliardi di animali allevati, nutriti principalmente con la soia. I più grandi mangiatori di soia, indirettamente, sono quindi le persone che si nutrono di prodotti di origine animale.

Secondo i dati raccolti dalla FAO nel 2017, ad oggi la domanda di soia ha raggiunto i 353 milioni di tonnellate. Un dato che interessa fortemente l’America Latina, essendo questa uno dei maggiori coltivatori di soia. Negli ultimi 10 anni, infatti, la superficie coltivata a soia su suolo sudamericano è passata dai 18 milioni di ettari del 1995 ai 40 milioni di ettari del 2005. Nonostante sia una notevole fonte di guadagno per i paesi produttori, la produzione di soia ha un importante impatto ambientale.

Conseguenze ambientali: la deforestazione

A causa del drastico aumento della domanda di soia – quindici volte tanto rispetto agli anni Cinquanta del secolo scorso – e dell’impatto che la sua produzione ha sul territorio, essa è considerata una coltura “mangia-foreste”. Una delle maggiori conseguenze derivanti dall’intensificarsi delle coltivazioni di soia riguarda infatti la riduzione di numerose foreste.  Ogni anno, per far posto a nuove coltivazioni intensive di soia e altri prodotti, si stima che vengano distrutti circa dieci milioni di ettari di foreste, molte di queste caratterizzate da straordinaria biodiversità.

In particolare, in America Latina, tra Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia e Brasile esiste una zona che viene chiamata “La repubblica della soia”. Si tratta di milioni di ettari dedicati unicamente alla coltivazione di questo legume, la quale sta procurando danni irreversibili alle foreste presenti sul territorio sudamericano. La foresta atlantica estesa tra Brasile, Argentina e Paraguay ha visto la sua superfice ridursi al 7%, mentre del Cerrado, la savana brasiliana che è una delle aree più ricche di specie al mondo, resta solo il 20% dei suoi 200 milioni di ettari originari. Tutto ciò sta profondamente e irrimediabilmente alterando due tra gli ecosistemi più ricchi di specie del Sudamerica. La stessa sorte sembra attendere anche l’area dell’Amazzonia brasiliana. Dal 2003, infatti, in Amazzonia sono stati distrutti 70’000 km2 di foresta tropicale. Tutto questo ha spinto alcune aziende internazionali di cereali ad unirsi ai produttori di soia per firmare la moratoria detta Amazon Soy, vietando così la conversione diretta delle foreste amazzoniche in colture di soia dopo il 2006. Nonostante ciò, questo atto non sembra aver sortito del tutto l’effetto sperato: molti agricoltori, infatti, hanno comunque continuato a distruggere illegalmente aree di foresta presenti sulla loro terra.

Deforestazione nel cuore dell’Amazzonia

Dopo l’allevamento bovino, che è la prima causa di deforestazione in Sud America e Brasile, c’è la produzione di soia, seconda causa di deforestazione, strettamente legata al consumo di carne, in quanto la quasi totalità delle farine di soia viene infatti utilizzata per la produzione di mangimi animali. L’Europa importa ogni anno il 95% del fabbisogno, con l’Italia al terzo posto tra i Paesi   europei. Solo le importazioni di soia in Italia sarebbero responsabili dell’abbattimento di circa 16 mila ettari di foresta l’anno.

Conseguenze sociali

Per le coltivazioni di soia in Sud America viene fatto largo uso di concimi artificiali e di pesticidi, i quali, attraverso piogge e inondazioni, possono contaminare i fiumi, uccidendo piante, pesci ed altri esseri viventi, in particolare i contadini e i popoli indigeni che vivono nei loro pressi. Ogni anno in Brasile sarebbero 150.000-200.000 i casi di avvelenamento. Si presume, inoltre, che il 10 % della popolazione brasiliana sia esposto ai pesticidi.

Nelle aree del Sud America sopra citate, la coltivazione di soia ha anche gravi conseguenze sociali. La creazione di nuovi campi di coltivazione comporta spesso la violazione dei diritti di famiglie locali, popolazioni indigene e piccoli contadini e con essa l’aumento del numero dei senza terra. Inoltre, per via dell’elevata meccanizzazione, la coltivazione intensiva della soia non richiede più molta manodopera. Per una superficie di 170-200 ettari è ormai sufficiente un solo lavoratore, lasciando ben poco lavoro alle popolazioni locali, spesso anche malpagato.

I criteri di Basilea

Già all’inizio degli anni 2000 si è provato ad arginare i rischi che il consumo intensivo di soia stava portando con sè. Una possibile soluzione si credeva raggiungibile attraverso i “Criteri di Basilea per una coltivazione responsabile della soia”, frutto degli sforzi di Coop Svizzera e WWF. I criteri prevedono l’utilizzo di sementi non geneticamente modificate; un uso parsimonioso di concimi e pesticidi; nessun disboscamento di foreste pluviali e superfici ad alto valore di conservazione; la garanzia di standard sociali minimi per i lavoratori (ad esempio no al lavoro forzato e minorile). Ma tutto questo non sembra più sufficiente.