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Cultura

BussoLaLingua // Perchè si dice “Giacchino facette ‘a legge e Giacchino fuje acciso”?

L’espressione “Giacchino facette ‘a legge e Giacchino fuje acciso” è un modo di dire che viene utilizzato per indicare qualcuno che rimane vittima delle conseguenze delle proprie azioni. 

E’ un detto decisamente specifico ed articolato, e non possiamo fare a meno di chiederci: perché si dice così? Chi era questo “Giacchino” che viene citato? E quale fu il motivo per cui venne ucciso?

#BussoLaLingua questa settimana vi svela la storia dietro quest’espressione così particolare, una storia di potere, tradimenti e fucilazioni che s’è svolta durante l’epoca Napoleonica.

Chi è Giacchino?

Il “Giacchino” a cui fa riferimento il detto è Gioacchino Murat.

Gioacchino Murat nacque nel 1767. Di umili origini – era figlio di locandieri – il suo destino sarebbe stato quello di unirsi all’ordine ecclesiastico dei Lazzaristi, ma nonostante fosse arrivato ad essere un seminarista il suo stile di vita era ben lontano da quello di un aspirante sacerdote: Gioacchino amava il buon vino, il divertimento e le belle donne; aveva anche contratto dei debiti di gioco.

Capì che la vita religiosa non faceva per lui, e così cercò una nuova strada, sebbene temesse le ire dei genitori.

Gioacchino si arruolò così nell’esercito, dove ebbe una sfavillante carriera. Sempre accanto a Napoleone, sia in Francia che in Italia, era considerato intrepido e coraggioso in battaglia – come dissero spesso di lui, anche troppo, al limite dell’imprudenza. Sulla sua spada si poteva leggere l’incisione: per l’onore e per le donne.

Sia come sia, divenne prima ufficiale e ben presto generale: ma la vita aveva in serbo per Gioacchino onori ben maggiori. 

Murat, Carolina e Napoleone

Carolina Bonaparte, la più piccola delle sorelle di Napoleone, conobbe Gioacchino Murat quando questi aveva trent’anni. Gioacchino era un noto seduttore e se, da un lato, i suoi modi fecero innamorare Carolina non appena lo vide, dall’altro lo resero, agli occhi di Napoleone, non adatto alla sorella.

Tuttavia, le insistenze di Murat e l’amore incrollabile di Carolina ebbero la meglio sulla volontà di Napoleone, e i due si sposarono – da questa unione, nacquero in seguito quattro figli.

Gioacchino il Re

Dopo aver conquistato anche il titolo di maresciallo dell’Impero e di Granduca di Clèves e di Berg, nel 1808 venne nominato Re di Napoli e del Regno delle due Sicilie da Napoleone con il nome di Gioacchino Bonaparte.

La popolazione amò molto il suo nuovo re, in parte per la sua bella presenza ed il fascino nonché per il suo temperamento gioviale ed i modi teatrali; ed in parte perché agì spesso nell’interesse del popolo.

Iniziò e portò avanti tantissime opere pubbliche, sia a Napoli – come per esempio il ponte della Sanità e via Posillipo – che nelle altre regioni del Regno – tra le tante, portò l’illuminazione pubblica a Reggio Calabria; istituì nel 1808 “Il Corpo degli Ingegneri di Ponti e di Strade” – che fu, per così dire, l’antenato della facoltà di Ingegneria di Napoli, prima in Italia – e la facoltà di Agraria; liberò Capri dagli Inglesi e represse il fenomeno del brigantaggio; portò nel regno delle due Sicilie il Codice Napoleonico, che, fra le altre cose, regolava divorzio, matrimonio civile ed adozione. 

Sono davvero tante le cose positive che Gioacchino Bonaparte portò a Napoli, ma elencarle tutte sarebbe davvero impossibile. Il popolò lo amò sia per ciò che faceva che per la maniera in cui le faceva, e venne apprezzato anche dalla nobiltà. Al contrario, fu sempre inviso al clero.

Il favore del popolo fu tale che Torre Annunziata fu rinominata “Gioacchinopoli“.

L’errore di Murat

Sebbene dunque sembrasse che le cose dovessero andare sempre meglio per il povero Gioacchino, purtroppo non  fu così.

Dopo aver combattuto accanto a Napoleone tra il 1812 ed il 1813 ,scoprendo le intenzioni dell’Imperatore capì che rischiava di perdere il regno a cui con tanta fatica era arrivato a regnare.

Non era un fine statista e nemmeno un diplomatico, tutti lo avevano giustamente definito come eccessivamente impetuoso; sebbene queste caratteristiche lo avessero favorito nella carriera militare e nelle sue grandi imprese non altrettanto lo fecero nella vita politica.

Tra perdere il Regno delle due Sicilie e tradire Napoleone, Murat scelse il tradimento: si recò così in Austria, dove venne stipulato un trattato di alleanza tra Vienna e Napoli. 

Nel 1815, però, quando Napoleone chiese l’aiuto di Murat, questi non glielo negò: scrisse una lettera indirizzata all’Austria in cui annunciava che avrebbe fornito il suo aiuto a Napoleone a qualsiasi costo. Gioacchino Murat avanzò al fianco di Napoleone, ma l’Austria firmò un trattato con Ferdinando I di Borbone, che venne legittimato dal Congresso di Vienna come autentico re del Regno delle due Sicilie.

Giacchino facette ‘a legge e Giacchino fuje acciso

Murat visse sulla sua pelle numerose sconfitte ed infine, dopo diverse peripezie, venne a conoscenza dell’esito tragico della battaglia di Waterloo. Scoprì anche che il marchese di Riviere, che lui stesso aveva salvato da una condanna a morte, aveva messo a disposizione le sue ricchezze affinché sulla testa di Gioacchino Murat pendesse una taglia di ben 48000 franchi, e così cercò di fuggire in Corsica.

Sull’isola francese trovò ad aspettarlo centinaia di uomini, suoi partigiani. Avrebbe dovuto raggiungere la moglie Carolina a Trieste, ma i passaporti per poter viaggiare verso la città tardarono ad arrivare. Alle orecchie gli giungevano inoltre continue notizie sullo scontento dei napoletani, ed allora decise di cercare di riprendere il proprio Regno.

Murat commise il suo ultimo errore: mise su una spedizione di circa 250 uomini e salpò verso Napoli, ben deciso a liberarla dal nuovo usurpatore. Sebbene nelle sue intenzioni volesse sbarcare a Salerno, venne sorpreso da una Tempesta che lo costrinse ad approdare a Pizzo, porto calabrese.

Qui venne catturato dalla gendarmeria borbonica e condotto in prigione. E qui venne decisa la sua ironica sorte: a causa di una legge che lui stesso aveva vergato – secondo cui chiunque fosse stato autore di atti rivoluzionari sarebbe avrebbe dovuto subire la massima pena – venne condannato a morte. 

L’evento fu così sconcertante da rimanere impresso nelle menti di tutti i napoletani ed abitanti del regno che ne vennero a conoscenza, ed è per questo che si dice ancora oggi “Giacchino facette ‘a legge e Giacchino fuje acciso“.

Fuoco!

Sembra che l’esecuzione di Gioacchino Murat sia stata estremamente forte e contempo toccante.

Gioacchino si confessò, poi chiese il permesso di scrivere un’ultima lettera alla moglie ed alla sua famiglia e si recò infine nel luogo dove avrebbe avuto luogo l’esecuzione. Rifiutò di farsi bendare.

I soldati erano commossi, ed era chiaro, dalle cronache dell’epoca, che non gradissero porre fine alla vita di quell’uomo che dal popolo e dall’esercito era stato tanto amato. I primi colpi andarono a vuoto, e, solo dopo l’esortazione finale di Gioacchino stesso riuscirono a colpirlo.

Le ultime parole di Gioacchino pare che siano state:

Risparmiate il mio volto, mirate al cuore! Fuoco!

E poi, a seguito dei colpi sparati a vuoto, come a mancarlo, dai soldati:

Nessuna grazia! Ricominciamo! Fuoco!

Morì così Gioacchino Murat, re tanto amato dalla popolazione quanto odiato dai propri avversari, che sfruttarono con gran godimento una legge che lui stesso aveva promulgato per condannarlo a morte; fece la legge e poi fu ucciso.

Bonus Track: “Qui non si muore”

A Castellabate c’è una targa su cui sono incise le lapidarie parole: “Qui non si muore“.

L’aforisma – che ha raggiunto il grande schermo grazie al film “Benvenuti al Sud” –  porta proprio la firma di Gioacchino Murat. Gioacchino, passeggiando per le strade di Castellabate, godendosi il panorama ed il salubre bel tempo, esclamò la celebre frase.

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