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Food&Drink

Sapori Leggendari: Storia dei taralli e di un tarallaro

I taralli napoletani nella città partenopea sono un must di quello che ormai viene comunemente chiamato “street food“.

Da generazioni il tarallo sugna e pepe sazia e delizia decine di palati e non lascia nessuno insoddisfatto: questa settimana vi vogliamo parlare della sua storia e di quella del tarallaro più famoso di Napoli.

Un anello assai povero

La storia del tarallo è quella che potremmo definire, in un certo senso, una storia a lieto fine. 

Il tarallo fu creato infatti dai fornai per utilizzare le strisce d’impasto avanzate dalla lavorazione del pane. Queste striscioline erano troppo piccole per poter diventare panini, così i panettieri aggiungevano all’impasto un po’ di sugna e di pepe, arrotolavano “lo sfriddo” (cioè il ritaglio di pasta) a forma d’anello e lo cuocevano in forno fino a biscottarlo.

Il tarallo rendeva felici tutti: il panettiere, che vendeva facilmente avanzi di pasta che altrimenti sarebbero stati buttati; ed il popolo, che poteva acquistare a basso costo un prodotto molto saporito.

In seguito all’impasto vennero aggiunte anche le mandorle, che resero quel piatto povero e semplice ancora più buono e nutriente.

Il mestiere del tarallaro

I taralli venivano venduti ovunque: non solo i panettieri e fornai, ma anche ambulanti e piccoli chioschi iniziarono a farlo.

Molto successo avevano a Mergellina, dove venivano sovente consumati in riva al mare. Oltre che a potersi godere un bel panorama, i degustatori di taralli potevano infatti anche mangiarli come veniva anticamente raccomandato: immergendoli ed inzuppandoli, cioè, nell’acqua di mare – pratica in realtà decisamente sconsigliabile e non particolarmente salutare.

Il tarallo veniva consumato molto anche nelle osterie, dove veniva venduto insieme ad abbondanti bicchieri di vino a basso costo, non particolarmente pregiato ma che aiutava a spegnere la sete che il pepe inevitabilmente scatenava.

Ad ogni modo, il medium più folkloristico che permetteva la vendita del tarallo napoletano era senza dubbio il tarallaro, un individuo che, armato di carretto, dopo aver preso i taralli da un panettiere li rivendeva, aggirandosi per la città e decantando le doti e i sapori del suo prodotto.

Fortunato, il re dei taralli

Tra le strade di Napoli è vissuto un tarallo decisamente più famoso degli altri, celebre a tal punto da meritarsi il titolo di “re dei taralli: il suo nome era Fortunato Bisaccia.

Fortunato nacque dalla relazione tra un cocchiere e la vedova di un ufficiale di marina. Visse sempre in una latente miseria e, non avendo avuto i mezzi per potersi conquistare un’istruzione, sin da giovanissimo iniziò a guadagnare qualche soldo come tarallaro.

Ogni mattina si recava dal fornaio Vincenzo Somma, che aveva nomea d’avere uno dei migliori forni di Napoli, e poi iniziava il suo lungo giro per la città coprendo i taralli con un panno per farli rimanere caldi.

Compiva il suo giro cercando di vendere la propria merce al grido di: “Fortunat’ tene a’ rrobba bella ‘nzogna ‘nzogna“, grido che l’avrebbe reso assai riconoscibile e celebre nel corso degli anni.

Nel corso degli anni, sì, perché Fortunato fu tarallaro per tutta la vita, nonostante per decine di anni avesse cercato un altro impiego stabile. Non trovandolo, ad un certo punto semplicemente si rassegnò al suo destino e vendette taralli quasi fino alla sua morte, avvenuta nel 1995.

Ma nella sua sfortuna, Fortunato ebbe comunque delle soddisfazioni: Vittorio de Sica lo volle come attore in alcune sue opere e Pino Daniele nel 1977 gli dedicò una canzone con cui ha suggellato all’immortalità Fortunato il tarallaro e le parole che gridava tutti i giorni:

Furtunato tene ‘a rrobba bella
E pe’ chesto adda allucca’
È ‘na vita ca pazzeja
P’è vie ‘e chesta città
Saluta ‘e ffemmene ‘a ‘ncoppa ‘e barcune
Viecchie giuvene e guagliune
Ce sta chi dice ca è l’anema ‘e chesta città.
Furtunato tene ‘a rrobba bella ‘nzogna ‘nzogna.
Nun è cchiù comme ‘na vòta
Ma ogne tanto se fa senti’
Cu chella voce ca trase dinto ‘o còre
E te fa muri’
Cagnano ‘e ffemmene
Cagnano ‘e barcune
E isso saluta senza penza’
Napule è comme ‘na vota
Ma nuje dicimmo ca adda cagna’.
Furtunato tene ‘a rrobba bella ‘nzogna ‘nzogna.

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Simona Lazzaro

The author Simona Lazzaro

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