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BussoLaLeggenda // C’era una volta Zezolla, Cenerentola Napoletana

c'era una volta

C’era una volta Cenerentola

C’era una volta, tanto tempo fa, in un regno molto, molto lontano, una fanciulla con un piede assai minuto… 

Conosciamo tutti la favola di Cenerentola: ce l’hanno raccontata libri di fiabe e film d’animazione sin dalla più tenera età.

Non c’è bambino che non conosca le peripezie attraversate dalla bella principessa, che non ricordi la fata madrina che trasforma le zucche in carrozze ed i topini in cavalli bianchi, che trasfigura un mucchio di stracci in splendidi abiti da ballo e che con un incanto avvolge i piccolissimi piedi di Cenerentola in magiche scarpine di cristallo.

In molti attribuiscono la paternità di quest’opera a Perrault, altri ai fratelli Grimm: entrambi si sbagliano. Cenerentola, è, infatti, Napoletana: la sua favola è contenuta nel celeberrimo Racconto dei Racconti di Giambattista Basile.

Questa Cenerentola è però un po’ diversa da quella a cui siamo abituati – la sua storia è assai cruenta e decisamente violenta. Il suo nome è Zezolla, ed oggi #BussoLaLeggenda vi racconta la sua fiaba.

C’era una volta Zezolla

C’era una volta una fanciulla di nome Zezolla, figlia d’un principe che l’amava tantissimo. Zezolla era vestita dei migliori abiti e seguita da una delle migliori maestre che una ragazza potesse desiderare, il cui nome era Carmosina.

Lo spietato piano di Zezolla e Carmosina

Il principe rimase vedovo assai giovane, per cui, passato il periodo di lutto, decise di convolare di nuovo a nozze. Ma la nuova matrigna non era gradita a Zezolla: la donna era avida ed arcigna e non mostrava il minimo affetto nei confronti della ragazza.

Zezolla parlava di tutto con la sua maestra Carmosina, e con lei si lamentò anche della matrigna. Appena l’insegnante ebbe chiara la situazione, suggerì a Zezolla un modo per liberarsi della donna; le disse: “Chiedile un abito, e mentre ha la testa nella cassapanca, chiudi con forza il coperchio, facendolo battere contro il suo cranio: questo la ucciderà.

La giovane fanciulla non se lo fece ripetere e il giorno stesso attuò quel terribile piano. Senza pietà uccise la matrigna colpendole il capo con il pesante legno della cassapanca, e agli occhi di tutti – men che di Carmosina – l’avvenimento apparve come un tragico incidente.

La colomba delle fate

Il principe si ritrovò dunque nuovamente vedovo.  Zezolla, ben decisa a non avere di nuovo a che fare con una matrigna come quella che aveva appena provveduto ad eliminare, cominciò ad insistere col padre affinché sposasse la maestra Carmosina. Tanto a lungo spinse che il principe alla fine si convinse e prese in sposa Carmosina.

Il giorno delle nozze, accadde una cosa assai curiosa: sul davanzale di Zezolla apparve una colomba candida come la neve. La ragazza venne attratta dall’immacolata bellezza dell’animale e, mentre lo guardava ammirata, questi cominciò a parlare, dicendole: “Quando ti viene voglia di qualcosa, mandala a chiedere alla colomba delle fate nell’isola di Sardegna, perché l’avrai subito“. Detto ciò, l’animale volò via; dopo poco, venne celebrato il matrimonio.

Gatta Cennerentola

Zezolla era ben lieta d’avere l’amata maestra come matrigna, e, per un po’, le cose andarono bene. Carmosina era piena di moine e carezze per la fanciulla, che di rimando le mostrava stima e affetto.

Dopo qualche tempo, però, le cose cambiarono: Carmosina divenne sempre più distante e sempre più astiosa nei confronti di Zezolla, dimenticando subito il favore da lei ricevuto. Portò nel castello le sue sei figlie – che aveva fino ad allora tenuto nascoste – che divennero ben presto le predilette del principe.

Zezolla venne trattata sempre con minore riguardo e tenuta sempre più in disparte. Leva oggi, leva domani, dalle sue stanze venne relegata nelle cucine, ed al posto dei bellissimi abiti che aveva sempre indossato si ritrovò a vestire di stracci. Siccome finì per occuparsi di tutte le faccende domestiche del castello, smisero persino di usare il suo nome, che parevano aver dimenticato; prendendola in giro, cominciarono a chiamarla Gatta Cennerentola.

I doni della Grotta delle Fate

Passarono gli anni, e l’esistenza di Zezolla divenne sempre più miserabile. Un giorno, il principe suo padre si dovette recare per affari all’Isola di Sardegna. Prima di partire, chiese a tutte le sue figlie, compresa Zezolla, cosa desiderassero come dono al suo ritorno. Le sei figlie di Carmosina chiesero abiti e gioielli, mentre la Gatta Cennerentola chiese una cosa assai più curiosa: chiese infatti al padre di recarsi dalla colomba delle fate, aggiungendo che, se non l’avesse fatto, sarebbe stato maledetto.

Più per paura delle maledizioni della figliola che per amore, il principe fece come Zezolla aveva chiesto e si diresse alla Grotta delle fate dell’Isola di Sardegna. Agli occhi increduli dell’uomo apparve una splendida fanciulla, che gli consegnò dei doni destinati a Zezolla: una vanga, un dattero, un secchio d’oro e un tovagliolo di seta.

I desideri di Cennerentola

Incredulo, il padre consegnò a Cennerentola i regali della fata, e la ragazza ne fu davvero entusiasta. Piantò il dattero e se ne prese cura fin quando dal terreno non crebbe una pianta, da cui sbucò un bocciolo; dal bocciolo, però, non emerse un fiore, ma una piccola fata. La fatina ringraziò Zezolla per essersi presa cura di lei, e le chiese se avesse qualche desiderio: avrebbe esaudito qualsiasi sua richiesta. Cennerentola ci pensò un po’ su, ed alla fine chiese di avere una carrozza e degli splendidi abiti, proprio come una vera principessa. La fatina le disse allora che, ogni volta che avesse voluto avere abiti splendidi, sarebbe dovuta andare alla pianta di dattero e recitare una filastrocca:

Dattero mio dorato con la zappetta d’oro t’ho zappato

con il secchietto d’oro innaffiato

con la fascia di seta t’ho asciugato.

Spoglia te e vesti me!

L’amore di un Re

Zezolla fece come la fatina aveva detto, indossò gli abiti e salì sulla carrozza, decisa a recarsi per la prima volta ad un vero ballo. Era così bella e ben agghindata che nessuno la riconobbe, nemmeno il padre, la matrigna e le sorellastre.

Caso volle che al ballo fosse presente anche il Re, giovane e celibe. Non appena lo sguardo del Re si posò sulla bella Zezolla se ne innamorò a prima vista: era la creatura più bella che avesse mai visto. 

Zezolla ed il Re danzarono e danzarono, fin quando non fu ora per la ragazza di tornare a casa. Deciso a scoprire dove vivesse la fanciulla che gli aveva rubato il cuore, il Re la fece seguire da un servitore. Ma Zezolla non voleva svelare la sua vera identità: così cercò di distrarre il servitore lanciandogli delle monete d’oro. 

L’uomo, preso dall’avarizia, si fermò a raccoglierle e così perse di vista la carrozza dei Cennerentola.

… e vissero tutti felici e contenti (più o meno)

Questa serie di avvenimenti si svolse più e più volte sempre nello stesso modo, fin quando, una sera, durante la fuga Zezolla perse una delle sue scarpette. Il servitore che cercava ormai da tempo di scoprire dove vivesse Zezolla la portò al Re, che chiamò al suo cospetto tutte le fanciulle del regno per scoprire a chi quella scarpetta appartenesse.

Il principe padre di Zezolla riferì di avere sei figlie; dopo qualche insistenza del Re, aggiunse che aveva anche un’altra figlia, che però non usciva mai di casa e che di certo non poteva essere la splendida fanciulla di cui il Re si era innamorato.

Indispettito dal tono dell’uomo e dal ritardo con cui aveva risposto alle sue domande, il Sovrano dispose che la settima figlia del principe, Zezolla, fosse condotta immediatamente al suo cospetto: sarebbe stata addirittura la prima fanciulla del regno a provare la scarpetta, perché al Re così garbava.

Cennerentola giunse dunque a cospetto del Re e, non appena entrò nella stanza, come per magia la scarpetta volò verso di lei, come fosse attratta da una calamita. Il Re riconobbe immediatamente in Zezolla la fanciulla che l’aveva fatto innamorare e le chiese di sposarlo. 

Zezolla accettò felicissima la proposta del Re, ed il padre, la matrigna crudele e le sorellastre per la vergogna d’aver trattato così male la futura Regina fuggirono dal Regno – e nessuno li rivide mai più.

Tra Basile, Perrault ed i fratelli Grimm – autori, revisioni e particolari cruenti

Spesso la paternità fiaba di Cenerentola viene erroneamente attribuita a Perrault o addirittura ai fratello Grimm. Recentemente, la casa editrice Zanichelli – in seguito alle insistenze di un gruppo di Neo-Borbonici – ha dovuto rivedere la voce riguardante “Cenerentola”, attribuendo appunto la versione originale a Giambattista Basile e non più a Perrault, che risulta essere adesso soltanto un revisore.

Perrault, volendo raccontare la fiaba di Cenerentola alla corte del Re di Francia, ritenne opportuno eliminare alcune parti della fiaba – come l’omicidio a sangue freddo della prima matrigna – e di rivederne altri – eliminando, ad esempio, la pianta di datteri.

Le date parlano chiaro e fugano ogni dubbio: Il Racconto dei Racconti è infatti stato pubblicato per la prima volta nel 1634, mentre la fiaba di Perrault venne pubblicata solo alla fine del 1600. Per quanto riguarda i fratelli Grimm, il problema davvero non si pone, in quanto le loro fiabe vennero pubblicate solo nel 1812.

La versione dei fratelli Grimm riaggiunge, curiosamente, un tocco macabro alla fiaba: per infilare i piedi nella scarpina, le sorellastre di Cenerentola – che adesso sono soltanto due – mutilano i propri piedi; una si taglia via le dita, l’altra il tallone. In alcune versioni orali della fiaba del 1800, le sorelle vennero addirittura condannate, dopo l’incoronazione di Cenerentola, a danzare con delle scarpette roventi ai piedi fino alla morte. 

C’era una volta la cortigiana egiziana Rodopi

Sebbene, comunque, la fiaba di Cenerentola così come la conosciamo sia Napoletana, esistono delle storie molto più antiche che cominciano a delinearne l’archetipo. Il racconto più antico che modella l’archetipo di Cenerentola risale addirittura all’antico Egitto: si tratta della fiaba della cortigiana Rodopi.

La scarpetta d’oro

C’era una volta in Egitto una cortigiana bellissima, dalla carnagione chiara e le guance color di rosa, di nome Rodopi.

Rodopi era la favorita del Faraone e per questo e per via della sua carnagione insolitamente candida era odiata dalle altre schiave e cortigiane, che le facevano mille dispetti e cercavano di riservarle sempre i compiti più ingrati e faticosi. 

Un giorno, il Faraone vide la bella Rodopi danzare e, ammirandone la maestria, decise di donarle delle scarpine d’oro rosso, con le quali avrebbe potuto danzare meglio. Sebbene le intenzioni del Faraone fossero buone, questo non fece altro che attirare ancor di più l’odio e l’invidia delle altre cortigiane.

Accadde poi che il Faraone organizzasse una celebrazione nella città di Menfi alla quale invitò tutto il popolo d’Egitto. Le altre cortigiane, per evitare che Rodopi si recasse alla festa, fecero in modo che fosse impegnata in mille lavori. Sebbene la povera fanciulla avesse provato a svolgerli per tempo, non riuscì a recarsi alla celebrazione.

Tuttavia, il dio Ra si fece falco e piombò nella stanza di Rodopi; afferrò con il becco una delle scarpette che il Faraone le aveva donato e la portò in volo fino a Menfi, facendola infine cadere proprio in grembo al Faraone.

Il Sovrano interpretò l’accaduto come un segno divino, ed allora decise che qualsiasi fanciulla fosse riuscita a calzare la scarpetta sarebbe divenuta sua sposa. Tutte le ragazze del regno provarono ad indossarla, ma non ci riuscì nessuna di loro – nessuna, tranne la bella Rodopi dalle guance rosse. 

Il Faraone, come promesso, la sposò, e da allora vissero felici fino alla fine dei loro giorni.

Una fiaba quasi vera

Sembra che la fiaba abbia una base di verità: sembra che sia esistita davvero una cortigiana di nome Rodopi (nome che vuol dire, letteralmente, “guance di rosa”). Alcuni studiosi ritengono che il Faraone – identificato nel Faraone Amasis – abbia davvero sposato la fanciulla, altri pensano che Rodopi fosse semplicemente la sua cortigiana favorita e che abbia vissuto una vita più agiata ed avventurosa della norma. 

La fiaba cinese di Ye Xian

Molto più antica della fiaba di Basile è anche la storia di Ye Xian, che risale al IX secolo ed è ambientata in Cina.

Questa versione primordiale della fiaba comincia ad aggiungere alcuni degli elementi che ricorreranno nelle versioni successive, come ad esempio il fatto che la fanciulla si rechi al ballo senza che nessuno la riconosca e l’intervento di una creatura magica che le procura abiti e scarpe preziose.

C’è, d’altro canto, un chiaro riferimento alla terribile pratica del loto d’oro la deformazione volontaria dei piedi delle ragazze cinesi di buona famiglia affinché fossero davvero minuscoli (più piccolo era il piede delle donne più alto era il ceto sociale del marito a cui potevano aspirare), che avveniva tramite fasciature effettuate tra i due e gli otto anni – pratica dolorosissima paragonabile alla tortura che è oramai fortunatamente caduta in disuso.

Il sandalo d’oro

C’era una volta una fanciulla di nome Ye Xian, dalla bellezza delicata ed il cuore buono. Il padre di Ye Xian aveva due mogli e, quando lui e la madre della ragazza morirono, questa si vide costretta a diventare la serva dell’altra moglie del padre e di sua figlia.

La vita di Ye Xian scorreva miseramente tra le faccende domestiche, quando vide che c’era un pesce insolitamente bello nello stagno della sua dimora. Ye Xian non riuscì a resistere alla tentazione di prenderlo tra le mani e, nel momento in cui lo fece, il pesce parlò, rivelando di essere la reincarnazione di sua madre.

Ye Xian trasse grande gioia da questa scoperta, ma la sua felicità non passò inosservata; la matrigna, che odiava Ye Xian, indispettita dal fatto che questa fosse felice dispose che il pesce venisse ucciso e cucinato. I suoi ordini vennero eseguiti, ed il pesce fu mangiato da lei e da sua figlia.

Ye Xian era davvero disperata. Tuttavia, lo spirito della madre le riapparve davanti e le disse di raccogliere tutte le lische del pesce che la matrigna e la sorellastra avevano mangiato e di sistemarle in quattro vasi di ceramica agli angoli del suo letto. La ragazza obbedì e poi, rincuorata, andò a dormire.

Pochi giorni dopo si svolse nelle vicinanze la festa di primavera, durante la quale le ragazze di buona famiglia erano solite recarsi per trovare marito. La matrigna di Ye Xian, sapendo che questa era molto più bella della propria figlia, le ordinò di rimanere in casa a svolgere le faccende domestiche.

Ma lo spirito della madre di Ye Xian le riapparve, e le disse di guardare all’interno dei vasi posti agli angoli del letto; la ragazza obbedì ancora, e vi trovò dei finissimi abiti di seta, gioielli preziosissimi, un mantello di piume di Martin Pescatore e dei bellissimi sandali d’oro.

Ye Xian si vestì ed andò alla festa. Era così bella che nessuno, nemmeno la matrigna e la sorellastra, la riconobbe. La ragazza ballò e si divertì, ma poi, vedendo l’ora che si faceva tarda, fuggì – e, nella sua precipitosa fuga, perse un sandalo.

Il sandalo d’oro viaggiò di mano in mano, tra commercianti e ladri, fino a giungere alle mani del Re. Vedendo la minuscola calzatura, il Re decise di sposare qualsiasi fanciulla avesse il piede abbastanza piccolo da riuscire ad infilare il piccolo sandalo. L’unica a riuscirci fu la bella e dolce Ye Xian.

Tuttavia, la cosa non fu accettata dalla matrigna, che insinuò che la ragazza avesse rubato il sandalo a qualcun altro e che provò a dissuadere più volte il Re che, indispettito, proibì alle due donne di vivere nel palazzo di Ye Xian.

La matrigna e la sorellastra trascorsero tutta la loro vita in una grotta, fin quando dei massi caddero su di loro, uccidendole dolorosamente e seppellendole per sempre.

C’erano una volta Cenerentola, Zezolla, Rodopi e Ye Xian

L’archetipo di Cenerentola ha dunque radici davvero antiche, e se ne potrebbe parlare per centinaia di pagine. Tuttavia, il nome di Cenerentola e la Fiaba come noi europei la conosciamo oggi sono indubbiamente Napoletane.

Tra scarpine, fate e spiriti buoni, non ci resta che scegliere la versione che più ci piace e lasciarci incantare ancora una volta dalla magia delle fiabe.

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Simona Lazzaro

The author Simona Lazzaro

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