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Cultura

Il silenzio grande e “l’amara consapevolezza che vivere non significa essere vivi” [Recensione]

Il silenzio Grande, pièce scritta da Maurizio De Giovanni e proposta a teatro sempre con la regia di Alessandro Gassman, è innanzitutto un  valido motivo per tornare al cinema.

Il perché è presto detto: parliamo di un film raffinato e ed emotivamente coinvolgente dove viene fatto un uso attento e al tempo stesso spropositato della parola.

Il protagonista Valerio Primic (Interpretato da Massimiliano Gallo) è un famoso e stimato scrittore, seppellito dai libri e dalla grandezza che fu, colpito da un blocco artistico improvviso che gli mette davanti (da anni) una pagina bianca.

Villa Primic che, grazie al film, a differenza dello spettacolo teatrale, è ammirabile in tutta la sua maestosità e bellezza artistica, fa da sfondo ad una storia suggestiva, malinconica e, paradossalmente, divertente. Gli affreschi e le opere, oltre che l’affaccio su Capri, le danno un valore inestimabile per tutti, ma non per la Rose (Margherita Buy), pronta a venderla per ritornare ad una vita agiata che da troppo tempo latita per dare spazio alle ristrettezze e ai sacrifici tipici di una famiglia “normale”.

La decisione di Rose metterà a dura prova lo scrittore che si ritroverà a combattere insieme alla fidata Bettina (Marina Confalone) contro la vendita della casa, voluta fortemente anche dai figli Adele (Antonia Fotaras) e Massimiliano (Emanuele Linfatti).

Magistrale l’interpretazione della sopracitata Marina Confalone che, insieme a Massimiliano Gallo, da vita a delle gag divertentissime che si alternano perfettamente con dialoghi profondi ed emozionanti, sfoggiando tutta la sua esperienza teatrale che, negli ultimi anni, l’ha resa credibile, stimata e anche pluripremiata, in campo cinematografico.

Le vendita della casa darà vita ad una serie di confronti tra Valerio e la sua famiglia, che gli faranno capire di aver dato, nel tempo, troppo spazio ai silenzi, perdendo di vista tutto quello che rimbombava tra le pareti di casa sua.

Perché, come ci ricorda Bettina: “Il silenzio è una brutta malattia”, che ti fa credere di sapere perfettamente cosa hai intorno, di conoscere le persone che popolano la tua vita, perdendo la possibilità di viverle davvero e, nel momento in cui decidi di correre ai ripari, è sempre troppo tardi.

Ne “Il silenzio grande”, i dialoghi sono altisonanti e mai ripetitivi: ogni parola ha un significato ben definito e s’incastra perfettamente in una storia che si svolge in un unico luogo, rievocando pièce teatrale, ma con dei dettagli che inevitabilmente riescono a differenziare le due opere, rendendo, entrambe, più che credibili.

La mano di De Giovanni nella sceneggiatura c’è e si vede: il carattere dei personaggi si sviluppa nel corso della storia in maniera certosina, ma senza fretta, riuscendo a farci entrare nelle loro anime in punta di piedi.

Alessandro Gassman è riuscito a trovare la chiave per tenere incollato alla sedia chiunque, anche se questo “chiunque” ha assistito allo spettacolo teatrale, proprio come chi vi scrive.

Il film è ambientato negli anni ’60, ma è più che mai attuale: difatti ci accorgiamo dell’epoca storica grazie ai vestiti, alla tipologia di radio o dalla tv, altrimenti, potremmo tranquillamente parlare di un film ambientato ai giorni nostri.

Questo film rappresenta “l’amara consapevolezza che vivere non significa essere vivi”, oltre che un validissimo motivo per tornare al cinema.